
In questa ricerca, svoltasi su Internet e presso qualche rock club londinese, è venuto fuori un dato su tutti, ovvero il fatto che gli MGMT stanno influenzando una non trascurabile schiera di giovani band dedite all’electro pop più ballabile e al contempo dal sapore indie. È quanto abbiamo riscontrato più spesso, e progetti come quelli dei
Foster the People o dei
DOM non fanno che confermarlo. Dei primi è “Pumped Up Kids” il pezzo più facilmente rintracciabile, mentre si attende l’uscita di un EP per la metà di settembre. Danza alternativa e sing along garantiti, potrebbero essere i nuovi !!!. I DOM invece ci hanno già conquistati. Il loro Sun Bronzed Greek Gods, con tanto di domestico felino in copertina, abbraccia e poi molla gli MGMT per farsi affascinare dalle ultime tendenze glo fi, quindi Neon Indian e Toro Y Moi in testa. Se il duo di Oracular Spectacular è
easily found in “Living in America”, “Burn Bridges” è invece pura neo psichedelia. I
DOM sono un trio di Worcester, in Massachusets, e la loro maggiore abilità è quella di sapersi muovere con buon gusto fra un genere e l’altro, mantenendo comunque un profilo indie nonostante l’essersi accasati su major. Sono rock in “Bochicha”, addirittura guidato dai riff in “Rude as Jude”, potenziale successone. Per ora giocano un po’ a nascondere le loro identità, il che nell’era Internet e Google Latitude fa molto Burial, ma ci sentiamo già di sbilanciarci: questi faranno strada.
Convincono anche i
Pure Ecstasy da Austin, Texas, già segnalati da Pitchfork e compagni di etichetta dei Memory Tapes. Fanno un rock psichedelico e super visionario dall'approccio intellettualoide (d'altronde basterebbe guardarli in faccia), con forti tinte Sixties e una vaga propensione all'art rock. Non sono dei nuovi Warlocks, né tantomeno imparentati coi Black Angels, ma potenzialmente ambiscono alla stessa fetta di pubblico. Finora hanno rilasciato tre singoli, ma pare prossimo l'arrivo del primo LP.
Dalle parti del pop più ballabile e presumibilmente remixabile, non ci soffermiamo più di tanto su
Katy B, giovane di sicura prospettiva, destinata a rivaleggiare non solo con La Roux, visto che aspira anche ad atmosfere dubstep. Per altro, pare proprio questa la futura inevitabile ibridazione del genere, quindi occhio che i personaggi più integralisti della scena potrebbero essere già fuori moda e privi di senso nel 2011.
Nuovo volto (ma neanche troppo se consideriamo la lunga serie di EP autoprodotti) è quello di Marina Lambrini Diamandis, la rossa crinita venticinquenne gallese con radici greche, in arte
Marina and the Diamonds, che è stata assunta a nuovo fenomeno dell'elettropop britannico. Gioia per le radio e per le case discografiche, i suoi pezzi fanno della semplicità e dell'easy listening le armi che l'hanno portata alla luce della ribalta. Un misto riuscitissimo fra Cyndi Lauper e Kate Bush che fa di Marina la risposta alternativa proveniente dall'isola di Sua maestà a Lady GaGa.
L'elettronica del 2010 deve molto alla costante evoluzione e alla crescita di caratura dei
Mount Kimbie, il duo inglese che con il bellissimo Crooks & Lovers ha guadagnato un pubblico sicuramente più ampio dei precedenti (e interessanti) EP, permettendo un giro per l'Europa in compagnia degli XX. Il debut album è sicuramente uno step da non sbagliare, soprattutto oggigiorno, e loro non hanno fatto nessun errore: idee, strutture e suoni rivoluzionari. Ormai in UK l'hanno capito tutti di che pasta sono fatti, e noi pure li aspettavamo alla porta, che i Mount Kimbie hanno varcato e scavalcato, sempre un passo più in là.
