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ualcosa da poco si è mosso, Burial è uscito allo scoperto e conoscendo il personaggio, sempre riservato e restio a prestarsi a pubbliche esibizioni di ogni genere, compresi i live, ci sono grosse novità per uno dei più importanti interpreti della dubstep. Poche settimane fa, nel corso di una trasmissione radiofonica, Burial ha selezionato alcune tracce e ha presentato in anteprima due nuovi brani, presumibilmente parte del suo nuovo disco, anche se a suo dire ancora ampiamente modificabili. Importante quindi a questo punto, riscoprire il personaggio, rivalutarne le opere, riapprezzarne il talento.
Il senso completo dell’arte di Burial è racchiuso in “Night Bus”, traccia tratta dal disco omonimo (2006), l’esordio. È un intermezzo, un intelligente stacco, fatto di lunghi e oscuri echi, feedback atmosferici accompagnati dal suono di una pioggia scrosciante. Nessun beat, nessuna base, solo rumori lenti e avvolgenti. Seppur non esattamente conforme al classico stile Burial, è senza dubbio il perfetto sunto della sua poetica, del canale che ha scelto per descrivere i paesaggi urbani e mentali in cui vive. Il titolo della traccia in questione richiama infatti indirettamente i temi fondanti la sua filosofia, Burial è notturno, oscuro e allo stesso tempo creato per atmosfere metropolitane, sporche e claustrofobiche. Burial è etereo e immaginifico, evocativo, ma anche in ultima analisi concreto, vicino all’ascoltatore per il suo voler dipingere scenari quotidiani, sensazioni comuni e facilmente riconoscibili e condivise da ognuno di noi.
Nominato da “The Wire” miglior album dell’anno, Burial può essere considerato il definitivo passo per la completa legittimazione di un campo, il dubstep, fino a quel momento mai capace di inserirsi definitivamente fra i generi più considerati nell’elettronica. Decisiva, oltre all’impressionante ondata di interpreti del genere (uno su tutti Kode9 e Dusk & Blackdown), è stata la sensibilità di Burial, capace di farcire ritmiche spezzate e sincopate con suoni metallici, freddamente emozionali, uscendo dai canoni classici del dubstep in genere più vicini alla musica da club, smorzando le basi in favore della cura del suono e delle atmosfere, raggiungendo una suggestiva coerenza compositiva in grado di far della sua musica un mezzo espressivo completo e in quanto tale capace di avvolgere magicamente e totalmente.
L’avvertenza principale per chi si accosta alla musica dell’artista londinese è appunto quella di dedicare una attenzione particolare all’ascolto di dischi come questo. Penso ad esempio a “Broken Home” una delle ultime tracce del disco d’esordio, perfetto saggio dell’approccio musicale di Burial. È difficile infatti riconoscere lo splendido gioco fra le molteplici basi usate dall’artista in questo caso, altrettanto arduo è apprezzare i suoni scelti e lo splendido modo in cui la traccia si ferma e riparte più di una volta.
Secondo, ultimo ed acclamatissimo lavoro di Burial è Untrue (2007). Edito ancora per la Hyperdub, il disco è stata la riconferma dell’artista fra i nomi più interessanti della scena mondiale. Rispetto al predecessore Untrue ha come principale caratteristica un uso più accentuato di campionature di voci e quindi di linee melodiche supportate da strutture più classiche. È proprio l’aver addomesticato la sua vena sperimentale in favore di un atteggiamento più lineare, l’aver abbandonato, seppur non del tutto, le ritmiche contorte, i giochi sincopati di cui era zeppo l’esordio, che rende Untrue leggermente inferiore a Burial, ma non per questo non degno di enorme attenzione.
Ultimo perché meno importante: Burial è William Bevan. Vani sono stati i suoi tentativi di celare la sua vera identità. Si era addirittura ipotizzato che dietro il progetto ci fosse Norman Cook, altri hanno pensato a AFX. Nomi importanti che testimoniano la stima della critica per l’artista.
Due dischi, un modo definito e personale di intendere il genere, Burial è ormai a pieno titolo entrato nella stretta cerchia di quegli artisti capaci di direzionare stili e scelte di buona parte della produzione del genere. “Lambeth” è una delle due tracce che ha presentato in anteprima, punto di partenza per una possibile previsione di ciò che sarà il disco.
La meno conveniente delle scelte sarebbe quella di uscire da ciò che già ha fatto, deviare intenti e approccio musicale e “Lambeth” pare proprio confermare la sua intenzione di approfondire il dubstep come lo intende lui, riconferma l'approccio più profondo e ragionato, più emotivo e per questo distante da come lo si è sempre fatto, soprattutto a Londra oggi. È proprio questo fattore che rende la sua uscita una della più attese di quest’anno, il suo essere riuscito usando questi nuovi canali espressivi a comporre due dischi praticamente perfetti e, alla luce di questa esperienza, apprestarsi a ripetersi, arricchito sotto moltissimi diversi punti di vista. Burial è un artista “intelligente”, capace di maturare, questo è sicuro; l’aver saputo migliorare l’ultilizzo delle voci ad esempio è segno di sensibilità e maturità. È questo uno dei fattori che fa ben sperare.
La stima per Burial fino a questo punto è vicino all’essere plebiscitaria, William ha conquistato tutti, lui che voleva nascondere il suo nome e il suo background per permettere alla sua musica di essere giudicata in quanto tale, per renderla distinta dal suo essere qualcuno in particolare, per evitare che William diventasse più importante di Burial, per raffreddare il proprio essere e riscaldare di conseguenza il suo splendido modo di esprimersi, rendere scevro da tutto il suo ridipingerci attraverso le tinte freddamente realistiche di un ritmo dubstep.