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The Horror
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Les Voyages De L'Âme
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Resolution
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Cathedral
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What We Are Is Secret
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Miriam Mellerin
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Above the Tree &
the E-Side Wild
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Farmer Sea
A Safe Place
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Circo Fantasma
Playing with the Ghost
Circo Fantasma
Playing with the Ghost
prolegomeni cinematografici ad un cineasta-distruttore.

Darren Aronofsky, o di Pi e del grande delirio
"I'm trying to understand our world. I don't deal with petty materialists like you."

Darren Aronofsky, che lo si voglia o no, è uno con cui si deve avere a che fare, prima o poi, qualora si decidesse di intraprendere un cammino lungo la storia del cinema, per lo meno quello degli ultimi vent'anni.
Ma, un momento: chi è Darren Aronofsky?
Il suddetto è principalmente un visionario; istituzionalmente, un cineasta. Per coloro che ancora non si fossero imbattuti in uno dei suoi quattro film, è il regista, in ordine cronologico, di: Pi - Il teorema del delirio; Requiem for a Dream; The Fountain e The Wrestler.
Parlare sulla rete di questo regista americano potrebbe risultare forse pleonastico, tenendo conto della fama mediatica, per lo meno fra la web culture, che il visionario di Brooklyn è riuscito a costruirsi praticamente ex nihilo, a partire dalla fine degli anni Novanta.
È appunto l'anno 1998 la data di inizio del fenomeno-Aronofsky, anno di uscita della sua prima pellicola, Pi, film realizzato quasi totalmente a livello amatoriale, con un budget limitatissimo (vi recita anche il padre...) e con un background di gavetta, ma di quella vera. Stroncato immediatamente dalle testate giornalistiche americane di punta, il film si afferma quasi istantaneamente come un film culto, per lo stile e le tematiche sviluppate dal regista.Matematica incline alla numerologia, misticismo gnoseologico ma, tuttavia, iper-razionalista, Kabbalah, fascinazioni per segni geometrici dal valore metafisico (la spirale, ad anticipare la versione per-versa giapponese di "Uzumaki") : un calderone, un grosso e grasso matrimonio celebrato in vesti nerd, ma legittimato da una regia autoriale, che non si accontenta di narrare una storia, quella di un matematico alla ricerca di un pattern omniesplicativo entro la Natura descrivibile in un linguaggio fanta-matematico (o, viceversa, un linguaggio matematico che venga finalmente compreso come lingua della Natura), ma che calca sullo stile per far cozzare lo spettatore con la ruvidezza del narrato e con la psiche più che instabile del protagonista, uno Sean Gullette più frenetico che mai nelle panni di uno scienziato più o meno pazzo recluso in una stanza-laboratorio che cita quella del dottor Frankenstein, datata 1931, anche solo per l'uso del bianco-nero, una delle marche più vistose del film. Un film, quindi, che vive in una tensione risolta quasi per miracolo: da una parte una materia narrativa esplosiva, spesso vicina al grottesco e all'ipertrofia; dall'altra una regia capace di limare le escrescenze della prima attraverso un uso della camera tanto innovativo quanto incline ad un'apertura alla leggerezza dei directors di videoclip, soprattutto di fine anni '90, per l'appunto.
Quello che rimane è un'opera d'inizio carriera che ha come primo merito e difetto l'esser tale, nella sua ingenuità tanto quanto nella sua novità: Aronofsky esiste, è completamente pazzo e sa dirigere.
Fosse solo per questi elementi, l'unicità del regista americano potrebbe anche essere messa in dubbio; ma, di pari passo con la sua entrata in scena, la pellicola presenta anche l'arma in più, lo scarto fra artista originale e genio differenzialmente compreso: la musica.
Musica + Aronofsky = Clint Mansell.
Chi è Clint Mansell? Sostanzialmente un rivoluzionario.
Amico di Aronofsky nonché compositore, il musicista si afferma, e non solo in Pi, anzi, come un innovatore dell'arte del soundtracking: per il debutto dell'amico Darren, Mansell stila una colonna sonora che comprende artisti appartenenti ad un underground musicale che inizia ad essere sdoganato dal sottosuolo in cui spesso si ritrova anche grazie alla ripresa entro altri contesti artistici: Aphex Twin, Autechre, Massive Attack, oltre a due composizioni manselliane sulla stessa lunghezza d'onda, vanno a constellare l'opera prima di Aronofsky con i loro ritmi acefali e industrial, a perfetto coronamento di un film che fa del humus underground la propria origine, e target, per lo meno inizialmente.


Requiem for a Dream, o del Nulla
"There's no hope for us here. There is only death."