Chi ha letto il nostro speciale dubstep sa quanto ci aspettiamo dal duo dietro al nome
Darkstar e non siamo i soli, visto che anche l'etichetta HyperDub, la grande madre, sembra dare il giusto peso al loro album d'esordio, per il quale non dovremo attendere ancora molto. Per l'occasione, al beat, da sempre tra i meno aggressivi della scena, e al gusto melodico spiccato si aggiungerà la voce di James Buttery. Il risultato sarà quindi l'effetto ricercato da molti artisti nell'ambiente della recente musica elettronica, ovvero quello di rendere più umano il proprio suono, più ancora che analogico, cercando allo stesso tempo di non renderlo troppo sperimentale. Si può quindi puntare senza fallo su questi due giovani che da sempre hanno voluto semplicemente creare ottime canzoni che superassero il pubblico di nicchia senza mai tralasciare le radici profonde, il dubstep.


Diverso il discorso se ci si riferisce all’art pop di
Glasser, al secolo Cameron Mesirow, recentemente notata come supporter di Jonsi. Figlia d’arte – sua madre Casey era la leader di un gruppo new wave chiamato Human Sexual Response, autore della hit “Jackie Onassis”, poi citata anche dai Rage Against the Machine in “Tire Me”, per altro vincitrice di un Grammy Award – è artefice di un dream pop davvero evocativo, sviluppato con il software Garage Band della Apple. Insomma, davvero 100%
home-made. Durante i suoi set indossa spesso una maschera, mentre vengono proiettate luci caleidoscopiche abbinate agli umori delle canzoni. Parliamo quindi di un’artista a tutto tondo, e per il debutto su full lenght che sarà chiamato Ring ormai non dobbiamo aspettare molto. Per ora ci godiamo i singoli “Apply”, “Young Turks” e le altre tracce sparse che circolano per l’etere.
La giovane Cameron si gioca lo scettro di reginetta delle nuove sensazioni con Bethany Cosentino dei
Best Coast, dei quali abbiamo recensito l’album d’esordio Crazy for You nelle pillole di questo numero. Era il disco indie rock dell’estate 2010, forse siete ancora in tempo per poi poter dire “io c’ero”.

Si sono fatti notare al Coachella e sono successivamente andati in tour coi Frightened Rabbit, portando in giro le canzoni del loro primo album ormai datato 2008, e del loro unico EP del 2009. Sono i
Middle East da Townsville, Australia. Fanno un avant folk che suona sia classico che tutto sommato difficilmente accostabile a qualcos’altro, comunque guidato dalla chitarra sempre in primo piano. Più ambientale in “Lonely”, più contemporary folk in “Blood” (tanto da echeggiare un certo Martin Grech), certamente degno di un ascolto attento, fosse anche solo tramite il loro
sito ufficiale. Rate Your Music dice che sono popolari solo in Polonia al momento: c’è da scommettere che non sarà così ancora per molto.

Qualcuno li considera i nuovi Pixies, o meglio la loro nuova variante acustica, non così distante dai già noti Avi Buffalo. In realtà il segno distintivo dei
Grouplove risiede già nella carta d’identità. Si tratta di un progetto che si sposta fra New York City, Los Angeles e Londra, riuscendo a non far parte di nessuna delle tre scene. L’impianto vocale della coppia Hannah Hopper/Christian Zucconi rimanda direttamente a quello firmato Francis Black e Kim Deal, mentre non fosse guidata dagli accordi, “Colours” potrebbe tranquillamente far parte di un disco dei White Stripes. Più particolare “Gold Coast”, in cui entrano in gioco la perizia tecnica del batterista e anche un coro innodico a chiudere. Aspettiamo il full lenght per un verdetto più concreto sui
Grouplove.
Dalle parti del rock più ruvido e infestato, attendiamo ormai assieme a voi l’esordio su LP dei
Loverman, di cui si sono un po’ perse le tracce, ma dai quali ci aspettiamo davvero grandi cose dopo gli ottimi
esordi già recensiti in anteprima dal Panopticon. Allo stesso modo, è lecito attendersi un ottimo album di debutto da parte di un’altra curiosa band che abbiamo lanciato ormai qualche mese fa, ovvero gli
Esben and the Witch, ovvero gli autori di un potenziale capolavoro già all’esordio. Sia il singolo
Lucia at the Precipice che il mini 33 ci hanno fatto una grande impressione, a questo punto non resta che aspettare la loro stagione, che certo non può essere l’estate, per l’eventuale attesissima conferma. Forse sono davvero loro gli eredi degli Slowdive.

