S
esto al Reghena è un comune di 6 mila anime a pochi minuti da Portogruaro, in provincia di Pordenone.

Se questo ancora non vi aiuta a localizzare la piccola cittadina in stile medievale vi basti sapere che per raggiungerla è necessario attraversare vari paesaggi di natura agreste, spingendosi fino al confine tra Veneto e Friuli Venezia Giulia. Eppure anche una realtà così piccola e isolata è in grado di organizzare delle manifestazioni degne del loro nome. È il caso di Sexto ‘Nplugged –
Quando il luogo determina la musica, un festival atto proprio ad esaltare il suggestivo centro storico di Sesto proponendo degli eventi unici ed inediti per gli stessi artisti, chiamati a parteciparvi staccando le spine e portando sul palco i propri strumenti acustici. La manifestazione, che nei tre anni passati aveva già dimostrato di essere in grado di reclutare importanti nomi della scena sia italiana che internazionale, quest’estate ci ha regalato un concerto acustico di uno degli artisti più chiacchierati degli ultimi anni. Quindi grande attesa per l’ennesima trasformazione di Patrick Wolf, il quale ha potuto mettere in luce il suo talento spogliandosi della sua componente elettrica ed elettronica, in un classico concerto unplugged.
Lo spettacolo si svolge in Piazza Castello, con la splendida cornice dell’Abbazia di S. Maria in Sylvis, il tutto illuminato da luci soffuse che amplificano la bellezza del fiabesco centro storico. Nonostante sia chiaramente Wolf l’attrazione principale della serata, è bene spendere qualche riga per il primo gruppo che calcherà il palco, i Cranes.

Il gruppo inglese, infatti, oltre ad essersi formati quando Patrick imparava a muovere i suoi primi passi, letteralmente, conta ancora parecchi estimatori tra il pubblico. La voce delicata di Alison Shaw riporta in vita il loro inquieto e sognante modo di essere, riproponendo in chiave acustica alcuni brani dell’ultimo album, l’omonimo uscito nel 2008. Alison sembra nascondersi dietro i capelli, quasi intimorita dall’imponente torre dell’orologio che sovrasta il palco, ringrazia con voce flebile anche dopo l’esecuzione dei brani più acclamati provenienti dal loro maggior successo (Forever, uscito nel 1993), disco che li aveva portati tra le fila della corrente gothic e del dream pop. Qualcuno qui è solo per loro, qualcun altro non li conosce affatto ma si fa scaldare dall’entusiasmo di chi applaude con forza almeno il vecchio repertorio, l’impressione che lasciano dopo quasi un’ora di esibizione è comunque quella di una grande alchimia che lega i cinque musicisti, degna conseguenza anche dell’esperienza pluridecennale che li accompagna.

Patrick Wolf scende la scalinata dell’abbazia incappucciato e coperto da un lungo cappotto nero, raggiunge il palco e si siede dietro al pianoforte circondato da un applauso scrosciante. L'aria subito si riempie delle sue note, diventa palpabile la tensione di poter finalmente sentire la voce del Lupo che, stupendo tutti, inizia a cantare in italiano “Che farò senza Euridice?”, un’aria di Gluck tratta dall’opera Orfeo ed Euridice, per poi ritornare sui suoi passi intonando “Enchanted”. Solo con la successiva “Wolf Song” entra in campo anche l’unica artista che gli fa da accompagnamento, la violinista Victoria Sutherland, e lo spettacolo inizia davvero a prendere una scia d’incanto. Patrick in realtà si destreggia anche tra diversi strumenti a corde oltre che al piano: imbraccia prima il suo violino per un’esecuzione di “Pigeon Song” davvero magica e poi la chitarra per una “Wind in the Wires” molto toccante. Sembra quasi strano riascoltare soprattutto le nuove canzoni, spogliate di qualsiasi orpello ritmico e riprese qui da questa strumentazione così minimale, ma allo stesso tempo così suggestiva. E' bizzarro ascoltare “Hard Times” o “The Bachelor”, entrambe appaiono come nuove canzoni che vivono di vita propria. L’estasi viene raggiunta con una quasi irriconoscibile “Paris”, nel suo interminabile “C
ome to joy..it’s down to you”, con la classica “Augustine” che non stanca mai a grande richiesta del pubblico, e con un’inattesa “Hyperballad” da brividi, seguita da spettatori visibilmente commossi che trattengono il respiro per non perdere una sola nota. Il pubblico è molto eterogeno, composto sia da giovani che seguono il Lupo dagli esordi, da fan che lo emulano a partire dall’acconciatura fino alle bretelle che tengono i calzoni, e da anziani e famiglie del paese attirati da un evento fuori dalla loro porta di casa. Ogni brano viene ascoltato in religioso silenzio, quasi a non voler interrompere quell’intenso flusso di coscienza proveniente dalla voce, mai così in primo piano, di Wolf, in un rispetto non solo verso l’artista ma verso il luogo circostante. Anche Patrick sceglie di dar totalmente spazio alla sua musica, ci lascia la consapevolezza di assistere ad una performance che mette a nudo tutto il talento di uno degli artisti più creativi dell’ultimo decennio, togliendogli ogni fronzolo, ogni glitter colorato stampato sul viso; anche lui preferisce regalarci un concerto più unico che raro, dal sapore incantato come le leggende racchiuse dentro quella torre che segna la mezzanotte passata. Con ciascuno di noi scambia solo poche, timide parole (perché è troppo sobrio, dice).