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Ufabulum
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A Sleep & a Forgettin
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Transverse Temp...
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Patrick Watson
Adventures in...
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Eternal Summers
The Dawn of...
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The Flaming Lips
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Foreign Body
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Guano Padano
2
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From the Memory...
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WoraWoraWashington
Radical Bending
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Il Triangolo
Tutte le canzoni
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Piombo, polvere...
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Giardini di Mirò
Good Luck
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Foxhound
Concordia
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Werner / Oil
Tries to Be Water
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Tries to Be Water
E
le mie orecchie riprendono il loro corretto funzionamento dopo 2 giorni. Questo è il lascito dei Dinosaur Jr in concerto al Musicdrome di Milano. Il trio, che tanto ha dato al rock, unendo stili diversi e amalgamandoli tra loro con rumore e melanconia sonica , e a cui gente come i Nirvana dissero “Grazie”, ritorna nel capoluogo lombardo a distanza di poco più di un anno dall’ultimo live. Lì avevamo lasciati nel 2008 con un album, Beyond, che ne annunciava la reunion dopo lo scisma a inizi anni ’90, e con una serie di ottime performance live-massacra-timpani, come da loro tradizione. Ora i Dinosauri sono tornati: 2009, esce Farm e dall’università del Massachusetts tre professori affermano che per i grandi rettili l’estinzione è ancora lontana.
Arriviamo alle 21.30 spaccate per l’inizio della performance di Bob Corn che apre la serata: non sappiamo chi sia e ce lo vogliamo gustare. Purtroppo continueremo a non conoscerlo perchè al Musicdrome hanno deciso di non rispettare gli orari indicati sul sito... Il cantautore era all’ultima canzone, c’era già molta gente e non si è capito sia successo, ma mi è sembrato che stesse suonando in acustico, senza alcuna amplificazione.

Riusciamo a piazzarci abbastanza vicini al palco e, alle 22 circa, dopo gli ultimi ritocchi tecnici e fonici, salgono sul palco i Dinosaur Jr. La gente urla, ma loro sembrano molto freddi, sopratutto il cantante-chitarrista J Mascis, che sistema l’accordatura alla sua Fender senza scomporsi. Ha la faccia distrutta, il classico volto di chi si è appena alzato dopo una notte dall’alto tasso alcolico. Ma non è affatto così. Preme sul pedale della distorsione e si inizia il concerto. I tre ragazzi mettono subito le cose in chiaro: si vuole far casino.

E tanto! I volumi sono micidiali. I primi due secondi sono stati per tutti i presenti come una serie di sberle in manrovescio: non si capisce nulla, un muro di distorsione avanza per il locale e stordisce tutti quanti. Il fonico d’istinto riesce a contenere i danni, ribilanciando nuovamente volumi e toni per rendere tutto più comprensibile, ma non si azzarda minimamente ad abbassare i decibel. Finita la prima canzone, “Out There”, la gente è incredula: neanche un “grazie”, nessun gesto di gratitudine al pubblico che esplode in un boato davanti a loro. Il gruppo sembra freddo (ancora attriti tra Mascis e Barlow?), J Macis riaccorda lo strumento a testa bassa e poi inizia a giocare con il Wa-Wa sotto il suo piede. La gente non capisce, finchè ad un certo punto parte “Over it”. Si scatena il pogo alla nostra destra. il popolo del Musicdrome è bello caldo. Il pogo non ha un minimo segno di arresto: mi giro verso il mio amico in lotta con la massa di gente che lo spinge, mi volto di nuovo e lui scompare risucchiato dalla massa di corpi in movimento. Lo rivedrò solo a fine serata...
Purtroppo dalla posizione in cui mi trovo i suoni non sono il massimo, forse perchè ho di fronte a me J Macis circondato da tre colonne diverse di Marshall che spingono come non mai? Anche il bassista non scherza, con i suoi due amplificatori per basso dietro alla schiena e la sua distorsione bella granulosa che va a martellare sulle orecchie, dove gli assoli di chitarra lasciano spazio. Murph, il batterista, pesta, ragazzi se pesta quella batteria! Siamo solo alla quinta canzone e la bacchetta nella sua mano destra si rompe. Tra la grancassa e il tom ci sono incastrati altri legni di riserva; lancia via quella rotta per prenderne un’altra, ma sono incastrate. Tira con forza per disincagliarne una e intanto suona con una sola mano, senza neanche farlo pesare ( e senza farlo notare a livello ritmico). Estratta la bacchetta nuova riprende con forza, forse troppa... ritornello, qualche battuta e anche quella si biforca in punta: anche lei fa un quadruplo salto mortale verso il retro del palco per lasciare posto alla terza bacchetta della canzone.
Sono passati solo 40 minuti dall’inizio del concerto e io non ce la faccio più a rimanere a sette metri dagli ampli di Mascis. Decido di spostarmi più indietro, un’ ottima scelta perchè inizio ad apprezzare di più i suoni: il fonico sta facendo un buon lavoro per tenere a bada quello che i tre sul palco producono! Dalla posizione arretrata si riesce a cogliere la singolare voce di Mascis, che da vicino al palco non sentivo quasi per nulla. I tre sono veramente sorprendenti: batterista e bassista si comportano ancora come teenager nel loro garage di casa. L’unico a distinguersi è J Mascis che rimane nel suo cantuccio, con i suoi capelli lunghi bianchi e una maglietta con stampato l’arcangelo Gabriele (!!). Canta chiudendo gli occhi e non interagisce con nessuno, mentre tra le sue mani scorrono quelle loro semplici (ma sempre azzeccate!) melodie, rumori, e anche i soli. Non parla con il pubblico, lascia tutto in mano a Barlow (il quale canta anche alcune canzoni, come “Imagination Blind”).
Mi gusto l’ultima parte del concerto da una posizione rialzata. Di fianco a me un uomo con i tappi alle orecchie: “Che fighetta”, penso tra me. Solo fuori dal Musicdrome capisco la sua saggia scelta, quando attorno a me il mondo mi avvolge con nubi di rumore e fruscii metallici...
Ritornano sul palco per due volte. Chiudono presentandosi per l’ultima canzone con il bassista che indossa una testa di gomma gigante. “Fuck you, Milano, fuck you!”, grida al microfono e concludono con “Feel the pain”, prima di abbassare e spegnere definitivamente per la serata gli amplificatori. Il pubblico esplode, è estasiato: ci si aspettava una grande esibizione e sul palco si sono impegnati per soddisfare le richieste di gente esigente. I Dinosaur Jr hanno dimostrato che i loro pezzi, anche se hanno vent’anni, suonano ancora brillanti e che la band non ha la minima intenzione di mollare: non è ancora tempo di vedere fossili nei musei, la specie continua a preservarsi.



Guido Re

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