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    I Piano Magic arrivano all'anno duemilacinque seguendo un percorso per molti aspetti inverso al pionieristiso allontanamento dalle proprie radici artistiche, che Glen Johnson e soci paiono invece aver progressivamente canonizzato e reso parte fondamentale di un amalgama quantomai originale.

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Polozov
Peace
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Jess & Crabbe
Bazzerk
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Subwave
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Luciano
Vagabundos
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Hobo
Iron Triangle
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Drake
Take Care
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A$AP Rocky
LiveLoveA$AP
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A Place to Bury
Strangers Onwards...
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Bright Moments
Natives
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Howler
America Give Up
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Pop. 1280
The Horror
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We Have Band
Ternion
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Earth
Angels of Darkness...
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Alcest
Les Voyages De L'Âme
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Lamb of God
Resolution
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Woods of Desolation
Torn Beyond Reason
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Ed Laurie
Cathedral
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The Big Pink
Future This
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Abe Sada
The Motion of...
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Low-Fi
What We Are Is Secret
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Miriam Mellerin
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Above the Tree &
the E-Side Wild
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Farmer Sea
A Safe Place
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Vittorio Cane
Palazzi
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Maria Antonietta
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AcomeandromedA
Occhio comanda colori
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Circo Fantasma
Playing with the Ghost
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All'interno:
• Giorgio Diritti - L'uomo che verrà (2009)
• Clint Eastwood - Invictus (Invictus, 2009)
• Jacques Audiard - Il Profeta (Un Prophète, 2009)
• Radu Mihaileanu - Il Concerto (Le Concert, 2009)
• Martin Scorsese - Shutter Island (2010)


Giorgio Diritti - L'uomo che verrà (2009)

ImmagineÈ successo a Marzabotto, paese che "preferì ferro, fuoco e distruzioni piuttosto che cedere all'oppressore".
Occorrono davvero i sottotitoli per capirlo? No, crediamo di no. Le scene - forti e dolorose per lo spettatore, ma davvero emotivamente naturali per la squadra di attori, perlopiù sconosciuti al grande pubblico - raccontano tutto quel che è successo con nessun altro espediente che la verità. L'antico dialetto bolognese è dunque solo un ulteriore mezzo in direzione di quell'iper-realismo che Giorgio Diritti riesce a raggiungere risparmiando la sensazione della mattonata che cade in pieno capo. Martina ha più o meno 7 anni e ha smesso di parlare da quando le è morto fra le braccia il fratellino neonato. Ma sua madre ne sta attendendo un altro - simbolicamente il futuro e la speranza di rinascita - e andrà salvato da tutto quel che succederà. C'è chi vorrebbe spostarsi in città per campare come Cristo comanda, e chi invece fa il percorso inverso, rifugiandosi in campagna per scampare. Un film che andrebbe approfondito anche nei suoi aspetti di contorno: uno su tutti, la preghiera collettiva come momento di unione nella difficoltà e quindi la figura del prete di campagna, così diversa da quella aristocratica e lontana dalla gente dell'arcivescovo delle grandi città. Ma anche la divisione e l'intraprendenza (in questo caso dei partigiani), insita nel carattere italiano, che porta a fare le cose ognuno di testa propria, o quasi, causando poi danni ben più gravi alla comunità. Perché il messaggio del regista è anche questo: se i soldati tedeschi si sono macchiati di quelli che poi il diritto internazionale ha chiamato crimina iuris gentium, quelli italiani non sono stati immuni dal peccato. Il tutto avviene in un contesto che per i paesaggi rurali e il comun vivere quotidiano sembra prendere a modello l'iconografia del divisionismo di Segantini, mentre per le scene interne restano i mangiatori di patate di Van Gogh il riferimento più naturale nelle ambientazioni di Diritti. Forse solo le musiche non sono sempre all'altezza del racconto, ma il messaggio è talmente chiaro che non ci si fa neanche troppo caso. Verso la fine, nell'unica lenta scena di un film tutto sommato scorrevole, quasi non ci vogliamo arrendere all'idea di quel che sta per accadere. No, ci doveva essere una via di fuga, un passaggio, un qualcosa. O forse no, non c'era. Quei 1830 ringraziano. Vero. (D.S.)



