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Polozov
Peace
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Jess & Crabbe
Bazzerk
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Subwave
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Luciano
Vagabundos
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Hobo
Iron Triangle
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Drake
Take Care
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A$AP Rocky
LiveLoveA$AP
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A Place to Bury
Strangers Onwards...
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Bright Moments
Natives
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Howler
America Give Up
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Pop. 1280
The Horror
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We Have Band
Ternion
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Earth
Angels of Darkness...
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Alcest
Les Voyages De L'Âme
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Les Voyages De L'Âme
Lamb of God
Resolution
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Resolution
Woods of Desolation
Torn Beyond Reason
Woods of Desolation
Torn Beyond Reason
Ed Laurie
Cathedral
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The Big Pink
Future This
The Big Pink
Future This
Abe Sada
The Motion of...
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Low-Fi
What We Are Is Secret
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What We Are Is Secret
Miriam Mellerin
Miriam Mellerin
Miriam Mellerin
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Above the Tree &
the E-Side Wild
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Farmer Sea
A Safe Place
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A Safe Place
Vittorio Cane
Palazzi
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Palazzi
Maria Antonietta
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Maria Antonietta
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AcomeandromedA
Occhio comanda colori
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Circo Fantasma
Playing with the Ghost
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I
l caldo ventilato che bacia il Regno Unito negli ultimi due mesi ha regalato la cornice perfetta al mio personale evento dell'anno. Parzialmente rovinato da un pubblico assolutamente non adatto a una musica tanto pop quanto intellettuale come quella dei Blur, ma ubriaconi e ignoranti si trovano ovunque, la band dell'Essex sfodera un carisma inappuntabile e regala una performance stellare ed indimenticabile, riproponendo tuttavia la stessa setlist del giorno precedente. Un vero peccato per chi magari aveva già preordinato le registrazioni delle due date dal sito ufficiale.
Prima di scendere nel dettaglio dell'esibizione dei Blur, voglio spendere qualche parola sui vari gruppi in apertura. Ottimi i Deerhoof, breve ed intenso lavoro alle due chitarre che appoggiano l'eccentrica vocalist Satomi Matsuzaki nei suoi stacchetti. Trenta minuti non sono sufficienti ad esplorare tutto il loro repertorio, ma bastano a confermarne la qualità troppo spesso sottovalutata.
Segue Florence Welch, con il suo progetto Florence and the Machine. Interessante la sua performance, gradita soprattutto dal punto di vista estetico dalla frangia maschile del pubblico. Troppo lunga, tuttavia, incentrata unicamente sulla sua voce che copre malamente la strumentazione d'accompagnamento. Le sue movenze, inoltre, ricordano fin troppo da vicino quelle di un folletto islandese senza il quale la Welch probabilmente mai avrebbe pensato di ornare di fiori il palco.
E' poi il turno di Amadou & Mariam, duo del Mali che personalmente aspettavo con molta curiosità. Il loro ultimo lavoro dello scorso anno, Welcome to Mali, è stato prodotto da Damon Albarn e la loro presenza ad Hyde Park non è quindi un caso. Assurdamente, il loro concerto viene brutalmente interrotto senza una spiegazione. Sono comunque riusciti a scuoterci dal caldo e trasportarci in Africa con pezzi ballabili, interpretati con grandissima classe e molta simpatia. Migliori opener della serata? Assolutamente, e con netto distacco dal resto.
Chiudono l'attesa i Vampire Weekend, accolti in malo modo dalle prime file (insulti, lanci di bottiglie). Io, al contrario, li ho trovati molto interessanti nel loro revival anni '60, divertente rilettura in chiave moderna dei Beach Boys con dell'afro-pop di contorno. Non ancora pronti ad affrontare un palco tutto loro, ma confido nella giovane età e vedremo al prossimo disco cosa sapranno fare.
Basta tergiversare ora, se siamo ad Hyde Park stasera lo siamo per i Blur, e alle 20:30 con il tramonto ancora in bella vista, un boato travolge il loro ingresso sul palco. Damon Albarn, Graham Coxon, Alex James e Dave Rowntree prendono posizione. Un veloce saluto, e le note di "She's So High" crescono nell'estasi generale, una rivolta vera e propria nelle prime file a cui nessun metallaro saprebbe resistere. E' il delirio, i Blur giocano in casa e si vede. Albarn fomenta la folla avvicinandosi più volte, e permettendomi di stringergli la mano mezzo commosso. Sembra un istruttore di fitness, faccio fatica a prendere atto della sua forma fisica con il ricordo del suo stato pietoso ai tempi dei The Good, the Bad and the Queen. Una presenza scenica perfetta, emozionante ed emozionata quella di Albarn, che coinvolge tutto Hyde Park saltando da una parte all'altra del palcoscenico. Coxon quella chitarra la fa volare altissimo: la mia stima era grandissima nei confronti di uno dei miei chitarristi preferiti tout court, ma dopo stasera non può che crescere a dismisura, mi riesce difficile togliergli gli occhi di dosso in diversi momenti. Alex James si prende la sua dose di sguardi salendo di tanto in tanto sugli amplificatori, e rivelandosi forse l'elemento con meno charme dei rinnovati Blur. La padronanza degli strumenti, sezione di fiati e coristi inclusi, è impeccabile, in particolare i Blur riescono a sfruttare ogni elemento grazie ad alcuni arrangiamenti particolarmente brillanti, come "Country House". L'unico visibilmente invecchiato appare Rowntree, anche se riesce a non perdere colpi per tutta la durata.
