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Fluxion
Traces
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Squarepusher
Ufabulum
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Vijay Iyer Trio
Accelerando
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Tord Gustavsen Qtet
The Well
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Desolate
Celestial Light Beings
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Rusko
Songs
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Geotope
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Bryter Layter
Two Lenses
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Light Asylum
Light Asylum
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Lissy Trullie
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Magic Wands
Aloha Moon
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Titolo
Islands
A Sleep & a Forgettin
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Jack White
Blunderbuss
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Blunderbuss
James Blackshaw
Love Is the Plan...
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Love Is the Plan...
See of Bees
Orangefarben
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Animal Collective
Transverse Temp...
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Patrick Watson
Adventures in...
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Eternal Summers
The Dawn of...
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The Flaming Lips
and Heady Fwends
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Mirrorring
Foreign Body
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Foreign Body
Guano Padano
2
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Above the Tree
From the Memory...
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WoraWoraWashington
Radical Bending
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Il Triangolo
Tutte le canzoni
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Il Pan Del Diavolo
Piombo, polvere...
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Piombo, polvere...
Giardini di Mirò
Good Luck
Giardini di Mirò
Good Luck
Foxhound
Concordia
Foxhound
Concordia
Werner / Oil
Tries to Be Water
Werner / Oil
Tries to Be Water
A
lla mezzanotte di sabato sera la gente alla moda si avvia a ricercare la serata perfetta dentro una discoteca che puzza di sudore e cocktail versato per terra. Ma questa sera al Vibra, invece, si vuole solamente tornare indietro all’anno 1977, o almeno è così che pensa la gente che si sta stipando sotto il palchetto del locale: giovani dark vestiti di pelle nera lucida e timidi uomini dai capelli bianchi con lo sguardo totalmente fisso sul palco, in attesa che escano i Wire. La serata si bilancia tra dark-wave e post-punk già dalla musica che esce dalla consolle, ed esplode con l’arrivo dei londinesi che hanno gettato i germi a quella corrente. Calcano il palco Colin Newman, Graham Lewis e Robert “Gotobed” Grey della formazione originale, mentre a cercare di compensare la grande assenza dello storico chitarrista Bruce Gilbert, ci pensa con pregevole successo Margaret Fiedler (già nei Moonshake, Laika e con PJ Harvey), impegnandosi anche a non cambiare mai espressione per tutta la durata dello show.
Il gruppo dimostra di possedere ancora una forma davvero eccezionale e di saper reggere ritmi incessanti e nevrotici. Forse la voce di Newman risente degli anni che passano e talvolta Gotobed si ritrova ad accelerare a suo piacimento durante l’esecuzione dei pezzi, ma sono solo brevi momenti, e soprattutto al pubblico le piccole imprecisioni non interessano affatto, in pieno spirito post-punk al fulmicotone. Ma, cosa ancora più importante, il calendario inizia a regredire molto più velocemente di quanto ci si potesse aspettare: nonostante il tour dei Wire abbia, infatti, l’intento di promuovere il loro ultimo lavoro, Object 47 uscito solo l’anno scorso, si arriva in maniera repentina al periodo ’77-’79, anni dai quali vengono pescate poche ma memorabili gemme appartenenti ai loro primi tre indimenticati album. I componenti della band catalizzano l’attenzione con la loro presenza scenica, mentre a volte si limitano semplicemente ad osservare il pubblico che si ammassa, spinge e acclama sotto il palco, pur senza diminuire di un briciolo l’intensità. È un concerto veloce, lapidario e senza soste, decisamente molto più potente rispetto a come me li ricordavo su disco. Tutto sommato i brani più recenti come Perspex Icon e One of Us sono talmente riarrangiati che quasi non sembrano sfigurare di fronte ai brani più sincopati del passato, e il pubblico le acclama (quasi) con lo stesso fragore che riserva a 106 Beats That, Mr.Suit, The 15th passando anche per Boiling Boy e Comet. Quello che caratterizza questi Wire, come quelli del passato, è la totale assenza di inutili fronzoli, a partire dalle poche parole scambiate tra loro e con il pubblico, al fragore che esce dalle loro chitarre. Anche quando i brani si appoggiano su un unico accordo ripetuto incessantemente la loro è (o è stata) comunque una sperimentazione sonora sottile ma di alto livello.
Molti sono i pezzi di Object 47, ma Newman e soci continuano ad alternare i loro salti nel passato. Arriva una Pink Flag completamente destrutturata e ricostruita in maniera più tagliente e ossessiva che fa estasiare i presenti con loop martellanti, Lowdown fa alzare un coro che tenta addirittura di coprire la voce di Colin, mentre nel secondo bis ci viene regalata una 12xU che fa tremare nel pogo tutto il locale.
Si esce con l’impressione di aver assistito ad un concerto enorme ed intensissimo, dopo un’ora e un quarto quando il respiro ritorna regolare. Aver potuto vedere i Wire con questa carica nonostante le rughe permette di non rimpiangere troppo il fatto di non aver vissuto in quegli anni di fermento musicale. E pensare che il loro ultimo passaggio italiano risale solamente all’anno scorso, quando al Torino Traffic Festival facevano da spalla ai Sex Pistols; chissà a che pensava tutta quella stragrande maggioranza di pubblico che era lì esclusivamente per vedere quel che resta di Rotten. Chissà se sapevano tutti che prima di lui sarebbe salito sul palco un pezzo di storia altrettanto importante, solo molto più elegante. Ma i Wire, alienanti come trent’anni fa, vanno avanti per la loro strada.
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