L
o spirito dei luoghi non sempre è un bene facile da preservare. La Casa 139 riesce, malgrado tutto, a non svendersi e a mantenere una sorta di statuto di alterità che le conferisce, se non un fascino unico, sicuramente un’atmosfera particolare. Quando sono venuto a sapere che gli Shearwater avrebbero suonato proprio qui, lo

ammetto, non ho potuto fare altro che rallegrarmene; certamente un palco più ampio e un impianto migliore avrebbero potuto giovare alla performance finale, ma quello che la location riesce a dare in termini di sensazioni e di storia, in qualche modo, bilancia l’equazione e ristabilisce anche un’idea di sensatezza.
Con il successore (
The Golden Archipelago) di quello che dalla critica (e da noi) è ritenuto uno dei dischi più genuini, onesti e commoventi degli ultimi anni, Rook, gli Shearwater erano chiamati a mostrare al pubblico italiano, per la prima volta, le loro abilità in sede live. Abilità diverse da narcisismi triti o da alternativismi tanto barocchi quanto da aggiornare, diverse da una ricerca del perturbante in senso decadentista e, al contrario, vicine e simili ad un’immagine della vita come ad un qualcosa di affine al canto di un cigno o ad una qualunque forma marina made in Canada, sebbene sia il Texas l’impanatura culturale che riveste i membri della band. A tal proposito, gli sforzi immaginifici del sottoscritto, prima del concerto e sul concerto, erano stati tutti rivolti verso un’accoglienza musicale di tipo strettamente personale, dove alle note della band avrebbe dovuto rispondere una sorta di silenzio estatico, ma anche sottilmente triste e solitario; invece, a concerto in corso e, successivamente, terminato, non ho potuto che realizzare che l’attitudine degli Shearwater in sede live si discosta percettibilmente dalla pratica dell’ascolto casalingo: il pubblico pare cercarsi continuamente, attraverso uno scambio di sguardi e di espressioni che creano un intreccio interessantissimo di sensazioni ed emozioni.

Nella pioggia sonora, delicata e, solo raramente, forte, i sentimenti si sono sparsi fra la gente, serpeggiando da persona a persona, rivelandosi una volta come attenzione e immersione panica con la musica, un’altra come distratta posa al bancone del bar, mentre i riflessi di un bicchiere mezzo pieno induriscono i muscoli dell’una o dell’altra bottiglia. Le canzoni, poi, si perdono, non si riconoscono se non per essere subito dimenticate, come per riscoprirle di nuovo poco dopo, con quello stupore misto ad artificio che si respira al termine di un brano, all’inizio del seguente.
Rook è la pietra che brilla di più nel magma ordinato e asciutto del locale; The Golden Archipelago è un compagno nuovo, ma che ancora deve rivelarsi fedele nella notte più difficile; Palo Santo è una foto in bianco e nero, con tutte le sue promesse mantenute o meno. Ad ogni brano pare quasi accordarsi un colore, come se le pareti rivivessero la passione di quelle note che, alla fine, non trovano pace nemmeno nella parte finale della parabola che va dagli strumenti alle orecchie e poi al cuore degli ascoltatori: il pubblico reagisce, ma senza volontà. È infatti la dispersione uno degli intoppi probabili di un concerto del genere, perché io mi volto e mi perdo già, come se la magia fosse, in fondo, solo un’opera di concentrazione, una sorta di coinvolgimento globale che va dalle spalle agli occhi e che non contempla traiettorie diverse. Gli scontri umani che mi e ci trovano protagonisti, schiacciati da un soffitto tanto basso quanto aperto al sogno di alcuni, non fanno altro che rimandarmi ad altre esperienze, come se attraverso le note di alcuni si possa risalire, lungo il fiume Lete, verso la musica di altri. E così eccomi a rivivere concerti di anni passati, a bere da altre melodie e a sentirmi circondato da un insieme di voci che solo raramente si presentano come Jonathan Meiburg. Quando, sporadicamente, mi accorgo di essere proprio a quel concerto e in quel posto preciso, una sorta di malinconia mi coglie già, pensando a tutto ciò a cui una musica del genere può essere stata di compagnia, di passaggio o di mezzo; ma tutto questo senza piangere, perché non c’è lo spazio per le

lacrime, in un locale completamente pieno di sospiri, dove anche i più insignificanti gesti - oh bellezza dell’arte! - possono assumere e assumono una portata non universale, ma senza dubbio fondamentale per il clima creatosi.
O forse tutto è stata una grande maledizione, dove gli egoismi hanno semplicemente posto maschere falsamente amichevoli sui volti dei presenti, mentre nel profondo dell’animo nemmeno la musica così marina e terrestre della band è riuscita a farci sentire almeno una volta meno Giacomo, meno Cristiano, meno Manuel... Meno noi stessi.
Ho stretto la mano ad un amico, o forse non l’ho fatto davvero, o forse l’ho stretta ad un amico pensando fosse un altro, ma poco cambia, perché tutto cambiava e il concerto si è consumato nel battito d’un’ala di uno di quegli uccelli che riempiono la copertina e l’immaginario degli Shearwater.
Come Max Ernst, anche io, per una volta nella vita, mi sono sentito fatto di penne e ali.
Ma volare non è per l’uomo.
live report di Giacomo Colombo, fotografie di Cristiano Marinelli