È il 1998, quindi, e Aronofsky ha alle spalle un film con una sceneggiatura che sprizza voglia di narrare da tutti i pori; un bagaglio musicale ( con tanto di compositore personale) potenzialmente capace di destabilizzare di per sé un certo tipo di cinema; una cospicua schiera di fan-atici pronti ad essere sedotti da nuove teorie quantistiche o, perché no?, da derive di tipo massonico-browniane.
Passano due anni, é il 2000, e il regista americano é chiamato alla sua seconda prova: è l'anno di Requiem for a Dream, dall´omonimo racconto di Hubert Selby Jr..
"È quel film sulla droga!": fosse cosí semplice.
Per parlare di Requiem for a Dream è importante ricordarci che viene dopo Pi: dall'esordio, il regista deriva stile e linguaggio, e questo film fa del linguaggio il proprio centro: lo screen si spezza in due, lanciando parallelismi vertiginosi a dipingere un mondo pan-drogato, dalla coca alle pastiglie dimagranti, passando per la stessa televisione, da cui il regista deriva alcuni momenti di matrice sit-com per rimescolarli e adattarli ad un messaggio di caratura più elevata. I luoghi del doping esistenziale (strade, appartamenti marcatamente americani ma con ammicchi londinesi, ospedali, spiagge...) vengono denutriti e privati dal colore acceso di un'America prototipo globale del degrado umano: i protagonisti, attori che dimostrano un'ottima sintonia nella coralità richiesta dalla pellicola, si muovono pochissimo grazie ad una regia che non si intimidisce nel tenere le redini in modo deciso ed egemonizzante, con gli scenari che si riconoscono a stento, o, meglio, nel loro carattere emblematico, dietro ad un filtro del film che soffoca e arruginisce queste esperienze americane segnate da una comune parabola discendente: una caduta, quella di un sogno, americano?, e un requiem suonato nel modo più tremendo (e anche fisicamente la colonna sonora non potrebbe essere piú adatta) ad accompagnarla senza sostegno ma come semplice spettatore d'un mondo fatto d'uomini che come topi perdono, e perdono: una marcia funebre non velatamente atea che conduce alla scena finale del film, di cui qui non parleremo, vero gioiello cinematografico, e non solo.
Aronofsky sembra aver svelato finalmente la sua classe, non risparmiandosi alcuna trovata registica, dai parallelismi perfetti ad alcune sequenze di una perfezione claustrofobica totale degne del miglior Hitchcock del 2000: l'equilibrio a stento trovato nei fotogrammi d'esordio viene ivi superato in un organismo filmico di caratura elevata che lavora perfettamente, attraverso un linguaggio preciso e calcolato, a presentare una profonditá umana che arriva a coincidere con l'abisso più nero e melmoso, quello del Nulla, cantato da un coro di sirene ammaliatrici dirette da un Clint Mansell in panni tardo-mozartiani: i capolavori sono sempre minoranza, quindi ve ne segnaliamo uno.
Non è importante, qui, parlare del paragone con un altro capolavoro cinematografico come Trainspotting, poiché quello che il regista americano ci consegna è una pellicola unica ed autentica, che parla di altre cose, che parte dagli USA e non dall'UK e che, di conseguenza, ritrae un'altra dimensione, distorta, malata e anche schifosa, ma comunque americana, fatta necessariamente di grandi storie, anche se di storie di sconfitte si tratta: il film di Aronofsky è tutto americano, e quindi hollywoodiano, e proprio come tale, nel riconoscimento di questa distanza oceanica, un pubblico anche europeo è stato capace di riconoscere la grandezza di questa pellicola, che parla in un alfabeto yankee di temi che raramente sono stati trattati con tale intensità nel cinema d'Oltreoceano.


The Fountain, o della grande incomprensione
"I know it's pretty baby, but I didn't take it out for air."

