C
ome da svariati anni a questa parte, eccoci di nuovo a Ferrara, che in estate aggiunge al suo essere una bella e vivace cittadina universitaria il prestigio di eventi musicali di primissimo piano. Tocca stavolta ad Animal Colelctive e TV on the Radio, i primi destinati a lasciare il segno sull'annata corrente con il loro ottimo Merriweather Post Pavilion, i secondi reduci dal meritato successo di Dear Science (2008), full-length questo, per quanto "solamente" il terzo, responsabile della definitiva consacrazione a esponenti di punta della scena indie-rock.

Nonostante uno sporadico, illusorio venticello, il clima è ancora dannatamente caldo quando, poco dopo le 21.00, gli Animal Collective salgono sul palco. Chi si fosse aspettato di ritrovare dal vivo il maturo equilibrio tra tappeto sonoro e melodie vocali raggiunto nella loro ultima fatica in studio è destinato a rimanere deluso. Le scelte interpretative, la conca architettonica della pur splendida piazza Castello e, perchè no, la nostra posizione in quarta/quinta fila, forse troppo avanzata, danno come risultato una multicolore ma confusa amalgama che, se da un lato non basta ad oscurare il talento dei tre statunitensi, dall'altro penalizza drammaticamente la fruibilità dell'esibizione.
La setlist pesca equamente da passato prossimo e remoto. Riescono a distinguersi soprattutto le performance dei pezzi da Merriweather Post Pavilion ("Summertime Clothes" e "Daily Routine" su tutte), senz'altro più "a fuoco". Gli altri vengono riproposti con interpretazioni spesso rinnovate e sempre infarcite di qualche tocco di fantasia, risultando però più dilatati, anche temporalmente, rispetto agli originali (prova ne sia "Fireworks", comunque tra le più acclamate). La durata dell'esibizione è inaspettatamente elevata e supera l'ora e mezza: tanto, troppo. I saluti vengono accolti quasi con sollievo, eccezion fatta per una ristretta cerchia di fan oltranzisti. Il "Collettivo" non lascia il segno che avremmo sperato. Vedremo alla prossima occasione.

Passano venti, interminabili minuti e si volta pagina. Arrivano i nostri: t-shirt, blue jeans, informale camicia a quadri (per Tunde), sullo sfondo di una variopinta scenografia. Il palco si anima e con esso la folla antistante. Si parte con "Love Dog", intensa, impeccabile. Tunde e Kyp catalizzano gli sguardi mentre Dave Sitek resta rintanato nel suo cantuccio. Largo ai pezzi da Dear Science, rivisitati con spirito ancora più intriso di rock, scelta probabilmente obbligata se si pensa ai diversi mezzi a disposizione rispetto ad uno studio armato a dovere. Tra un'incalzante "DLZ", "Shout Me Out", "Red Dress", la cantatissima "Golden Age" e una "Crying" a dir poco outstanding, ce n'è per tutti i gusti.
Presenza scenica imponente, impatto sonoro soverchiante, dinamismo ed elevata capacità di coinvolgimento, tutto ciò che potreste aspettarvi da un live dei TV On The Radio non manca. Non mancano nemmeno anthems come "Wolf Like Me" e "Staring at the Sun" (in chiusura), con il pubblico inevitabilmente in delirio. "Family Tree", leggermente meno piena ed avvolgente rispetto alla versione su disco (così come "Halfway Home", che pure non risparmia nessuno), rappresenta l'unico momento di pausa. Completano l'opera "Province", "The Wrong Way" e "Young Liars" dall'omonimo EP d'esordio. Puntuali, precisi anche in dettagli come le seconde voci, i TV On The Radio si confermano animali da palcoscenico oltre che artisti di tutto rispetto. Suonano addirittura meno del loro gruppo di supporto ma appagano in ben altra maniera. Usciamo dalla piazza soddisfatti, sazi, con l'unica esigenza di riempire uno stomaco tanto vuoto quanto pieno è il suo equivalente musicale.
