Voyager, c'est bien untile, ça fait travailler l'imagination.
Tout le reste n'est que déceptions et fatigues.*
Di recente – sarà la l’estate che volge al termine o i discorsi fatti con gente appena tornata o partita per incredibili pellegrinaggi – m’è tornata prepotentemente la voglia di viaggiare. Non intendo il viaggio-vacanza, i 7-10-15 giorni sotto l’ombrellone, o a farsi foto davanti a monumenti più o meno noti, o almeno non solo quello. Parlo di Partenza con la P maiuscola, quella che rende trepidanti ma anche pieni di ansia, quella che probabilmente scorderemo con difficoltà: la partenza dalla vita e dalle cose quotidiane per andare a vivere e cercare una nuova quotidianità altrove. Ormai moltissimi di voi - di noi - l’avranno sperimentata, chi per lavoro, chi per studio, chi semplicemente per avventura personale o per seguire un grande amore. E’ quel viaggio che, una volta deciso, scatena una macchina di cose-da-fare, gente-da-avvisare, burocrazia-da-sbrigare che rende il tutto ancora più elettrizzante, quasi come un rito da compiere per meritarsi il viaggio stesso, e che ti porta a metterti in discussione fino in fondo, perché una volta arrivato a destinazione inizierà un altro rito, e cioè la ricerca di un posto dove stare, di nuovi punti di riferimento, nuove amicizie, nuove abitudini.
Insomma, tutto questo per dire che ultimamente mi sento alquanto impaziente, mi è tornato quella specie di formicolio che mi percorre tutta da capo a piedi e che mi dice incessante: “parti, lasciati tutto alle spalle, ricomincia altrove”, e che non riesco davvero ad ignorare. Dopo alcuni giorni di confusione, ora ho finalmente diagnosticato che è purtroppo - o per fortuna - tornata a molestarmi la Sindrome del Viaggiatore, di cui probabilmente non mi libererò mai del tutto.
Tutto è cominciato alcuni anni or sono. All'epoca stavo per finire l’università, ma mi sentivo stanca di tutto, insofferente di fronte alle solite facce, i soliti posti, le solite vecchie e strazianti abitudini. Così, grazie ad una persona che all'epoca ho odiato per avermi abbandonata all'ultimo minuto ma che ora ringrazio, son partita sola soletta all'avventura in una di quelle celeberrime grandi metropoli meta di tanti pellegrinaggi, forte della mitica scusa di dover imparare l'inglese. Come si può facilmente intuire, in un posto del genere da sola per alcuni mesi ad una povera ragazzina un po’ provinciale come me si è aperto un mondo intero: ho assaporato per la prima volta l'indipendenza da tutti i punti di vista, ho conosciuto gente assurda e mi son confrontata con talmente tante cose diverse dalle solite di casa da tornare profondamente cambiata, quasi rinata. Ma più di tutto, quello che allora non sospettavo ma che ora so per certo, è stato allora che sono stata infettata dalla tremenda Sindrome del Viaggiatore di cui sopra.
Al ritorno in Italia, nella vecchia e stanca Italia, la malattia s'è fatta sentire prepotentemente: ho iniziato ad essere ancora più insofferente di prima, a sognare ad occhi aperti, a sobbalzare ogni volta che un insignificante dettaglio mi ricordasse quell'esperienza appena vissuta. E via, la Sindrome mostrò subito i suoi lati peggiori facendomi organizzare un viaggio ancora più lontano, ancora più assurdo, dall’altra parte del mondo; ufficialmente perché esso era, o sembrava, la naturale continuazione dei miei studi, ma era in realtà un bisogno quasi fisico di sentirmi viva come m’ero sentita prima, di avere qualcosa che mi facesse capire quant’è grande e bello il mondo
E proprio l’Oriente è stato senza dubbio il mio punto di non-ritorno: non solo la Sindrome del Viaggiatore si è ingigantita e non m'ha più dato tregua (tanto che dopo pochi mesi là già viaggiavo, prendevo aerei, visitavo in lungo e in largo luoghi dai nomi esotici e dai profumi indimenticabili), da lì mi sono anche ammalata di un altro tremendo malanno, che qualcuno di mia conoscenza una volta ha battezzato “Mal d'Asia”. Ne esistono diverse varianti, ho infatti conosciuto malati terminali di Mal d’Africa, Mal d’America e persino Mal d’Australia, quest’ultimo subdolo ma alquanto tenace. Chi conosce persone affette da queste sindromi tutte particolari saprà benissimo degli effetti devastanti che esse possono avere sul malcapitato: chi ne è affetto parla con fervore e quasi con gli occhi lucidi solo quando si tratta del Paese in questione, o comunque di cose che lo riguardano, annoia chi lo circonda - e a volte pure gli estranei - con aneddoti di viaggio che sembrano non finire mai, usa come intercalare fisso in tutti i discorsi locuzioni del tipo “ah sì ma quand'ero in Africa...” e “quella volta che in Australia...”, “sì ma gli asiatici...”.
Insomma, è così che sono finita a non riuscire più a stare ferma in un posto per più di un certo tempo (variabile, a seconda di quanto il posto mi piace) senza provare quel maledetto formicolio descritto sopra, senza sognare di essere altrove, di partire per vedere posti nuovi e conoscere gente mai incontrata. Ed è la combinazione di questi due tremendi disturbi che mi porta di tanto in tanto – per quanto incredibilmente - a stancarmi di qualunque posto, a sentirmi prima o poi alienata, a voler di nuovo partire per cercare la felicità altrove (chissà perché, con questo morbo addosso la felicità sembra sempre e comunque altrove).
C'è chi mi stima e chi mi insulta per questo, chi mi dice “fai bene, gira finché puoi” e chi vorrebbe vedermi metter radici, avere abitudini, “trovare San Fermo” come dicono i miei parenti. Ai primi dico grazie, grazie del sostegno e delle parole incoraggianti, avete probabilmente ragione e seguirò volentieri il vostro consiglio. Mentre ai secondi dico: non vi preoccupate, è solo una questione di tempo. Queste malattie si affievoliranno col tempo, o almeno lo spero. O comunque imparerò a conviverci senza soffrirne troppo. Certo, lo troverò di sicuro San Fermo un giorno.
*Da "Viaggio al Termine della Notte" di L.F. Céline