uando si spengono le luci, il chiasso che ha accompagnato l'ora di attesa e il lentissimo gremirsi del teatro della Pergola è di colpo sparito. Un gesto di civiltà italiana che ci ha stupito quanto il silenzio del minuto di raccoglimento negli stadi, la domenica appena successiva al terremoto in Abruzzo. Qualcosa non quadra: la band è già sul palco, la musica ha avuto subito inizio, e tutti ascoltano in religiosa quiete, pure gli Americani presenti, che durante lo show si riveleranno via via sempre più calorosi.
La sciarpa che ho comprato alla bancarella non può che essere un divertente omaggio a quella del Liverpool - sì, la squadra di calcio - perché recita il motto: "You'll Never
Rock Alone", con un inverosimile gagliardetto dei Wilco di Chicago ai lati della scritta. Penso di essere il solo ad averla comprata, invece più mi guardo attorno, più ne scorgo intorno ai colli di ragazzi di tutte le età, irriducibili cinquantenni compresi. Ma qui non siamo mica allo stadio. Vicino a noi del Panopticon ci sono due coppiette. Una ci sorride e maledice col pensiero quando si rende conto che la nostra posizione offre una migliore visuale del palco, l'altra si siede piuttosto spaesata. Forse non sa che quello che sta per iniziare è un concerto rock, e magari considerato lo sfarzo della location, avrà pensato di trovarsi a chissà quale altro spettacolo.
Non fanno in tempo a scrosciare i primi applausi per "Sunken Treasure" che parte l'arpeggio di "Company in My Back", da A Ghost Is Born. Un po' a sorpresa a dire il vero, perché ci aspettiamo una "Wilco (the Song)" che poi non è mai arrivata. Strano. Per il nostro giubilo, saranno ben sei invece i brani dal disco del fantasmino, fra i quali anche quella "Muzzle of Bees" che abbiamo selezionato qualche settimana prima nel modulo richieste del sito ufficiale della band. A fine concerto, forse perché tutto così perfetto, siamo davvero convinti che l'abbiano fatta per accontentarci.

Visti da vicino, i Wilco hanno delle acconciature davvero improbabili. Forse l'unico con un taglio di capelli interessante è Pat Sansone, che da bravo polistrumentista si muove con disinvoltura fra chitarre elettriche, tastiere, sintetizzatori e tamburelli. Un funambolo dalle pose da T-Rex. Quando si sposta in seconda battuta, raggiunge Glenn Kotche alla batteria - elegantissimo nelle sue posture, e ovviamente ultraefficace - e più in là il tastierista Mikael Jorgensen, che pur di non passare per
quello tranquillo, arriverà a dare pugni ad un cuscino per tirare fuori suoni dal suo strumento. Già, perché davanti a lui Nels Cline ne sta combinando di tutti i colori. Si siede e ondeggia il capo mentre suona lo slide, da consumato bluesman americano, si alza e salta col rischio di uscire dai suoi stivaloni mentre esegue una delle famigerate code noise della band. Non è mai pesante, neanche quando si lascia andare in parti soliste prolungate; non vuole mica coinvolgere i fan di Steve Vai! Perché Nels, sempre proverbialmente assurdo nel look, conquista tutti comunque: l'appassionato dell'assolo chilometrico e il post-rocker snobista, e sa farsi da parte al momento giusto, anche per un semplice accompagnamento di contorno, come in "Jesus Etc.", in cui a cantare tocca al pubblico:
"Jesus don't cry, you can rely on me honey" ... e gli Americani che fino a quel momento sono sembrati più freddi dei Siberiani, ardono di calore umano. Una ragazza biondissima si avvicina al palco nel bel mezzo di una canzone lasciando per terra una lettera per Jeff. Succede anche questo al Teatro della Pergola,
è ancora possibile tutto questo, ci diciamo mentre commentiamo sempre più stupefatti quanto sta avvenendo di fronte ai nostri occhi.

Tra i pezzi nuovi, una menzione particolare la merita senz'altro "Bull Black Nova", coi suoi intrecci alla
Marquee Moon e il suo crescendo vorticoso. A nostro parere, non è solo uno dei brani più riusciti dell'ultimo disco, ma di tutta la discografia del buon Tweedy. A proposito, per chi si è preoccupato, Jeff è in forma, ma davvero. Sembra veramente felice mentre fa quello che fa, accanto a cinque amici che suonano le sue canzoni con una passione che francamente, nella nostra carriera concertistica, di rado abbiamo incontrato. I Wilco non usano schermate, effetti speciali, videomessaggi e fuochi d'artificio. No, il loro spettacolo sono le canzoni e come le suonano. Sono loro 6 lo show, prendere o lasciare. E quando vedi il
tuo Jeff Tweedy, magari quello di "At Least That's What You Said", gettarsi a capofitto nell'interpretazione di una delle tue preferite, con la sua diavoletto che se ne va per la tangente, non puoi fare a meno di seguirlo, applaudirlo, incitarlo, come stessi rivolgendoti ad un rugbysta lanciato da lontanissimo alla meta. E allora torna buona quella sciarpa, perché è proprio vero che
you'll never rock alone.
Altri highlight del concerto sono i pezzi pescati da Yankee Hotel Foxtrot, il capolavoro forse più universalmente riconosciuto, per non parlare di una riuscitissima "You Are My Face" dal più recente Sky Blue Sky, e la sempre clamorosa "Via Chicago", che entusiasma facilmente i connazionali presenti al solo citare la città americana, volta dopo volta durante i versi. Se basta così poco, ci figuriamo quanto hanno gioito per il resto... Tanto che quando usciamo, ascoltiamo un ragazzo americano raccontare al telefono: " 'twas fucking unbelievable!"
Peccato per la mancanza di una band di supporto, ma due ore e venti minuti di Wilco hanno saziato abbondantemente tutti i presenti. Anzi, qualcuno se l'è svignata anche prima; per esempio la coppietta accanto a noi, che all'inizio del secondo encore ha definitivamente lasciato il teatro, forse per il troppo rumore...
Ma state a casa la prossima volta, se non sapete dove vi trovate. Andate a mangiare una pizza e state contenti. Al contrario, gli altri due fidanzatini, entusiasti della performance, si sono alzati durante "Spiders (Kidsmoke)" per avvicinarsi assieme ad altri fan più calorosi ai bordi del palco. Lui s'è tolto la felpa, mostrando fiero la maglietta dei
Pixies. Lei ha cantato "Heavy Metal Drummer" come fosse davvero innamorata del batterista di una band scandinava di metallo pesante, o forse e più probabilmente, del formidabile Glenn Kotche. In caso, lui sarà stato meno geloso.