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Fluxion
Traces
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Squarepusher
Ufabulum
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Accelerando
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The Well
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Desolate
Celestial Light Beings
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Rusko
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Light Asylum
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Lissy Trullie
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Magic Wands
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A Sleep & a Forgettin
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Jack White
Blunderbuss
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James Blackshaw
Love Is the Plan...
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See of Bees
Orangefarben
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Animal Collective
Transverse Temp...
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Patrick Watson
Adventures in...
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Eternal Summers
The Dawn of...
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The Flaming Lips
and Heady Fwends
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Mirrorring
Foreign Body
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Guano Padano
2
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Above the Tree
From the Memory...
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WoraWoraWashington
Radical Bending
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Il Triangolo
Tutte le canzoni
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Il Pan Del Diavolo
Piombo, polvere...
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Giardini di Mirò
Good Luck
Giardini di Mirò
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Foxhound
Concordia
Foxhound
Concordia
Werner / Oil
Tries to Be Water
Werner / Oil
Tries to Be Water
S
olitamente nei giorni a ridosso di un concerto evito di ascoltare gli artisti che andrò a vedere. È un rituale che osservo con dedizione per assicurarmi un minimo di effetto sorpresa al momento dell'evento. Devo ammettere, tuttavia, di aver barato questa volta. Non tanto per i These New Puritans, visto che da quando è uscito, Hidden lo ascolto regolarmente ogni due giorni. Non avevo bisogno di una ripassata nel loro caso. Erano i Wild Beasts a non avermi ancora convinto fino in fondo. Il debutto Limbo, Panto faticava a fare breccia nel mio cuore, ma Two Dancers lo ammiravo, lo consigliavo ad amici, di tanto in tanto lo mettevo credendo ci fosse un potenziale ancora da sfruttare per il combo di Kendal e ammirandone alcune scelte. Incolpavo me di questo, sentivo di non avere ancora compreso l'album visti gli applausi della critica. Per questo il pomeriggio prima di recarmi al Locomotiv ho deciso di dargli un'ultima possibilità. Mi ha conquistato definitivamente proprio due ore prima di mettermi al volante, e solo mentre cercavo parcheggio mi sono accorto di volere vedere tanto i These New Puritans quanto i Wild Beasts. Nutrivo qualche dubbio sull'accoppiata, tuttavia. Le sensazioni legate alla musica delle due band sono così diverse, quasi opposte: da un lato gli esoterici e mistici These New Puritans, carichi di mistero e oscuri; dall'altro l'art pop dei Wild Beasts, leggiadro e danzereccio. La curiosità era alle stelle.

Arrivo con largo anticipo, come mia consuetudine, e dopo aver trovato il collega del Panopticon con cui avevo appuntamento mi piazzo in fila per la tessera ARCI che non avevo ancora avuto modo di fare, mea culpa. Una rapida occhiata attorno a me, giusto per farmi un'idea del tipo di pubblico che mi ritroverò di fianco. Diverse fasce d'età, tutte persone molto tranquille, le sento discutere di musica e sorrido al piacere di trovarmi in mezzo a miei simili. Le porte aprono alle 21:00 precise, e con calma entriamo nel Locomotiv. Non ci ero mai stato, e devo dire di aver trovato l'aspetto poco incoraggiante a prima vista: locale piccolo e spoglio, dà l'impressione di essere stato allestito in fretta e furia, ma col senno di poi si è rivelato adatto alla situazione. Ci piazziamo in prima fila direttamente sotto l'asta del microfono centrale senza il minimo problema, tutti entrano con calma, fermandosi per una birra e gironzolando tranquillamente mentre in sottofondo prorompe dell'elettronica che a tratti diventa fin troppo alienante. Ci accorgiamo che la strumentazione disposta sul palcoscenico è quella dei Wild Beasts, e qualcosa non torna. Dai manifesti promozionali sembrava dovessero essere loro gli headliner della serata. Poco male, ci diciamo. Si prospetta un'esibizione più lunga per i These New Puritans, auspichiamo.
Ci vuole un po' prima che lo show abbia inizio. Timidamente i Wild Beasts prendono posto, annunciando di essere davanti ad un pubblico italiano per la prima volta. Attaccano con "The Fun Powder Plot", e subito si crea un'alchimia surreale tra le gaie movenze di Hayden Thorpe, il trasporto di Tom Flemming e noi, completamente catturati. I volumi sono belli sostenuti e i quattro ragazzi sfoderano il pop raffinato dei loro dischi con grande passione, con i due vocalist intenti a scambiarsi gli strumenti ad ogni pezzo e la splendida prova del concentratissimo Chris Talbot alla batteria. Mai sottotono, le bestie selvagge piano piano si sentono sempre più a loro agio, trascinano il Locomotiv nel loro club privato, candidamente snob, destinato ai pochi eletti da ogni giro di basso. Le voci di Thorpe e Flemming sono strepitose: i gorgheggi di Hayden salgono e scendono con una naturalezza spaventosa, graffiano come un gatto sensuale a cui ci si affeziona comunque, impossibile resistere, impossibile descrivere un'abilità fuori dalla norma senza abusare di superlativi; Tom adopera invece le note basse, salvo i rari momenti in cui perfino lui si concede grida isteriche come nell'incipit di "All King's Men", sfruttando completamente il suo timbro caldo, intenso, complemento perfetto alla sua controparte. Quando i due cantano contemporaneamente la dimensione è un'altra, hanno intenzione di abbandonarci nel club privato in cui ci avevano fatto entrare persuadendoci. Osservarli muoversi in quel modo ci obblica a fare altrettanto. Rapiti dai loro stessi ritmi sensuali, imbarazzati a tratti dalla palese emozione che suonare davanti ad occhi estranei pervade i loro sguardi, i Wild Beasts ringraziano con la stessa pacatezza con cui avevano iniziato. Le luci autonomamente si abbassano impietrite, gelose di quello che sta accadendo.
C'è qualcosa nella musica dei Wild Beasts che rimanda alla leggenda della ninfa Eco e di Narciso, l'amore non corrisposto soffocato dall'ingenua superbia. Forse sono loro i due ballerini, noi ci sentiamo un po' come Eco quando il telo rosso del Locomotiv ci strappa dall'antica Grecia. Non ci aspettavamo una prova tanto convincente e siamo felici di essere stati smentiti. In qualche modo, cresce ancora di più l'aspettativa per quello che sta per seguire.

