Live Report: Trail of Dead, Gang Gang Dance & Flying Lotus
L
a trasformazione della città di Bergen è stupefacente e può dirsi completa solo verso i primi di Maggio; il freddo, la pioggia continua e le giornate di sei ore lasciano il posto a temperature almeno accettabili, giornate di luce che terminano alle dieci di sera ma soprattutto ad una serie di attività che animano la città e pur lasciandone intatta l’atmosfera seriosa e distinta, la rendono dinamica e inaspettatamente rivolta all’Europa,

cosa quest’ultima di non poco conto in una città come questa da sempre tendente a serrarsi arcignamente nella propria cultura. È in questo periodo peraltro che la città è invasa dai ragazzi del Russ, la tradizionale congrega di giovani che al termine del liceo decide di spendere le due settimane a ridosso degli esami bevendo per buona parte del giorno e girando per la città in minivan Volkswagen posticciamente vintage sfidandosi in demenziali prove di coraggio come quella di baciare studenti stranieri.
Il più importante degli eventi in questo periodo è senza dubbio il BergenFest, la serie di concerti che, quest’anno dal 28 Aprile al 2 Maggio, tradizionalmente riempe i più bei locali della città, per la gioia della nutritissima fauna studentesca. Le due date di maggiore interesse quest'anno erano quelle dei Trail of Dead, il cui The Century of the Self ne ha riconfermato quest’anno capacità e vena creativa e il The Fix, terza edizione di un subfestival di musica elettronica valorizzato quest’anno dalla presenza dei due alfieri di casa Warp: Flying Lotus e dei Gang Gang Dance.
Il primo di questi concerti è andato in scena all’Ole Bull Scene, una delle venue più eleganti e intime fra quelle a disposizione, esattamente di fronte alla Blue Stone, il monumento posizionato al centro della città, a metà strada fra il Bryggen e la sede centrale del giornale locale, il Bergen Tidende. L’inflessibilità norvegese riguardo gli orari ha fatto si che, nonostante il mio largo anticipo, abbia potuto trovare ad affollare il marciapiede antistante il locale, una schiera di ragazzi in attesa di entrare. Raccolte in una decina di metri c’erano le stravaganze più eterogenee, fedelissimo ritratto della particolarissima gioventù norvegese, ricca e viziata per buona parte, quasi patologicamente spinta all’imitazione di modi e mode europee, risultato quasi grottesco di una cultura come poche influenzata dalla sua recente storia politico-sociale.

Trascorsa a chiacchere la trascurabile esibizione del pretenziosissimo gruppo spalla, il preoccupantemente magro pubblico si è rimpolpato di chi aveva deciso di passare dalle diverse stanze che compongono l’Ole Bull Scene: sala bar e sala chill out con tanto di mini-discoteca. L’inizio è saggiamente affidato alla coppia “Giants Causeway” e “Far Pavillions”, un medley perfetto a volumi altissimi, condito da imprecisioni piazzate ad arte da Keely, il tutto accompagnato da un grande pubblico, già dall'inizio pronto ad intervenire a squarciagola quasi anche sulle parti strumentali. Non è il mio primo live dei Trail of Dead, conosco le caratteristiche tipiche delle loro esibizioni, ma è stato a partire da questo inizio folgorante che ho puntato l’attenzione sul fattore cardine dei loro show: l’intensità. Lo stratificarsi di 3 chitarre, una delle quali suonata spesso
open fret da Keely, le batterie forsennate e pesanti, l’apporto del basso, mai come questa volta presente e solido di Jay Phillips è una somma di suoni molto difficile da gestire; l’averlo saputo fare ed essere riusciti su questo a dare lo stampo tipico della loro musica è segno di grande senso musicale, la parte più apprezzabile e che emerge più di ogni altra cosa durante le loro esibizioni.