Aronofsky ha vinto, e ha vinto parlandoci dei vinti, della sconfitta e della caduta.
Si potrebbe pensare che la strada del cineasta visionario, al contrario dei suoi personaggi, sia ora molto più facile, tranquillamente percorribile per inerzia di successo, magari trasformandosi in un contenitore di cammei di star con tendenze all'alternative o al cinema d'essay.
Le cose non stanno così.
Il regista americano si gode il successo e inizia a scrivere il suo terzo film, The Fountain, una pellicola che fin da subito andrà a creare problemi logistico-economici non indifferenti: da un budget di 70 milioni di dollari si passa alla metà, con tanto di perdita della coppia protagonista Pitt/Blanchett lungo la strada e con ripiego, mai cosí azzeccato, diremo noi, su Jackman/Weisz, quest'ultima, per le cronache rosa, moglie dello stesso regista.
Affascinato dalle culture centro-sudamericane, quella Maya soprattutto, e dall'idea di sviluppare una sorta di neo-fantascienza che sia in grado di andare oltre ai cliches istituzionalmente fossilizzati sul binomio dinamismo/effetti speciali, Aronofsky riesce a dare alla luce, nel 2006, alla sua terza pellicola, nonché alla pellicola forse piú narrativamente complessa della sua cinematografia.
La storia si svolge su tre piani spazio/temporali sviluppati e ripresi in modo alterno attraverso l'uso di cesure e giunture registiche che mai come in questo caso devono molto all'uso della luce e dei chiaro-scuri: da un passato semi-mitologico vicino ai tempi della conquista delle Americhe ad un presente imprecisatamente metropolitano e vicino a pellicole quali il soderberghiano Solaris passando per uno spazio puramente fantastico ai confini con la new age, il plot è un serpente che tenta costantemente di mangiarsi la coda per consegnarci quell'idea di infinitezza e circolarità che è poi l'aspirazione del protagonista della pellicola, un Hugh Jackman multi-dimensionalmente occupato a salvare la vita ad una Rachel Weisz a volte regina di Spagna, a volte semplice sorriso con cappotto invernale e cappellino bianco, quando non malata terminale di cancro, in un turbinio di emozioni che non si vergogna di sporcarsi, sporadicamente, nelle acque basse del patetismo piú curato e da salotto.
Tuttavia, sarebbe sbagliato pretendere di descrivere questo film, come in molti hanno fatto,ed in modo senza dubbio errato, come un miscuglio di fantascienza con una marcata influenza new age che esplode in sé stessa in un gran calderone senza né capo né coda; l'opera in questione è, al contrario, un mosaico complesso e volutamente pluristratificato dove il regista ha deliberatamente deciso di introdurre elementi di diversa derivazione e livello culturale in modo da convogliare un messaggio molto denso e, soprattutto, tanto anacronistico quanto autentico.
Lo scenario new age che distingue diverse scene vive in simbiosi perfetta con un bagaglio culturale non facilmente esperibile da tutti che ha come centro la cultura maya tanto quanto quella cristiana e, in generale, la storia del pensiero occidentale: temi come la mortalità dell'uomo, la paura della morte, il significato dell'esistenza, l'esser-ci stesso, e molti altri topoi di grande statuto culturale, vengono affrontati dal cineasta con uno spirito capace di abbracciarli sinteticamente in un unicum espressivo che è proprio il film stesso. La complessità mai risolta della pellicola è essa stessa la lente di studio del problema umano che il regista propone, coraggiosamente diremo, ad un pubblico che al giorno d'oggi ha perso la sensibilità verso tematiche di siffatta caratura, tanto più entro contesti cinematografici quali la fantascienza che sembrano essersi bloccati dopo piccole rivoluzioni di tardo scorso millennio: la reintroduzione, quindi, di temi importanti in un prodotto, perché no commerciale, avviene in modo complesso poiché di pari passo con una volontà di raggiungere con un solo colpo piú fette di pubblico possibile, a partire da quello meno preparato, che sarà quindi trasportato dalle immagini forti e visionarie oltre che dalla storia d'amore a statuto forte e ben costruita, per arrivare ad un pubblico maturo e competente, dove piccoli gesti (alcune scene raggiungono una pittoricità così elevata che almeno in due casi si possono scorgere citazioni più o meno consapevoli di opere caravaggesche) o brevi scambi dialogici tracciano una fitta trama di rimandi alla cosiddetta cultura maggiore, lanciando domande che Aronofsky si guarda bene dal rispondere.
Il risultato è un film da ripetizione: da vedere e rivedere così come da guardare e riguardare, ovviamente con occhio e orecchio sempre in sincronia per poter sfruttare la dinamica musicale elaborata, ancora una volta, da Mansell, in compagnia degli alfieri del post-rock Mogwai e del Kronos Quartet, una musica meno essenziale rispetto al film precedente, ma assolutamente adatta, nella sua melodicitá drammatica, ad una pellicola che fa dell'armonia corale, questa volta fra le diverse relazioni spazio-tempo e non piú dei characters come in Requiem for a Dream, uno dei suoi punti di forza.
La forza di un film e di un messaggio, tuttavia, non sempre sono sufficienti a generare un successo, per lo meno economico, forse nemmeno critico: The Fountain sarà un fiasco ai botteghini e una pioggia di critiche cadrà su Aronofsky, colpevole di essere scivolato in una caduta di stile, a detta di molti. L'ombrello del cineasta, però, sembra resistere bene alla caduta di quella pioggia acida da quelle piccole nuvolette che sembrano non aver capito il terzo film del director, tanto che una vera e propria ondata di calore si sviluppa lentamente a partire dallo stesso pubblico che aveva concesso ad Aronofsky di partire per il suo secondo film da un livello più alto rispetto all'esordio: il popolo di internet, se esiste un altro popolo a cui si possa opporre..., celebra The Fountain nella sua complessità e disarmante incanto al punto tale da spingere Aronofsky al pensiero di una riproposizione del film nelle sale, operazione che rimane per ora ancora virtuale e che, tuttavia, ci permette di capire, anche in questo contesto, quanto un certo tipo di riscontro cinematografico, quello del box-office, nell'epoca del download selvaggio, appaia al giorno d'oggi se non altro monco d'una parte di pubblico che non esiste se non davanti ad uno schermo di laptop, con biglietto a costo zero e pop corn casalingo.


