Entrato nel locale, i miei dubbi vengono presto fugati: piazzandomi praticamente davanti al palco, mi ritrovo ad origliare dietro di me un diciottenne che parla di Japan,
Bauhaus e Sakamoto: sono davvero nel posto giusto!
Appena il tempo di voltarmi ed entra il gruppo spalla, tali Gliss, un trio americano con la tipica formazione basso-batteria-chitarra, amante dei riverberi infiniti del noise più
spaziale. La loro breve apparizione trascorre piacevolmente, segnalandosi soprattutto per l'interscambio perpetuo di strumenti tra i membri della band: in particolare il cantante, specie quando evita il falsetto, riesce a cimentarsi con tutta la strumentazione a disposizione.
Usciti di scena i Gliss, pochi minuti di attesa e nel buio pesto del locale entrano di prepotenza i cinque Horrors. Vestiti di nero, con i capelli scombinati se non volutamente ridicoli (il bassista), vengono accompagnati da una magistrale coltre di synth mistici: è l’introduzione di “Mirror’s Image”, primo dei pezzi proposti. La gente impazzisce, urla, si dimena: difficile immaginare quanto un solo gesto psicotico di Badwan, mentre declama i versi
“Draw Strenght, Walk on Into the Night", riesca nel mandare in delirio l’intera folla. Se il cantante sembra un assatanato, per contro, Von Grimm (il vero artefice del sound) suona la chitarra in stato di trance, senza mai sollevarsi i capelli dagli occhi, mentre Furse, Webb e Coe assecondano le manie sadiche del leader.
L’attacco di “Three Decades” è un colpo al cuore per le prime file, che esultano inebriate dall’alcool, mentre, poco dopo, la breve “Primary Colours” (per chi scrive il pezzo migliore in studio) fa salire i primi brividi lungo la mia schiena.
Il set presentato dagli Horrors è breve, incalzante, da delirio allucinato e ben incarna lo spirito dei loro dischi. L’esecuzione è elementare, senza digressioni sui generis: su “I Can’t Control Myself” e, ancor di più, su “New Ice Age”, potente come mi aspettavo, la gente inizia il pogo più selvaggio. Vedendo ballonzolare la gente come un fiume in piena, Badwan frusta il filo del suo microfono con occhi spiritati, sfidando il pubblico a prenderlo con sé: sembra quasi di ritrovarsi nel bel mezzo di una corrida.
“I Only Think of You”, suonata appena dopo “Scarlet Fields”, concede un attimo di respiro, e durante i suoi estenuanti 7 minuti, il pubblico si trasforma in una massa di zombie in processione, ma già con ”Whole New Day” (il nuovo singolo), il lato animalesco torna prepotentemente in auge.
Alla fine, passando per “Who Can Say” e “Do You Remember”, e concludendo sulle note di “Sea Within a Sea”, portata in estasi dal finale impeccabile di synth, la band riesce a proporre tutto Primary Colours, senza concedersi un momento di pausa.
Come su disco, i pezzi sono bilanciati tra follia punk e depravazione dark, tra shoegaze e garage, confermando gli Horrors come una delle band più originali del momento, nonostante i soli due dischi all’attivo.
Mentre i nostri se ne escono dal palco, vengo assalito da un dubbio: possibile non propongano nulla da Strange House?
Il

tempo solo di pensarlo e nel buio del locale fanno di nuovo capolino le ombre dei cinque Horrors, ancor più allucinati per il loro personale bis: un mix devastante dei migliori pezzi del loro esordio discografico: “Gloves”, “Count in Fives” e, in particolare “Sheena Is a Parasite” fanno scattare una miccia, tanto negli occhi di Badwan (sempre più maniacali) che nei nervi del pubblico.
Comincia il delirio: come topi davanti al formaggio, la folla si muove senza senno, e in questo frangente, succedono alcuni tra i momenti più esilaranti della serata: una ragazza, visibilmente ubriaca (sembrava un vecchietto sperso al parco), sale sul palco accanto a Badwan, che di tutta risposta la rispedisce in malo modo tra la folla, confermando la sua mania psicotica. Il tempo di sorridere e strillare per l’ultima volta “Sheena Is a Parasite” e, purtroppo, gli Horrors scompaiono nuovamente, stavolta senza tornare sul palco.
Tiro dunque un respiro di sollievo, scrollando gli arti: il concerto è davvero terminato, e oltre alla dose pantagruelica di adrenalina e di dolori muscolari post-pogo, posso uscire dal locale con un bagaglio di emozioni che non aspettavo.
Certo, la band ha eseguito il proprio compitino senza eccellere, il pubblico era quello che era e l’acustica era accettabile ma non perfetta, eppure anche con questi scarsi ingredienti è andato in scena un evento dalla potenza devastante, difficile da dimenticare per chi l'ha vissuto. Comunque sia, gli Horrors non possono che migliorare nelle esibizioni dal vivo, vista la loro giovane età e il fervore innato di Badwan, forse uno dei pochi istrioni in ambito indie, insieme al raffinato
Patrick Wolf.
Poco fuori dal locale, incontro un ragazzino di mia conoscenza che mi saluta chiedendomi cosa ci facessi a un concerto simile; ecco, me ne ritorno a casa assalito da un dubbio: esistono dunque adolescenti con buoni gusti musicali o devo semplicemente accettare il fatto che ormai sono vecchio?