Nonostante la scenografia spoglia, la presenza scenica dei ragazzi di Austin ha fatto si che al muro di suono da loro prodotto corrispondesse anche uno spettacolo interessante anche da vedere, soprattutto per i soliti siparietti di Jason Reece che a più riprese ha scalato pericolosamente la parete di amplificatori al lato del palco. Parecchi sorrisi di intesa fra i musicisti e il pubblico, l’atmosfera rilassata e complice è una delle migliori caratteristiche dei live dei Trail of Dead. Oltre ai grandi classici che hanno infiammato la folla, fra le esecuzioni che più hanno colpito sono sicuramente quelle delle tracce del nuovo disco, perfettamente rodate e inserite nella scaletta tipica della band, in particolare “Isis Unveled”, traccia nata per essere suonata dal vivo. Il tutto è durato circa un’ora e quarante, di cui i primi quaranta minuti alla stessa incredibile intensità. Menzione speciale per la splendida “Novena Without Faith” che a metà concerto ci ha fatto rifiatare e ha dato un’impronta meno forsennata allo show, tratteggiando finalità più profonde, ottimamente accolte anche da chi pochi minuti prima pogava e saltava.
Il primo pensiero dopo un concerto come questo, probabilmente anche per il mio lento metabolismo in fatto di giudizi artistici di ogni tipo, è quello di aver assistito, data l’incredibile potenza e l’uniformità delle prestazioni, all’esibizione di un gruppo che suona come se fosse fatto di un solo componente canzoni che data la forza con cui vengono proposte suonano come una traccia unica. L’applauso finale è stato lunghissimo e i Trail of Dead hanno aspettato fino a che non finisse prima di darsi allo spietato vandalismo cui si prestano ad ogni fine concerto.
La serata successiva era quella che attendevo con più interesse, era il turno del The Fix. Dopo un lungo viaggio in bicicletta per il centro della città al tramonto, uno dei più belli spettacoli che Bergen possa offrire, sono giunto all’ USF Verftet la migliore location della città, direttamente affacciata sul mare e sul porto di Bergen.
Dotato di quattro diverse stanze, l’Usf si presta a serate particolari come quella del The Fix, in cui la esibizioni sono divise per sale, organizzate in modo da permettere al pubblico di passare da un concerto all’altro decidendo liberamente quale evento seguire. Una di queste sale era dedicata alla minimale, approcciata in modo scientifico; il pubblico poteva accomodarsi su comode poltrone in pelle e seguire l’esibizione lasciandosi avvolgere da immagini psichedeliche proiettate su un maxischermo sovrastante gli artisti. Probabilmente il modo migliore per godersi questo tipo di musica.

