All'interno:
• Quentin Tarantino - Bastardi Senza Gloria (Inglourious Basterds, 2009)
• Richard Curtis - I Love Radio Rock (The Boat That Rocked, 2009)
• David Yates - Harry Potter e il Principe Mezzosangue (Harry Potter and the Half-Blood Prince, 2009)
• Giuseppe Tornatore – Baaria (2009)
Quentin Tarantino - Bastardi Senza Gloria (Inglourious Basterds, 2009)

Non tutti erano pronti a seguire di nuovo il re del pulp, non tutti erano felici degli ultimi lavori e non tutti quindi avevano alte aspettative per Inglourious Basterds. Con lo stupore ancora dipinto sul volto, non possiamo invece che promuovere senza nascondere la sorpresa quello che con tutta probabilita' e' il miglior Tarantino dai tempi di Pulp Fiction. Esagerato? Bastano gli ultimi cinque minuti di Inglourious Basterds per esserne certi, o i primi venti minuti per quel che vale. Quelli che hanno visto Quel maledetto treno blindato di Castellari possono anche dimenticarselo: se e' vero che Tarantino ha il vizio di invogliare al ripescaggio di film dimenticati da Dio, e' anche vero che ci vuole una bella dose di coraggio per apprezzare l'opera di Castellari, e questo vale anche per i numerosi che fingeranno di rivalutarlo dopo aver visto Inglourious Basterds. Tarantino si ispira liberamente al regista italiano, ma riscrive tutto, tornando alla stessa verve dei dialoghi dei suoi primi capolavori, ai personaggi memorabili e tratteggiati con classe senza eccessi visivi ridondanti. Le quasi tre ore di Inglourious Basterds scivolano lisce senza intoppi: Brad Pitt diverte e si diverte calcando un accento sud-americano assolutamente sarcastico, Eli Roth sfoga per l'ennesima volta la sua innata passione per la violenza, ed e' ottima anche Mélanie Laurent. Nessuno di loro, tuttavia, puo' ambire alla prova attoriale di Christoph Waltz, premiato a Cannes per la sua straordinaria interpretazione dello spietato colonnello tedesco.
L'azione e lo splatter sono contenuti e secondari rispetto al brillante intreccio narrativo, tanto che il vero punto di forza del film e' la tensione costante, palpabile in ogni scena, quasi non si vede l'ora che una sparatoria truculenta ci liberi finalmente da tanta ansia accumulata. Autoironico e citazionista come da consuetudine, il buon Quentin aggiorna il film di guerra, confezionandone uno dei migliori in assoluto fra quelli contemporanei. Proprio quando il pulp sembrava aver finito le munizioni, l'affilato coltello di Inglourious Basterds arriva a spargere un'ulteriore, sana dose di sangue.
Fenomenale (M.U.)
Richard Curtis - I Love Radio Rock (The Boat That Rocked, 2009)
La musica torna protagonista nel cinema con una certa regolarità. Documentari, biografie, commedie. Non sempre i risultati sono riusciti, la retorica è dietro l'angolo, e, nel caso delle commedie, anche una certa dose di banalità nel trattare l'argomento. I Love Radio Rock colpisce proprio da questo punto di vista. Richard Curtis, che di commedie ruffiane ma simpatiche se ne intende (Love Actually, Notting Hill), recupera uno spirito rock'n'roll ormai andato perso nella nostra generazione e trasporta lo spettatore nel magico mondo delle radio pirata che infestavano la fine degli anni '60. Con una leggerezza mai scontata, un'ironia assolutamente british e per niente volgare anche quando la gag è scollacciata, Curtis rivisita fatti realmente accaduti approfittando della pellicola per rilanciare il mezzo radio e un amore per la musica che si è disperso nell'etere. Il cast è perfettamente calato: da Philip Seymour Hoffman ormai a suo agio fra i vinili dopo il ruolo di Lester Bangs in Almost Famous, a Nick Frost negli improbabili panni di un DJ irresistibile per il gentil sesso, con Bill Nighy a dirigere l'allegra brigata sulla nave e un Kenneth Branagh istrionico e hitleriano. La colonna sonora evita i soliti grandi nomi che ci si aspetta quando si parla di anni '60, salvo qualche doverosa eccezione, e anzi probabilmente servirà a riscoprire artisti meno noti che in qualche modo hanno comunque fatto la storia di quell'epoca. Azzeccatissima la trovata delle copertine nei titoli di coda.