Incontenibili, i Blur infilano un inno dietro l'altro, trasformandolo con un piglio decisamente più rock e meno convenzionale di quanto magari appare la sua variante britpop. A "She's So High" segue "Girls and Boys", anche lei ripulita dagli orpelli elettronici, ma il mio primo, personale highlight arriva con la doppietta "Badhead/Beetlebum": due delle mie canzoni preferite del loro repertorio, con Albarn quasi in lacrime sulla prima, e Coxon in stato di grazia sulla seconda, scatenato mentre si rotola per terra sul finale: "Beetlebum" viene quasi rallentata nel suo incedere, ma il crescendo finale non lascia scampo. Con "Out of Time", da sottoscrivere fra le loro migliori di sempre, e "Trimm Trabb", la nota dolente: ci tocca uscire dalla seconda fila, non per problemi di salute ma semplicemente perché la security ci impedisce fin troppe volte di goderci il concerto come desideriamo. Ci reinseriamo leggermente più indietro, perdendo solo l'attacco di "Coffee & TV" che, a dire il vero, risulta l'unica sottotono della serata, nonostante la pur sempre ottima prestazione di Coxon. Con "Tender" Hyde Park risponde all'unisono, e nonostante la lunghezza del pezzo che dell'album 13 è fra quelli che apprezzo meno, dal vivo la resa è magnifica: un'unica voce si alza dal parco, un'eco diretto verso quella Luna che Albarn tra un pezzo e l'altro ci invita a guardare e salutare. "Country House" è una bomba, sapevo della sua sicura presenza ma avendo un debole per lei non vedevo l'ora. Fra tutti i nuovi arrangiamenti è sicuramente quella che ne ha giovato maggiormente, ne sono certo, e anche la gente intorno a me sembra concordare. Qui la voce mi ha abbandonato, aggiungo. I Blur proseguono infaticabili fino ad un altro momento indimenticabile: Phil Daniels sale sul palco, e si unisce alla band per una versione veloce, quasi punk, di Parklife. Impossibile seguirli, Albarn si getta contro Daniels sulle ultime note, cascando al suolo e rialzandosi fortunatamente incolume. Un vero ritorno agli anni che furono, un ritratto nella sua rinvigorita frenesia ancora più fedele alla cultura inglese che inquadra ironicamente. "End of a Century" e "To the End" conducono alla migliore prova in assoluto di Coxon della serata: "This is a Low". Quell'assolo non lo scorderò mai, a casa tutti i guitar hero per cortesia. Anche Albarn, James e Rowntree sembrano rendersene conto, e rifiniscono il pezzo dando il loro meglio.
Breve pausa, per loro e per noi, prima dei due encore. Mi stupisco nel vedere alcuni distratti ubriachi fradici dirigersi verso il chiosco per l'ennesima birra, ma distolgo l'attenzione alle grida delle prime file. Si riprende con "Popscene" e "Advert", che riscuotono meno successo di quanto mi aspettavo, e si arriva all'immancabile "Song 2". Non che abbia qualcosa contro di lei, ma vedere tutto Hyde Park esaltato per quello che in fondo è il pezzo minore della serata mi fa uno strano effetto. Con tutte le chicche che ci sono state finora, senza contare che all'interno della discografia dei Blur ce ne sono almeno altrettante, fatico a capire la reazione incontrollabile del pubblico per un pezzo sicuramente divertente e famoso, ma che non regge il confronto con il resto della setlist proposta stasera. Ho cantato pure io, intendiamoci, ma tanti attorno a me sembravano attendere solo "Song 2". A supporto della mia tesi, la successiva "Death of a Party": un capolavoro, tra le migliori dell'album da cui è tratta, viene accolta tiepidamente. Poco male, me la godo ipnotizzato e indisturbato. E' l'ennesima dimostrazione che l'omonimo album dei Blur non andrebbe preso sotto gamba quando ci si professa grandi esperti degli anni '90. "For Tomorrow" ci porta alla conclusione, che tutti ormai sanno essere la consolidata, ma non per questo meno bella, "The Universal". "It really could happen", canta Albarn, abbracciando non solo con lo sguardo tutto il parco con questo ultimo, meraviglioso saluto. Si vola altissimo, ancora verso la Luna, e purtroppo per l'ultima volta.
Un evento nel vero senso del termine, quello di stasera. I Blur tornano dopo dieci anni imponendosi sui fan di vecchi data e le nuove leve. Canada, Italia, Korea, Spagna: tutto il mondo sembra essersi riunito per questo tour inglese che sta raccogliendo consensi ad ogni tappa. E' un ritorno al britpop, quello vero, quello suonato dai suoi maestri, quello snobbato dagli irriducibili del grunge e del metal, quello che riempiva di gossip e scandali i giornali britannici. Siamo tutti ringiovaniti stasera, se Coxon non ha mentito possiamo aspettare con trepidazione il prossimo disco a nome Blur.



Set list

1. She's So High
2. Girls and Boys
3. Tracey Jacks
4. There's No Other Way
5. Jubilee
6. Badhead
7. Beetlebum
8. Out of Time
9. Trimm Trabb
10. Coffee and TV
11. Tender
12. Country House
13. Oily Water
14. Chemical World
15. Sunday Sunday
16. Parklife (with Phil Daniels)
17. End of a Century
18. To the End
19. This is a Low

Encore:
20. Popscene
21. Advert
22. Song 2

Encore 2:
23. Death of a Party
24. For Tomorrow
25. The Universal
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