Lascio la parola alla penna di Enrico per la seconda metà della serata. Vai Enrico.

Galvanizzato dall’ottima e coinvolgente performance dei Wild Beasts, cresce in me una sensazione particolare. Inutile nasconderlo: sono lì per i These New Puritans, sono lì perché Hidden mi ha stregato, e da tempo pregustavo il momento in cui avrei potuto vedere questi quattro sorprendenti ragazzi all’opera sul palco. I Wild Beasts rappresentavano, nelle mie aspettative, un buon contorno per la portata principale, e la qualità della loro esibizione mi rende ancor più fiducioso.
L’attesa non è delle più piacevoli: dopo esserci illusi sul buon gusto, o anche solo buon senso, del dj del Locomotiv grazie ad una manciata di bei pezzi (ricordo di avere molto gradito “Just Like Honey” e “Lullaby”), ci viene riproposta della pessima elettronica, allo stesso tempo alienante e fastidiosa, che si protrae, nostro malgrado, per tutta la durata del (lunghissimo) cambio palco.
Finalmente, si spengono le luci dietro al sipario, si fa buio anche nel locale, sentiamo delle note orchestrali che ci ricordano l’intro di Hidden. Ci siamo. Si scopre il palco, i quattro si presentano un un po’ disordinatamente e noto subito, con disappunto, la mancanza dell’ensemble di ottoni e legni, che in alcune date precedenti aveva accompagnato il gruppo. Parte la base di "We Want War", che, forse, viene tirata troppo per le lunghe, per permettere a Jack Barnett di prepararsi alla chitarra. Poi, ecco i primi colpi di batteria: la potenza di suono è quella giusta, ma il brano non incide, passa quasi inosservato, e Jack alla voce è terribilmente sottotono; sul momento attribuisco la colpa di tutto ciò ad un setting dei volumi scadente ma, purtroppo, la situazione non migliora con le tracce successive. La tastierista che sostituisce Sophie Sleigh-Johnson (dal palco non danno spiegazioni, ma non è lei lì a suonare) ha la vitalità di una mummia, e si limita a qualche nota sporadica e poco convinta. Dopo 4-5 pezzi, invece, le carenze vocali e sceniche del frontman diventano evidenti: no, non erano i cattivi volumi, proprio non sembra avere voce da tirar fuori, e le movenze del suo corpo gracile di certo non lo aiutano a compensare qualche ingenuità canora o chitarristica di troppo. Inoltre, le pause tra un brano e l’altro sono gestite quasi comicamente, con eccessivi effetti di riverbero del microfono ed estemporanei esperimenti al mixer da parte di un Jack Barnett vagamente disorientato durante tutta la performance. Un po’ deluso dal procedere del live (penalizzato anche da una scaletta, forse, poco azzeccata), ed in particolare dal duo voce-tastiera, mi concentro sulla coppia ritmica, composta da Thomas Hein e dal fratello di Jack, George Barnett. Fortunatamente, spostare l’attenzione su di loro mi regala grandi soddisfazioni: sono come due macchine perfettamente coordinate, non mostrano mai segni di stanchezza o cedimento, suonano con potenza, concentrazione e trasporto. George, alla batteria, riesce a farmi amare ogni combinazione di colpi cassa + tom, mentre Thomas è in continuo movimento tra la workstation e il set di percussioni (tra le quali figurano anche delle suggestive catene), e dà l’impressione di essere la vera anima propulsiva del gruppo, almeno in sede live. Il concerto procede così, in una atmosfera fredda e di distanza, nella quale “Attack Music”, “Drum Courts-Where Corals Lie” e “White Chords” sono i pezzi che più riescono a mantenere la carica e la pienezza di suono che hanno su disco (voce a parte) salvando un’esibizione altrimenti troppo spesso incolore. I puritani chiudono con “Elvis”, sulla quale il pubblico (che in maggioranza sembrava apprezzare di più le reminiscenze punk del primo album Beat Pyramid che non il ricercato misticismo di Hidden) si risveglia da una generalizzata staticità.
Dispiace dovere esprimere un giudizio alquanto negativo sulla prova dei These New Puritans, soprattutto alla luce della qualità del loro lavoro in studio. Hidden è un disco meraviglioso, un enorme salto di qualità rispetto all’esordio, e oltre a collocarsi di certo tra i migliori dell’anno in corso, probabilmente sarà preso a riferimento da molti artisti in cerca di nuove ispirazioni. Nonostante ciò, non mi può riuscire di difendere più di tanto una band che si è nel complesso mostrata acerba nell’approccio al live, considerando la scelta dei suoni e l’arrangiamento, la tecnica vocale e la tenuta del palco. Auguriamoci che imparino in fretta: una band così fenomenale in studio, ma non all’altezza delle aspettative nelle esibizioni dal vivo, sarebbe davvero un peccato.
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