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Tetro e narcotico, l'esordio su LP delle sorelle Thurlow strizza l'occhiolino al meglio del rock a tinte dark degli ultimi anni e non solo: ecco il debutto dell'anno secondo la stampa inglese.
Solo rose e fiori intorno alla più trasognata Beach House: Bloom è il più bel disco uscito in questa primavera...
"I negozi di dischi non ti salvano la vita, ma possono renderla migliore" (Nick Hornby)
Torna una delle band simbolo del rock psichedelico con un disco profondo e sinfonico, in cui J. Spaceman canta per la salvezza di J. Pierce...
L'artista di Brooklyn ci racconta il suo Dispossession, un disco d'altri tempi che abbraccia i mostri sacri del rock senza mai risultare datato.
“Amsterdam was a great surprise to me. I had always thought of Venice as the city of canals; it had never entered my mind that I should find similar conditions in a Dutch town” J. W. Johnson
“Things don’t happen spontaneously” è forse la frase più significativa pronunciata nel film-documentario I Am Trying to Break Your Heart, a sottolineare quanto travaglio comportò la gestazione di quest’album in particolare tra mille confronti, prove infinite e tanto materiale scartato e buttato via.
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Io mi sono divertito, lo ammetto. Ho avuto dei momenti di cedimento durante le canzoni non presenti sul disco, su tutte “You Still Love Him”, perché non conoscere una canzone di un gruppo del genere significa quasi pagarla cara; ma alla fine si sopravvive lo stesso. Anche la cover dei Talking Heads un po’ spezza il ritmo, perché le ragazzine la smettono di cantare e saltare, e io non so più, fisicamente, che pesci prendere. Poi però, sulle note di “Unfinished Business” vedo un lupo di mare con rughe scolpite dal Bernini che allunga una mano su una spalla di una teeeeen. Mi preparo al peggio, mi prefiguro difensore della nuova different class e… e scopro essere il padre della ragazza l’accompagnatore, imposto, della serata Amiche + pater familias. Un po’ l’atmosfera si riscatta, perché rialzo la testa e mi focalizzo sul bassista, che a vederlo in faccia mi pare proprio un grande bugiardo, con tanto di catenella e di magliettabruttissimaatintaunitacheadunconcertononpuoimettere, dai! Si soprassiede e ammicco ad un amico.
Mi ricordo di non essere solo e di risposta mi arrivano quasi i capelli di un altro compare di gita in faccia. Ringrazio il Signore che mi ha fatto alto (e bello) e mi diletto nell’arte magica della visione del concerto attraverso il classicissimo movimento del pendolo per scansare il gigante che, guarda caso, si è messo davanti a me: ho successo, infatti se ne va poco tempo dopo, credendo che un bis non fosse in scaletta. E invece si. Mi guardo attorno, cerco un amico che si chiama Guido, e non lo trovo. Di un’altra amica, nemmeno una traccia. La musica riparte e finisce poi con la conclusiva “Death”. Ammetto di essermi toccato almeno una volta durante il ritornello, forse non volutamente. Mi entusiasmo e apro gli occhi davanti alle luci bellissime, accecanti quel che basta per darmi un senso di spaesamento che apprezzo e che mi porta via, all’uscita, dove la pioggia mi aspetta ancora, o forse no. Molti comprano il cd della band, e fanno bene. Altri comprano un servizio da thè, con tanto di tovaglietta, e fanno bene.