C'
è sempre un buon motivo per partecipare allo Sherwood Festival. Organizzato da una radio ormai considerata storica per la voce alternativa veneta, Radio Sherwood - emittente libera nata nel 1976 che raccoglie movimenti e sperimentazioni culturali da ormai 30 anni - il festival è arrivato alla sua quindicesima edizione in quel di Padova. E quest’anno nel cartellone dell’evento, della durata complessiva di un mese tra metà giugno e metà luglio, compare anche il nome di un super ospite internazionale, udite udite ecco il ritorno dei Prodigy, nella loro unica data nel Nord Italia.

Quando ho comunicato agli amici la mia intenzione di andare a vedere il gruppo britannico molti di loro hanno sgranato gli occhi, mentre i più educati mi hanno fatto notare come i Prodigy fossero in realtà un gruppo che andava la pena vedere forse 10 anni fa. Non mi faccio spaventare, in fondo 10 e più anni fa ho vissuto di prima persona la loro esplosione, nel bene e nel male, dal disgusto verso la trasgressiva e rozza figura di Keith Flint, al fascino verso questa musica così diversa, prepotente e violenta. Non vedo perché allora dovrei farmi mancare un concerto di un’icona anni novanta.
Parto con calma, convinta ma non troppo, verso Padova pensando già all’abbondante quarto d’ora che avrei dovuto impiegare alla ricerca di un parcheggio selvaggio. Così è, infatti, e già mentre sono alla cassa sento il roboante inizio di “World’s On Fire”; poco male, penso, tanto l’ultimo lavoro dei Prodigy,
Invaders Must Die, non mi ha assolutamente entusiasmato. Poi finalmente entro nel grande parco dello Stadio Euganeo, ma ci metto qualche minuto a capire veramente cosa sta succedendo e la reale portata dell’evento: quello che vedo davanti ai miei occhi è una smisurata distesa di gente che balla con le braccia alzate, senza guardare realmente il palco ma piuttosto un punto indistinto davanti o sopra a sè. Come se ce ne fosse bisogno (non sono nemmeno le dieci di sera ma fa caldo come fossero ancora le sei del pomeriggio) la temperatura si alza ulteriormente appena tutti riconoscono le prime note di “Breathe”, accolta con urla sgraziate e allucinate da tutti i “guerrieri” presenti. Dal palco partono delle luci strobo accecanti e lo Stadio Euganeo si trasforma in un immenso rave, tutti ballano e gridano seguendo il ritmo della musica mentre degli idranti iniziano ad annaffiare la folla accaldatissima. Solo nel finale dubstep di “Breathe” le luci si uniformano e riesco a scorgere Maxim e Flint, quest’ultimo in lucidi pantaloni aderenti rossi, che corrono lungo ogni centimetro di palco; entrambi sembrano in ottima forma mantenendo le loro voci e la loro aggressività per tutta la durata della performance. La setlist procede a gran velocità, con pause di respiro tagliate al minimo per non far calare un’atmosfera che si stava facendo quasi insopportabilmente bollente; anche l’interazione col pubblico tra un brano e l’altro viene ridotta all’osso, mentre viene data priorità solo a quella di rito all’interno degli stessi brani, giusto per incitare ulteriormente tutti gli
Italian Warriors, così come vengono chiamati da Flint. Mi ritrovo ad acclamare una “Omen” che sembra buttar giù qualsiasi barriera del suono seguita subito da alcune delle colonne portanti di Music for the Jilted Generation, “Their Law” e “Poison”.

Ma la battaglia non sembra trovare pace ed è davvero difficile riuscire a respirare e ragionare durante “Firestarter”. I Prodigy non sembrano dar tregua, la temperatura è ormai soffocante, la folla è completamente stordita dal volume altissimo e dalle luci accecanti, tutti continuano a muoversi come in preda ad un’ipnosi di tecno e sudore. Solo a mente fredda e lucida mi ritrovo a riconoscere la potenza e l’ottima resa dei brani dell’ultimo lavoro, di certo il pubblico in trance si è trovato ad accogliere “Invaders Must Die” e “Take Me to the Hospital” quasi con lo stesso entusiasmo riservato ad una “Smack My Bitch Up”. Nota dolente/sollievo di un live così prosciugante e tirato è stata la durata limitata del tutto: un’ora e mezza comprese pause e bis che sembra volata, non senza qualche effetto collaterale sulla salute fisica dell’immenso rave. Qualche brano in scaletta, poi, è forse stato penalizzato da questa breve durata, è il caso ad esempio di “Voodoo People” che, tirato all’estrema velocità, è finito davvero sul più bello. Tra le vette della performance, invece, sono da annoverare un’imponente e pesantissima “Diesel Power” ed una mirabolante “Out Of Space”, scelta come chiusura di un concerto fisicamente devastante.
Cerco di farmi largo tra la folla appiccicaticcia per riprendermi uno spazio vitale, da una parte c’è il pensiero insistente di un live che pare essere finito troppo presto e da un altro c’è la consapevolezza di non riuscire nemmeno a reggersi in piedi, ora che non son più sorretta dalla folla brulicante. Ci vuole ancora qualche minuto prima di riprendere completamente fiato, mentre davanti a me viene trasportato ancora qualcuno dei
Warriors delle prime file, pronto per passare la nottata dal campo di battaglia al più vicino ospedale.