The Wrestler, o del leone sulle corde
"The only place I get hurt is out there. The world don't give a shit about me."

Come il wrestler che dà il titolo al suo quarto e ultimo film, Aronofsky deve risollevarsi, per lo meno dal punto di vista istituzionale, e per farlo sembra tornare un attimo indietro, cambiando tono, riprendendo un certo tipo di linguaggio, abbassando il tiro e ritornando con i piedi ben saldi in America: The Wrestler, pellicola del 2008, riesce perfettamente. Vincitore di diversi premi, fra cui il nostro Leone d'Oro veneziano, la pellicola, che vede un Mickey Rourke mai come prima trionfatore nei panni di attore protagonista, è una netta virata verso le piccole storie di un grande paese, l'America, con i suoi vizi e le sue contraddizioni, spesso così grandi da nascondere quelle storie che in Requiem for a Dream vengono dipinte nelle loro vesti più tragicamente nere e che, occasionalmente, si scoprono semplicemente come frammenti di vite umane di una genuinità autentica. La storia del wrestler Randy "The Ram" Robinson e della sua caduta al di fuori del ring della vita sembra consegnare al regista americano la materia narrativa per un film sulla carta non facile da realizzare, ma che il cineasta riesce ad interpretare in modo autoriale e personale, dove, ancora una volta, la sua tecnica unica e peculiare riesce a tirare fuori il meglio da una vicenda, al contrario d The Fountain o di Pi, del tutto quotidiana: l'utilizzo della telecamera a spalla e la scelta di adottare un punto di vista sempre orizzontale, che non si erige mai sopra le spalle dei personaggi sembrano due soluzioni in sé banali, o per lo meno non rivoluzionarie, ma il gioco formale raggiuge perfettamente il suo scopo nel colorare la storia di tinte malinconiche, con Rourke che interpreta al meglio il suo ruolo di personaggio sconfitto dalla vita ma ancora in grado di affrontare con una dignità che sembrava persa le sfide ultime della propria esistenza. Questa one man's story, ritmata dalle musiche del sempre presente Mansell, questa volta coadiuvato dal chitarrista Slash e da un corollario di canzoni americanissime (Springsteen, Guns n' Roses, per dire due autori), ci riporta, anche nei luoghi (la spiaggia, i piccoli nuclei familiari, la provincia...), a quell'America che Aronofsky non ha mai disdegnato di indicare come proprio serbatoio narrativo, a quei giovani, come la figlia di Rourke, che appaiono sempre e comunque abbandonati, lasciati a sé stessi, a quelle storie d'America fatte di bar di motociclisti o, meglio, di battaglie di wrestling, ovvero combattimenti dove i protagonisti sono degli attori che si feriscono per finta, che luccicano nella loro ricchezza apparente, volatile quanto una droga, per poi finire sull'orlo di un dimenticatoio, un orlo di Nulla; è allora che il film sembra ricordare troppo la seconda pellicola del regista, ma proprio quando la catastrofe sembra arrivare, sebbene più diluita e meno frenetica, ecco che la musica cambia e le corde del ring sembrano diventare un parapetto su questo vuoto e, al contrario, sembrano assumere il valore di un riconoscimento, entro il quale il protagonista trova la sua strada, on the road sempre e comunque, in pieno stile americano, ma, tuttavia, con un'idea di casa, di sicurezza che fuoriesce nello sguardo tutto yankee del wrestler pronto a saltare dalla corda piú alta, verso la morte o verso la vita, la differenza è tutta nell'occhio.

Aronofsky per ora ci ha regalato quattro film, oggi anno 2009; rumors parlano di molti progetti, parecchi dei quali anche ambiziosi, spesso al limite del rischio. A prescindere da tutto, quel che non cambierà è che il percorso cinematografico di questo ragazzo americano ormai cresciuto sembra essere più che mai una realizzazione: la realizzazione di un nuovo cinema che sia in grado di rivoluzionare il suo stesso linguaggio attraverso un rinnovamento del proprio alfabeto base e che, al contempo, sia in grado di affrontare delle tematiche che troppo a lungo sono state quasi monopolio di vecchie enclavi europee piene di polvere intellettuale e troppo poco bagnate da quella linfa vitale che sembra essere oggi quella cultura autenticamente alternativa e giovane che anche su queste pagine del Panopticon continuiamo ad alimentare.
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