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o Smeraldo meneghino accoglie stasera fra i suoi purpurei panneggi, i peccati di una delle voci più suadenti del cantautorato d’oltreoceano, Tori Amos.
Alle 21:30, un’algida luce turchese ricopre silente il Bosendorfer al centro del palco.
Matt Chamberlain e Jon Evans tagliano il nastro alla serata introducendo la Rossa sulle note di "Give", opening track sfarzosamente trip hop dell’ultimissimo Abnormally Actratted to Sin.
Profusasi prima nell’usuale inchino al pubblico, noto ai fedelissimi, la Nostra volta le spalle facendosi ammirare in tutta la sua eterea beltà, una Madonna contemporanea prossima alla perdizione: lung’abito color carta da zucchero, leggins bianco-perla satinati e zatteroni blu cobalto da Mi-Sex d’alto rango. La nota chioma ramata risplende con esuberanza nell’aerea tutt’attorno.
Le doti canore della Amos, dopo la sbiadita parentesi del tour duemilasette, sembrano aver riacquistato in parte lo sfarzo dei tempi d’oro. Il timbro vocale risulta comunque più cupo e sommesso rispetto agli esordi, ma ben si adatta all’interpretazione di brani come il successivo "Body and Soul", pezzo fortemente energico ed inedito nel panorama della cantautrice, contenuto nell’album American Doll Posse.
Le splendide "Cornflake Girl", "Little Amsterdam" e "Girl" racchiudono il teatro in una cangiante bolla di sapone e restituiscono la sensualità di un’artista che si denuda facendosi solleticare da note cucitele addosso.
Ammicca al pubblico, corteggia la prima fila, scivola elegante fra i tasti del suo amato sposo.
Alterna ballads, come la nuovissima "Flavour" dai toni acuti e l’intensissima "Putting the Damage On", a momenti sonori più corposi, le strabilianti "Space Dog" e "Take to the Sky", il cui ritmo incalzante risveglia dal torpore due fanciulli della prima fila che iniziano a dimenarsi davanti ad un incredulo buttafuori quattrocchi.
"Bells for her" va ad incorniciare elegantemente questa prima carrellata di nostalgiche atmosfere impreziosite dalle intriganti sonorità del nuovo nato in casa Amos.
Batteria e basso si dileguano poi nel buio fra luci camaleontiche e drappi da mille e una notte, e lasciano Tori ad un pubblico ammaliato da un nugolo di stelle proiettate all’infinito.
La scritta Lizard Lounge sul velluto delle quinte promette incontri ravvicinati con la Rossa e lacrime in abundantia.
Nella breve parentesi Solo Piano, vengo riproposte "Yes, Anastasia", in cui il lirismo della Amos tocca il suo apice nella serata e "Winter", la cui esecuzione, invece, risulta addirittura caricaturale, con la cantautrice che porta quasi all’eccesso il mood nostalgico e strappalacrime del brano stesso; una sorta di ruffianata tirata per le lunghe, insomma.
Con un'inaspettata "Pandora's Aquarium", la Perla di Newton richiama a sè i fedelissimi "groovedude brothers" al basso e alla batteria, dando inizio ad una sfilata di hits dalle movenze pindariche.
"Curtain Call", estrapolata dall'ultimo lavoro, e "Talula" precedono l'epica "Precious Things", sulle cui note gli adepti delle prime file sobbalzano sui seggiolini incartapecoriti e si radunano galvanizzati ai piedi della Regina.
Uno Smeraldo in visibilio accompagna le pirotecnie vocali della Rossa che, sul crescendo dell'inedita "Strong Black Vine", inizia a fare quasi handbanging improvvisando un finale esplosivo a base di suggestivi "motherfucker", ornati qua e là da quantità oneste di argenteo sudore.
Un ovvio boato da parte del pubblico reclama la Goddess of Rock mentre si dilegua velocemente dietro le quinte per un colpo di spazzola e una manciata di ossigeno.
L'encore non si fa attendere. Tori, mai sazia, corre verso l'amato Bos ed inizia ad ancheggiare a tempo di musica.
Gli ultimi due brani sono un omaggio alle sue American Doll Posse. Su un tappeto ritmico di basso e batteria, parte una speziatissima "Bouncing off Clouds", mentre il finale è tutto per "Big Wheel", il singolone american-country apripista all'album del duemilasettte.
Il pubblico entusiasta, tra una spinta e l'altra, si accalca furiosamente sotto al palco per poter afferrare, a conclusione di tutto, l’ipnotica Divina.
Tori ringrazia con le mani incrociate sul cuore, afferra dita sconosciute e svanisce, sempre correndo, fra la magia del vellutato Smeraldo.
L'eterna chanteuse spiazza ancora una volta per grinta ed impareggiabile estro, ma delude forse per l'inusuale tiepidezza con cui, da qualche anno a questa parte, si rapporta al pubblico durante i suoi live. In oltre due ore di concerto, solo un flebile ringraziamento per i suoi Devoti venuti da ogni parte d’Italia e del mondo.
La fulgida spontaneità inoltre, caratteristica di ogni live della Amos, viene ormai smussata dal bisogno più grande di voler seguire un canovaccio poco flessibile, che va a limitare l’improvvisazione e il desiderio di giocare con la sua musica attraverso un’incredibile versatilità.
Voce comunque incantevole e setlist per tutti i gusti (nessun accenno, ahimè, al meraviglioso Scarlet's Walk).
Ci si augura non sia l’ennesimo “last tour” della Rossa.
La sottoscritta è già alle prese con gesti scaramantici davvero poco estetici.