All'interno:
• Pete Docter & Bob Peterson - UP (2009)
• Michael Moore - Capitalism: A Love Story (2009)
• Michael Mann - Nemico pubblico (Public Enemies, 2009)
• Spike Jonze - Nel paese delle creature selvagge (Where the Wild Things Are, 2009)
• Terry Gilliam - Parnassus – L’uomo che Voleva Ingannare il Diavolo (The Imaginarium of Doctor Parnassus, 2009)
Pete Docter & Bob Peterson - UP (2009)

Duro il compito della Pixar dopo Wall-E, vero e proprio punto di non ritorno per l'animazione digitale tutta. Con UP i maghi del 3D seguono la scia del robot più amato dell'ultimo decennio affrontando in modo dolce, bambinesco eppure mai banale, vero punto di forza di Wall-E come di UP, un altro tema maturo, con cui anche il più giovane degli spettatori come il più vecchio deve venire a patti: la morte. La morte di una persona cara, in questo caso la moglie del vecchietto Carl Fredricksen, il cui ricordo attraverso oggetti e fotografie, flashback e nostalgia è la molla che fa scattare il viaggio della stramba coppia protagonista di questo lungometraggio animato. UP convince soprattutto nelle parti più poetiche, commuove nei silenzi degli album di famiglia, emoziona nel rapporto fra Carl e il piccolo Russell. Il contrasto fra il cocciuto vegliardo e lo sbadato apprendista scout viene incoraggiato dalla moltitudine di strampalati personaggi che i due incontreranno nel mezzo della loro impresa: vecchi esploratori impazziti, cani parlanti e altri strani animali non meglio identificati aiuteranno e ostacoleranno i nostri fino all'ultimo minuto. Lentamente, la poesia dei primi minuti lascia spazio ad un'avventura ricca di azione e inseguimenti, gag esilaranti e colpi di scena a più riprese, ricalcando lo stile Monsters & Co., primo lavoro del regista di UP Pete Docter, che ancora una volta riesce a coniugare la dolcezza di uno sguardo malinconico alla risata provocata dall'immancabile capitombolo.
UP non riesce a replicare i fasti di Wall-E, nonostante si sia gridato al capolavoro in più momenti in seguito alla sua uscita. Resta uno dei migliori prodotti Pixar, questo sì, e sicuramente è superiore a tante commedie e avventure sparse per le sale nel 2009.
Rocambolesco. (M.U.)
Michael Moore - Capitalism: A Love Story (2009)