Clint Eastwood - Invictus (Invictus, 2009)
ImmagineLa sceneggiatura di Invictus è stata scritta da Anthony Peckham, ispirato dal libro di John Carlin “The Human Factor: Nelson Mandela and the Game That Changed a Nation”. I protagonisti della vicenda sono Nelson Mandela (Morgan Freeman), appena eletto Presidente della Repubblica Sudafricana, e François Pienaar (Matt Damon), capitano della nazionale di rugby sudafricana. Dopo l’eccellente Gran Torino, Clint Eastwood si confronta ancora con il tema dello scontro razziale, ma questa volta decide di farlo uscendo dal recinto della provincia americana per narrare di un fatto storico che ha segnato la lotta all'apartheid. Il film narra della grande intuizione politica di Mandela di rendere gli Springboks elemento d'unione tra neri poveri e afrikaner ricchi. Entra in gioco il fattore umano e la grande personalità del Madiba Mandela che infonde quella sicurezza e quella forza che mancavano sia al contestato capitano François Pienaar sia al resto della nazionale sudafricana. Nel riproporre la finale del mondiale del 1995, Clint Eastwood si diverte a citare Fuga per la Vittoria e l'effetto è una forzatura verso l'epico che contrasta con i toni proposti fino a quel momento. Il film risulta scorrevole e leggero, ma non è mai toccante e mai appassionante. Eppure ci sono tutti gli estremi per commuovere quanto ha commosso Gran Torino. Il film cade sui dialoghi piatti e scontati, cade nella trattazione del tema dell’apartheid ripulito da ogni presa di posizione possibile, ma soprattutto cade nell’imbarazzante interpretazione di Matt Damon che senza carisma interpreta un leader come François Pienaar. Curiosità: nella pellicola è presente un piccolo errore. Nella prima parte del film gli uomini della scorta presidenziale preparano il viaggio di Mandela negli Stati Uniti e chiedono alla segretaria la cartella con l'agenda dei lavori; sul tavolo arriva la cartella del viaggio a Taiwan che Mandela farà nella seconda parte del film. Insufficiente. (A.A.)



Jacques Audiard - Il Profeta (Un Prophète, 2009)
Un Prophète, l’ultimo film di Jacques Audiard, Gran Premio della Giuria a Cannes 2009, non devia dal canovaccio classico del film dietro-le-sbarre. Come al solito, ancora più del solito, il regista francese prende un plot di originalità non eccessiva e lo domina con stile sicuro ed asciutto, puntando più sull’intensità recitativa dei suoi personaggi che sulla sorpresa narrativa. Come con il Mathieu Kassovitz di De battre mon coeur s'est arrêté ed il Vincent Cassell di Sur mes lèvres, anche nella prigione francese Audiard mostra la sua capacità di creare personaggi con modalità divina, cioè di plasmarli nella creta cinematografica per poi indietreggiare, rinunciando ad un controllo ossessivo da regista-burattinaio, piuttosto sedendosi a contemplare le sue intuizioni prender forma, con orgoglio ed apprensione. E così accade che i personaggi sembrino agire con naturalezza ed imprevedibilità, sfuggendo facili categorizzazioni etiche e morali, naturalmente rompicapi per lo spettatore, che fino a film avanzato tentenna tra simpatia e riprovazione, compassione e disprezzo. Ci troviamo ad essere noi stessi, gli spettatori, ingabbiati nella prigione di Audiard, ad osservare Malik, Arabo assoldato dai Corsi, con tanto d’omicidio commissionato a mò di rito d’iniziazione, farsi strada a fatica nelle routine e nelle eccezioni della vita in cattività, unico a scivolare trasversalmente tra le rigide divisioni etniche del carcere. La prigione per lui non è istituzionalizzazione, lento irrigidimento entro modalità di pensiero ingabbiate, quella sindrome da cattività temuta ed alla fine sconfitta da Morgan Freeman in un classico del genere, Le Ali della Libertà. La prigione per Malik, al contrario, è socializzazione, lento ingresso nei modi e costumi di una comunità tutto sommato speculare a quella dei cosidetti liberi, similmente attraversata da sofferenze e soddisfazioni, crudeltà e rispetto, similmente effimera, corrotta e ciecamente divisa.
Insomma un sofisticato, ma ennesimo, prison-movie? Si, e no. La particolarità del tocco di Audiard in effetti, più che nell’immergersi in uno stile particolare, sta nella trasversalità di un film sospeso a mezz’aria tra le prigione holliwoodiane e la diversità française. La potenza del film sta nella capacità di prendere un genere consumato e ri-proporlo con inusitata modernità, giostrando diversi registri attraverso un realismo a tratti crudo e sconvolgente, una fede assoluta nella macchina da presa, una recitazione sempre adeguata. Qua e là, come pennellate impressioniste, Audiard interpunta il flusso narrativo con intuizioni oniriche, telecamere in soggettiva con una sorta d’effetto-palpebra ad offuscare la visione, il corpo dell’assassinato, infiammato, che vive e parla con Malik a mò di demone custode, e ancora surreali, nonchè profetiche visioni di cervi in corsa per la strada. Come per le soggettive sonore di Sur mes lèvres, dove si giocava a confondere il volume del film e dell’apparecchio acustico della protagonista, si tratta anche qui d’incursioni improvvise nella psiche di personaggi e spettatori, momenti non di comprensione ma d’impressione, che incrinano e ricalibrano sottilmente la prospettiva, aprendo verso eterotopie distanti dallo squallore molesto della prigione, quanto basta per suggerire un’altro piano, narrativo ed emotivo. Questa capacità di accennare apparentemente senza sforzo all’altrove, supportata da un’ironia sottile e tagliente, è la chiave del talento di Audiard. La sua prigione è decisamente un posto dove val la pena passar due ore e mezza di pura soddisfazione cinefila. Evocativo. (Andrea Pavoni)