Programma alla mano mi sono diretto deciso alla sala Røkeriet, la principale, nella quale era prevista l’esibizione dei Gang Gang Dance. Proprio in quel momento il gruppo aveva terminato di montare strumentazione. Spente le luci, Liz Bougatsos ha introdotto in norvegese il gruppo, raccogliendo sorrisi e applausi. Dopo di che lo show è iniziato; una lunga jam elettronica fatta di percussioni tribali e splendidi echi di chitarre ha scaldato il pubblico, per buona parte alticcio ma ottimamente partecipe. È stato con “EgoWar” che il concerto è effettivamente iniziato; la traccia, come di consueto dilatata e rivista in praticamente tutti gli arrangiamenti, è stato uno dei momenti migliori della serata. Liz, avvolta da un enorme maglione bianco, adornata di ogni tipo di accessorio esoterico, ha scherzato con il pubblico, ballando e suonando un piccolo set di percussioni che, più o meno utilmente, completavano lo strepitoso lavoro di Tim Dewitt alla batteria. Lui e Brian Degraw alla parte elettronica sono la sezione del gruppo cui ho dedicato maggiore attenzione durante l’esibizione e che a questo punto posso dire essere il vero cuore dei Gang Gang Dance.
“House Jam”, introdotta dagli splendidi strumentali di God’s Money, ha infiammato la parte di platea più dancereccia.
Alla luce dell’esibizione live, spesso fondamentale per poter trarre le somme riguardo un determinato artista, posso dire che il valore aggiunto del gruppo in questione sia semplicemente quello di essere composto da grandi musicisti. Il lavoro dei tre a supporto della voce di Liz Bougatsos è strepitoso, soprattutto per il fatto di aver voluto scegliere questo determinato tipo di vocalist, stralunata, sbilenca ma perfettamente in sintonia con suoni e attitudine generale, fin dagli inizi precisamente delineata e completa.
La lunga jam che ha chiuso il concerto è stata una sorta di dj set, con la riproposizione di piccoli frammenti di altre canzoni del gruppo perfettamente amalgamate. La dolcezza con cui Liz ci annuncia, in norvegese tremendo, che non gli è permesso più di suonare per il programma, raccoglie altri più convinti sorrisi. Un’ottima esibizione di un’ora e un quarto, non un vero concerto quindi, un lungo assaggio estremamente gradito.
Nelle chiacchere fra un’attesa e l’altra in molti parlano di Flying Lotus, il vero motivo di molti del loro essere presenti, la ragione per cui hanno speso 400 corone norvegesi in una sera sola (il cambio è circa 43-45 euro). La sua esibizione è prevista per l’1.15, per cui decido di sfogliare velocemente alcune sale. Menzione d’onore senza dubbio a Bygdin, duo norvegese di elettronica minimale che mi ha tenuto incollato all’enorme schermo da cinema di cui parlavo prima. Altra buona scoperta sono i Moon Unit, gruppo con qualche leggera affinità con i Gang Gang Dance, con voce e suoni più morbidi a rendere il risultato a volte più stucchevole.
La sala di Flying Lotus è lo Studio, la più piccola. Praticamente deserta al mio arrivo è ora gremita di ragazzi vestiti nei modi più colorati e stravaganti, uno spettacolo da vedere, la maggior parte di loro fa foto a qualsiasi cosa con l’iPhone, indossando ancora le cuffiette dell’iPod nonostante, almeno spero, sia spento.

L’arrivo di Flying Lotus è accolto da un boato, lui un po’ intimorito si è limitato ad appoggiare il suo laptop sul tavolo e a montare una spartanissima strumentazione. L’inizio è affidato ad una improvvisazione, una traccia spezzettata, senza suoni, fatta di sole percussioni elettroniche. Un gioco di prestigio che ha mandato in visibilio la tribù di rapper incappucciati che gremiva la sala, che a quel punto ha pensato bene di ballare nei modi più odiamente vistosi e violenti. “Camel” è stata introdotta da almeno dieci secondi di interminabile silenzio, l’ennesimo scherzo dell’artista americano che in questo modo è riuscito a fare salire ancora di più l’attenzione sui velocissimi e genialmente omogenei passaggi della sua musica. Molto partecipe l’artista americano ha ballato senza sosta per tutta la sua performance, ondeggiando su macbook e controller, dispensando sorrisi nelle rare pause in cui sollevava gli occhi dalla sua postazione. È così che per poco più di un’ora ha giocato con suoni e ritmi, suonando in una sorta di ibrido fra live e djset. La irresistibile “$tunt$” perfettamente legata a “What’s My Name?” di Snoop Dog, vecchia hit su cui lui stesso si è cimentato in un simpaticissimo rap. A seguire una splendida reinterpretazione di “Parisian Goldfish”, vero picco della serata. Verso la fine della sua performance un altro gioco di prestigio: un finto guasto tecnico, la riproduzione di una macchina inceppata che non riesce a ripartire, interrotta da una versione remixata, credo al momento, di “GNG BNG”, una vera gioia per le orecchie. Salutato con un lungo applauso Flying Lotus si dilegua molto, troppo rapidamente, forse per schivare le decine di ragazzetti già pronti per foto e autografi.
Soddisfatto e ancora di più convinto di aver visto uno dei migliori artisti del suo campo, ho ripreso la bicicletta e dopo aver assistito a qualche scaramuccia fra ubriachi, sono tornato a casa quando quasi albeggiava sicuramente arricchito da questa due giorni di ottima musica e, come ha detto qualcuno, sicuro di aver vissuto una cosa di quelle che ti rinconciliano con la musica.