Già lanciati in patria e talmente gonfiati dal management che li cura da farceli diventare un pizzico antipatici, sono i
Chapel Club, attesi alla prova del 2 settembre (Independent Days a Bologna), nonostante in Italia nessuno, a parte i lettori del Panopticon, li conosca. L’album è prontissimo e non attendono altro che il momento propizio, e appunto qualche concerto di incoraggiamento, per buttarlo nella mischia. Sono tanto brutti quanto bravi, e potrebbero sostituire gli ormai bolliti Interpol (e soprattutto entusiasmare chi rimpiange i primi Editors) nei cuori di qualcuno.
I
Cults vengono fuori con la stessa tattica degli Esben and the Witch, affidandosi dunque al potere di Bandcamp piuttosto che a quello di Greyskull. Basta obiettivamente poco per inquadrarli: il loro EP è un concentrato di lo fi ed electro pop, su cui si articolano melodie prettamente Sixties. Si scarica gratuitamente
qui.
E chissà se l'immaginario dei primi video riuscirà a sostenere l'offerta musicale del debutto degli
Hurts, ultima scoperta mainstream-oriented più che vagamente Eighties proveniente da Manchester: ce la faranno i già collaudati remix e i primi singoli a farli esplodere o rimarranno solo un’ennesima promessa da dancefloor? Lo stile c'è, e sembra che ormai i tempi siano quelli giusti per provarci. Se c'è una cosa che li ha già fatti vincere un premio, sicuramente è il
sito, dove si può ascoltare e scaricare del materiale interessante e dove già il duo fa capire di cosa stiamo parlando.
Restando a Manchester, ricordiamoci invece dei
Delphic: nel giro di pochi mesi il loro
Acolyte si è rivelato un lavoro più complesso e duraturo di quel che era sembrato inizialmente. Proprio per questo possiamo tranquillamente affermare che tutte quelle attenzioni erano meritate, di certo non frutto di una qualche cospirazione musicale costruita a tavolino come sempre piace insinuare in questi casi. Quando sarà di nuovo il loro momento dovranno solo darci la conferma definitiva, una dimostrazione della loro ottima capacità di scrivere canzoni portando avanti con intelligenza la loro proposta. Non è un compito facile ma la stoffa ce l'hanno e lo abbiamo sentito. Però è presto per parlarne, Acolyte è ancora fresco e se qualcuno lo avesse trascurato farebbe ancora in tempo a recuperare.
Stare sulla cresta dell'onda non è facile, ma riuscire a cantare delle onde e delle spiagge piene di ragazzi in festa o intorno ad un focolare significa avere già vinto, in un modo o nell'altro. I
Drums se non hanno vinto la palma d'oro di band più
cool & refreshing dell'estate poco ci manca, grazie ad un disco che li ha proiettati su in alto, sulla cresta di un hype giustamente generoso nei confronti di una boccata di stile (non solo musicale) che ha fatto rispolverare vecchi dischi degli Smiths forse (erroneamente) lasciati troppo tempo lontani dal giradischi.
I
Veronica Falls si aggiungono alla lista di quei nuovi arrivati in versione lo-fi che pescano a grandi mani direttamente dagli anni '80 inglesi e dal surf. Prodotti dalla stessa etichetta di Crystal Stils e Dum Dum Girls, i quattro inglesi non hanno trovato grosse difficoltà a far sentire anche la loro voce, nonostante non sia esattamente fuori dal coro. Con i primi due singoli propongono una loro versione più romantica e dandy (“Beachy Head”) e quasi orrorifica (“Found Love in a Graveyard”) di questo nuovo pop, ma sono soprattutto le buone melodie scelte a regalare loro buone potenzialità di consenso.
Best Coast -
Bratty BChapel Club -
SurfacingCults -
Go OutsideDarkstar -
Need YouDOM -
Rude as Jude Drums -
Book of StoriesEsben and the Witch -
They Use Smiles to Bury You Foster the People -
Pumped Up Kids Glasser -
ApplyGrouplove -
Gold CoastKaty B -
LouderLoverman -
Shoot the PigMarina and the Diamonds -
Oh No!Middle East -
BloodMt Kimbie -
Would KnowPure Ecstasy -
VoicesVeronica Falls -
Found Love in a Graveyard