Abbiamo imparato a conoscere Michael Moore e il suo modo di intendere il cinema, ovvero uno spazio democratico in cui il cittadino può denunciare gli squilibri sociali, le ingiustizie e, in fin dei conti, documentare una realtà spesso amara e grottesca. Proprio da qui riparte l'ultimo film, già visto a Venezia, parabola poco cristiana del capitalismo americano, dalle stelle alle stalle, o meglio dagli hotel a 5 stelle alle tende fuori dalle metropoli americane. Probabilmente lo spettatore sa già a cosa andare incontro nel momento in cui compra il biglietto per lo spettacolo, ma lo scarto fra attesa e realtà vive soprattutto nella scelta del regista di spingere su un aspetto più anti-istituzionale, dove alla denuncia spietata e spesso commuovente delle disparità sociali, Moore pare inneggiare, senza molti indugi, ad una sorta di nuovo associazionismo della
working class, in un dipinto del futuro a tinte catastrofiche e spesso rivoluzionarie. Esagerazioni o meno, il film illumina, coinvolge, ha un buon ritmo e interessa noi europei non indirettamente, con il suo essere sempre e comunque dalla parte della gente, con il suo alfabeto visivo fatto di archivi video e ironia spesso spinta (la gag con Gesù Cristo è un apice della pellicola).
A differenza degli accademici di Oslo, infine, Moore riserva qualche minuto ad Obama e quel che ne esce spazia da un soffuso sentore di speranza alla rassegnazione drastica che solo nella rivoluzione dal basso si possa trovare una qualche riscossa.
Si perde il senso di
film, forse, e anche la parola
documentario stona: abbiamo davanti un'opera di propaganda, un film sociale e politico.
Sta a voi farlo vostro o rifiutarlo, anche se Moore di certo non è un regista da eliminare facilmente dai propri pensieri, con un'altra manciata di pop-corn.
Deciso. (Gi.C)
Michael Mann - Nemico Pubblico (Public Enemies, 2009)
Boom Boom, Bang Bang!
Ecco il nuovo film sui cattivi, sui gangsters, sul lato affascinante e oscuro dei cattivi, l'ennesimo. La ricetta è sempre la stessa: nome di punta (perché ci vuole), alone di mistero sul personaggio, budget grasso e via. Ecce Depp, quindi, e con lui Bale, reduce da un Batman probabilmente più convincente del ruolo d'ispettore che si ritrova a dover interpretare, nella caccia aperta al famigerato criminale Dillinger, cappello a tesa larga e mitra, con completi alcaponiani e sguardo da inguaribile romantico. La pellicola gira e gira e la trama si dispiega con colpi di scena modesti, sparatorie modeste, battute modeste e storia modesta. Si, è un po' la fiera della mezza misura, perché in sé quello a cui si assiste altro non è che un grande collage che non trova mai una coesione narrativa capace di incanalare un messaggio veramente interessante. La storia del bullo e della pupa ormai ha stancato, dopo l'ultima interessante comparsata in American Gangster (forse ultimo film del genere capace di reggere degnamente il suo "ruolo"): le lacrime di lei e le pallottole di lui non sono sufficienti per smuovere un interesse autentico, per dirci qualcosa di saporito, per parlarci, per illuminarci. Un film spuntato, che non affascina, che non esalta la recitazione delle due stars, ma che finisce senza lasciare niente, e senza nemmeno farci sperare nel fatto che proprio questo fosse l'effetto ricercato. No, perché la solitudine di un gangster, o della sua pupa, o della malavita in generale, sono temi che, sinceramente, sono già stati dipinti così tante volte (e meglio) che il coloro nasce sbiadito.
Vecchio (Gi.C.)
Spike Jonze - Nel Paese delle Creature Selvagge (Where the Wild Things Are, 2009)
Jonze ha fatto film particolari, nemmeno tanti in realtà, ma tendenzialmente clamorosi. A partire da Essere John Malkovich fino ad arrivare a quel capolavoro compositivo di Adaptation (in italiano Il ladro di orchidee, un film bellissimo, da guardare), il cineasta ci ha abituato fin troppo bene per deluderci con questa nuova pellicola. Ma la realtà è che la delusione c'è eccome. C'è perché la storia non è affatto scontata (un ragazzo scappa di casa e trova in un mondo immaginario delle creature "mostruose" che lo adotteranno e lo aiuteranno a...), ma l'intreccio si apre in un susseguirsi di insignificanze. Povero Jonze, ha fatto un film orribile? Al contrario: il film risplende, scintilla, è molto indie, molto alternativo, suona spesso in modo eccellente con le note composte dalla Yeah Yeah Yeahs Karen O, ma non dà niente, se non per finta. Il lungometraggio ammicca sin dall'inizio ad una poetica delicata, sottile, onirica se vogliamo, quasi alla Gondry, ma si perde nel vuoto, lasciando allo spettatore un senso di assoluta inadeguatezza, come se l'opera non fosse riuscita come avrebbe dovuto, come se tutta la durata del film fosse andata persa, smarrita in sé stessa sterilmente, senza alcun pericolo di essere toccati da quella edificazione più o meno morale che il regista ammicca di volerci dare.
Un film che nasce ma non finisce perché sfiorisce e non rinvigorisce nella fase finale, dove anche il mostro con le strisce altro non ci fa ritrovare fra le mani che altro nulla. Sce-lta sbagliata Jonze, ti aspettiamo alla prossima, perché ti dobbiamo del credito passato.
Poco mostruoso (Gi.C.)
Terry Gilliam - Parnassus – L’uomo che Voleva Ingannare il Diavolo (The Imaginarium of Doctor Parnassus, 2009)

Comunque vada al botteghino, e per ora sta andando bene, Parnassus passerà alla storia come l’ultima interpretazione dello scomparso Heath Ledger, che pure non è riuscito a completare le riprese. La pellicola è un omaggio a Ledger, gli attori stessi hanno dovuto convincere Gilliam a portare a termine un progetto che sembrava destinato a sfociare in un nulla di fatto dopo il tragico evento; non a caso all’inizio dei titoli di coda si legge “A film from Heath Ledger and friends”. Questo Parnassus è anche un compendio della carriera del regista, un guardare indietro al percorso battuto finora non senza un senso di nostalgia. Nel vecchio Dottore si intravede chiaramente una maschera dello stesso Gilliam, nel film si trovano autocitazioni prese da tutta la filmografia del cineasta inglese. Il tema fondamentale poi, è di quelli cari all’ex Monthy Python: la fantasia non dev’essere soffocata dalla frenesia e dal grigiore della vita moderna, non si deve perdere il contatto con il proprio bambino interiore (a titolo informativo, l’altro motivo importante è quello dell’eterna scelta tra bene e male). La dipartita di Ledger viene aggirata in modo convincente con l’impiego di Johnny Depp, Jude Law e Colin Farrel per interpretare le scene “oltre lo specchio”, quelle che il buon Heath non ha fatto in tempo a girare, riuscendo a giustificare l’espediente in maniera plausibile sul piano della trama. Allora perché si rischia di uscire dalla sala non diremo delusi, ma quantomeno dubbiosi? La lavorazione nel complesso deve aver risentito dell’ovvia interruzione subita, perché si nota la mancanza di una visione d’insieme. Un film impregnato di nonsense, schizofrenico, raramente lineare e poco scorrevole, soprattutto nel primo tempo; tutte caratteristiche a cui Gilliam ci ha abituato fin da quel gioiello di Brazil, ma questa volta la follia del regista londinese d’adozione non sembra ben incanalata e paradossalmente lucida come nelle passate produzioni. E così il tutto diventa un po’ troppo eccessivo, il rischio noia è dietro l’angolo per qualche dialogo di troppo, per una narrazione divagante, non limpida. Il secondo tempo funziona a tratti e la bellezza visiva di diverse scene con tutta la nostra buona disposizione nei confronti di Gilliam non bastano ad elevare un prodotto non a fuoco.
Confuso (G.C.)