Radu Mihaileanu - Il Concerto (Le Concert, 2009)
Mentre pulisce la scrivania del direttore del Bolshoi, Andreï Filipov riceve un fax in arrivo da Parigi. È il celebre teatro del Châtelet che invita ufficialmente la prestigiosa ma decaduta orchestra russa a esibirsi nella capitale francese. Filipov è un direttore d'orchestra a cui anni prima, quando Brežnev era alla guida del Partito, è stata forzatamente tolta la bacchetta dalle mani, e la cui orchestra - composta principalmente di musicisti ebrei - ha da tempo appeso gli strumenti al chiodo. All'oscuro del vero direttore e tra raggiri, opere di convincimento e situazioni ben oltre il naturale senso di grottesco, Filipov riesce a portare la sua orchestra a Parigi, dove non mancheranno colpi di scena e assurdità. Al di là della spassosità non del tutto originale della trama - perché lo scambio di persona o di cose è un classico sin dai tempi dalla letteratura latina - quel che lascia il segno è la poetica di Radu Mihaileanu, che con un film sempre in bilico fra il demenziale e l'emotivo, riesce - mentre prende in giro tutti - a lasciare un messaggio di possibile convivenza fra culture diverse e spesso in contrapposizione fra loro, venendone a capo con un senso tragicomico invidiabile. Vecchi nostalgici del comunismo, ebrei yiddish, snobboni francesi, russi in miseria, rom e mediorientali: finiscono tutti nella rete del regista rumeno, così attento a tracciare profili in cui non contano tanto i difetti, ma le cose positive di questi popoli. Nel caso concreto, per mettere in piedi un'esibizione tanto improbabile quanto esaltante, quella del Concerto per Violino e Orchestra di Tchaikovsky, chiara metafora del rapporto di interdipendenza fra l'individuo e la comunità, nel più aristocratico dei teatri parigini. Fantastico, nel crescendo rossiniano degli ultimi minuti del film, l'incrocio di sguardi fra i personaggi di questa disavventura, che finalmente riescono a compiere qualcosa iniziato e dolorosamente interrotto molti anni prima. Si segnala la prova fornita dai due principali protagonisti, il direttore Aleksei Guskov e il primo violino Mélanie Laurent, già portata alla ribalta da Depardieu e Tarantino, che la considera la nuova Uma Thurman. La bellezza è evidente, il talento pure. Tradotto con grande cura e intelligenza anche in Italiano, Il Concerto è uno di quei film che fosse un mondo perfetto, vedremmo in tutti i cinema multisala. Caricaturale. (D.S.)



Martin Scorsese - Shutter Island (2010)
Tratto dal romanzo di Dennis Lehane L'Isola della Paura, Shutter Island è un thriller psicologico che vede protagonista un ottimo Leonardo Di Caprio che interpreta l'agente federale Teddy Daniels, accompagnato sull'isola dall'altro federale Chuck Aule (Mark Ruffalo). Sull'isola si trova il manicomio criminale di Ashecliffe dal quale è fuggita Rachel Solando. I due agenti federali si trovano ad indagare sulla misteriosa sparizione incontrando l'ostruzionismo dei medici e del personale della struttura, nonché una tempesta che li isola dalla terra ferma. In questo contesto, Teddy è tormentato da una strana emicrania e da ricorrenti sogni che evocano il suo passato e la sofferenza per la misteriosa perdita della moglie. Scorsese costruisce sapientemente un labirinto psicologico dove si perde l'orientamento e lo spettatore fatica da solo a riconoscere la strada che lo porta alla verità finale, pur ricevendo durante tutto il film numerosi segnali che in realtà spiazzano, confondendo ulteriormente le acque. È proprio questo tentativo di svelare tanto, forse troppo, che rende Shutter Island un film unico tra i thriller. La priorità di Scorsese non è la canonica corsa di un genere all'angoscia o all'ansia. L'obiettivo del regista italo-americano è raccontare i fantasmi generati dalla mente umana straziata dalle molteplici manifestazioni del male; iniziano così ad avere senso anche le immagini terribili della liberazione di Dachau. Gli orrori dell'esperienza nei campi di sterminio sono per Teddy, quello che il Vietnam è stato per Travis Bickle in Taxi Driver, una fabbrica di dolore e di violenza. Claustrofobico. (A.A.)
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