na band (storica) e il suo pubblico. Raramente un concerto può suscitare una coesione fra artista e ascoltatore tale da creare quel muro umano-sonoro che i Motorpsycho sono riusciti a far accadere, capitare, esistere al Live di Trezzo sull'Adda, e più in generale durante questo tour tutto in festa, per celebrare i 20 anni di (grande) attività. I dubbi di tutti, molto banalmente, vengono spazzati subito via nel momento in cui il trio norvegese sale sul palco: l'attesa è grande e la gente pare assumere un atteggiamento maturo, come se non si fosse ad un concerto qualsiasi, di un gruppo come tanti.
No, ecco la differenza: il pubblico dei Motorpsycho è fatto da persone che quasi necessariamente hanno maturato una relazione di vero amore con la band, tale da far calare un'atmosfera non diremo magica, ma forse più vera che mai. Fin dalle prime canzoni (basti pensare a "Wishing Well" o a "Greener") si capisce che quella che si ha davanti è una band solida, matura, che ha evoluto il suo suono e il suo atteggiamento lungo i vent'anni della sua esistenza, smussando gli angoli, rimescolando le carte e ridefinendosi sempre con quella continuità/alterità tipica delle forme più autentiche di artisticità. I suoni sembrano esserci e il concerto decolla, con la performance del batterista Kenneth Kapstad che lascia tutti mozzafiato e increduli per il pathos e l'energia spesi nel suo lavorio costante e mai troppo barocco dietro le pelli, mentre le note scorrono e scorrono, inseguendosi, inciampando su se stesse, rialzandosi verticalmente con impennate sonore in cui l'emozione più vera sgorga e sgorga ancora verso un crescendo diritto, incessante. Le similarità con un concerto post-rock finiscono qui, perché qui è l'elemento psichedelico che prevale, come in una "577" o nella finale "The Golden Core", dove realmente il muro di suono formato da una (una) chitarra, da un basso e da una batteria creano momenti che solo rarissimamente vengono toccati anche dagli stessi campioni del post-rock, che dei crescendo e delle corde tirate fanno il proprio cavallo di battaglia. Non è normale la musica dei Motorpsycho, perché anche fra qualche stecca vocale perdonata per insufficienza di prove di reato, l'incedere di una musica così umana e calda non è qualcosa di naturale, di rintracciabile come elemento in più sessioni diverse, non è riproducibile: la vittoria del trio di Trondheim sta proprio nel calore impresso ai loro strumenti, da veri conoscitori dei mezzi e delle forme, sempre avanti e senza paura alcuna di regalarci anche canzoni appena sfornate, come una "Cornucopia", che probabilmente trova la sua vera dimensione nella veste live.
I

l pubblico poi, rimane sempre caldo, vivo, attento: è un'audience colta, perché per cogliere una musica così cruda e autentica ci si deve dimenticare del resto, delle mode che passano. La ieraticità statuaria dei tre sul palco riflette un atteggiamento verso il pubblico di simmetrico rispetto, di compassione quasi, poiché a quel calore del pubblico risponde una bollente cascata di inventività e dinamismo che ripaga e dà più di quello che riceve, mentre canzone dopo canzone l'atmosfera cresce senza cali, senza noia.
Si respira l'aria di un grande evento; si pensa alle persone che non sono presenti al concerto; si pensa con la mente alle esperienze dei viaggi più lontani, mentre davanti e ai lati la musica incede, continua, senza soste, mentre dentro se stessi tutto va per cerchi e per immagini, mentre la poesia d'una nota mista, sporcata dalla batteria, mai sola in uno spazio vuoto, ci tocca e ci fa crescere con le corde della chitarra e del basso a dettare un palpito dell'anima. Parole forse poco rock, poco raw, ma forse capaci di rispecchiare quello che accade dietro al palco e quindi in noi.
Quella dei Motorpsycho è musica rock, rock vero, che vive dal vivo, che porta se stessa al di fuori dei confini del vinile, facendola spaziare tridimensionalmente in un mix di calore, energia, umanità: rock.
Giù il cappello.
Foto di Cristiano Marinelli