Nonostante l'immancabile storiella d'amore confezionata ad hoc non sia niente di nuovo per la scrittura di Curtis, il prevedibile finale si accoglie con sollievo. I Love Radio Rock intrattiene, diverte, commuove i nostalgici e gli appassionati di musica. Senza stravolgere la commedia musicale, I Love Radio Rock lascia gli spettatori con qualcosa di più di un buon film con una bella colonna sonora. Lascia il ricordo di una manciata di anni che hanno rivoluzionato anche la nostra storia, e lo lascia con un sorriso. Un film del genere dedicato al rock mancava da non so quanto tempo.
Vintage (M.U.)
David Yates - Harry Potter e il Principe Mezzosangue (Harry Potter and the Half-Blood Prince, 2009)

Incredibile! Ecco cosa mi sono detto uscendo dalla sala. Incredibile il modo in cui il regista David Yates e lo sceneggiatore Steve Kloves sono riusciti a trasformare quello che è forse il miglior libro della saga (sicuramente il mio preferito), nel peggiore dei sei film usciti finora. Intendiamoci, la trasposizione di un libro in film è operazione complessa perché si corre il pericolo di travisare significati, deludere fan intransigenti, e in caso di libri corposi come Il Principe Mezzosangue, si è costretti a scegliere gli episodi da rappresentare, con tutti i rischi che ciò comporta. Yates in 150 minuti riesce nell'altrettanto difficile impresa di soprassedere o trattare superficialmente tutte le vicende più interessanti, nonché cardine dell'intera epopea, quali gli Horcrux e i ricordi riguardanti Tom Riddle e la genesi di Voldemort (come se rappresentassero un orpello nella saga); fari puntati invece sulle frivolezze amorose da adolescenti in crisi d'identità, con l'aggravante del taglio scelto da Yates, da commediola romantica usa e getta, con qualche gag messa li per strappare un paio di risate in sala.
Tra le note positive sicuramente le prove attoriali dei tre protagonisti (Radcliffe, Grint e la splendida Watson) che mostrano i miglioramenti e l'affiatamento maturato in 8 anni di film assieme, e del resto del cast, che dopo l'acquisto del delizioso Jim Broadbent, vanta ormai tutti i migliori attori inglesi. Applausi anche per le sequenze con effetti speciali (clamorosa quella della grotta nella scogliera). Davvero troppo poco.
Così coloro che non hanno letto il libro si sono trovati di fronte a un Dawson's Creek, se possibile più infantile, corredato da pochi eventi della trama principale di Harry Potter, buttati sullo schermo senza logica e spiegazione, mentre chi ha letto lo scritto della Rowling ha dovuto ingoiare la frustrazione di vedere del materiale per un potenziale capolavoro fantasy, andare sprecato e banalizzato. Il peggio è che l'ultimo capitolo della saga, che sarà diviso in due film sarà ancora in mano a David Yates.
Deludente (G.C.)
Giuseppe Tornatore – Baaria (2009)
Giuseppe Tornatore, uno dei più famosi cineasti italiani d’oggi, alle prese con se stesso e con la sua terra: potremmo riassumere così, sbrigativamente, Baaria, il nuovo kolossal della Medusa. Ma non lo faremo, perché è giusto parlare chiaro e far capire, tanto brevemente quanto merita, che questo film altro non è che un grande pasticcio; anzi, il più grande della storia del nostro cinema.
Finanziato con milioni e milioni di euro, la pellicola muove dalla narrazione ristretta di un nucleo familiare fino alla rappresentazione integrale e spesso epicheggiante della storia d’Italia, passando dall’inizio del secolo XX a oggi, con gli occhi dello spettatore a inseguire le vicende di un bambino poi ragazzo e poi uomo, rincorso dalla Storia e, molto spesso, motore egli stesso della Grande Storia. Di una piccola Italia. Sì, perché il film altro non è che un grande spot pubblicitario, ben fatto, pieno di colori, profumato di pasta, pizza e mandolino (anche se l’ambientazione è sicula), con contadini che muoiono con la Commedia dantesca fra le mani: una grande farsa, un film-polipo che si muove concitato con i suoi plurimi tentacoli sempre tesi a toccare-raccontare quanto più possibile dell’Italia delle favole, dell’Italia dei produttori italo-americani a Hollywood, quella di certi piccoli despoti del giorno d’oggi. Anche la musica del maestro Morricone è capace di gettare lo spettatore in momenti di puro imbarazzo, a causa dell’estremo patetismo raggiunto in certe scene, pregne di pathos da pattumiera televisiva, quasi come un abbraccio malinconico in un programma di Maria De Filippi.
Non perdo altro tempo, perché non ne vale la pena. Non buttate via i soldi del biglietto: almeno al cinema, non perdiamo di vista chi siamo, non lasciamoci trasfigurare da operazioni commerciali dal sospetto odore di finto, di confezionato.
Allineato. (Gi.C.)