L'inno alla gioia di Patrick WolfNuovo disco all'insegna del romanticismo per il Lupo d'Albione
I
n principio doveva chiamarsi The Conqueror ed uscire a distanza ravvicinata da The Bachelor: i due cd erano stati pensati come capitoli di uno stesso concept che avrebbe dovuto sviluppare il tema della battaglia - in senso generico il primo e in termini di lotta d'amore con vittoria finale il secondo.

Ma l'ispirazione non dà preavvisi e in corso d'opera i progetti sono stati modificati. Seguendo l'istinto, da bravo Lupo qual'è, Patrick Danis Apps ha così abbandonato l'idea iniziale e ha cominciato il lavoro sul quinto disco da zero seguendo una nuova corrente emotiva, forte e positiva. Dopo una lunga gestazione e lavori di rifinitura che ne hanno fatto slittare la data d'uscita, Lupercalia finalmente arriva alle nostre orecchie. Il titolo fa riferimento ad una festività celebrata nell'antica Roma e il contenuto è un inno alla gioia in 11 tracce, nel quale l'amore domina sopra ogni altra cosa. Le aspettative erano decisamente alte dato che Wolf ha saputo in questi ultimi otto anni conquistare il cuore di molti pubblicando quattro dischi al buon ritmo di uno ogni due anni, tutti pieni di carattere, brillantezza compositiva e di un estro fuori dal comune, fra i quali è doveroso ricordare un capolavoro come Wind in the Wires, realizzato a soli 22 anni. Una vita per la musica quella di Patrick e una musica che parallelamente è sempre stata racconto personale della propria esistenza: così in questo capitolo ci coinvolge nel suo nuovo corso all'insegna dell'ottimismo, senza mettere censure al suo racconto della felicità.
Lupercalia si apre con "The City", uno dei singoli usciti in questi mesi per lanciare il disco. I luoghi sono fin dal suo esordio elementi fortemente presenti nelle liriche di Patrick: lo abbiamo seguito per boschi, campagne, porti e fiumi, questa volta ci porta in città e ci catapulta in un'atmosfera di festa. Un ritmo allegro di pianoforte, clapping e grande apporto di fiati che tornano a colorare la musica del 2011 (a questo proposito il suo amico Alec Empire - leader degli
Atari Teenage Riot e insospettabile appassionato di ska e jazz - ha detto: "Finalmente qualcuno ha rotto il taboo ed ha

incluso di nuovo un meraviglioso strumento come il sassofono"). Si prosegue con "House" ed ecco anche qui un altro tema caro al nostro Lupo, quello della casa, che non è più il rifugio nel faro di Licanthropy né la dimora coperta di ortica selvatica vicino alla ferrovia di Wind in the Wires, ma è sempre la fortezza dei sentimenti puri, concetto espresso dalla frase, difficile da rendere in italiano ma ben chiara in inglese "this house is home". La ritmica rimane trascinante ma la melodia si ammorbidisce aprendosi grazie agli archi ottimamente arrangiati da Fiona Brice. La scelta della strumentazione è avvenuta con molta cura e in questo che è il disco più orchestrale di Wolf si incontrano anche alcuni strumenti insoliti. "Bermondsey Street" si apre sulle cristalline note dell'arpa e si riempie poi con pianoforte, fiati che ritornano e clapping a scandire il ritmo. Si continua con un brano dolce, "The Future", un arrangiamento che cresce fino a un finale avvolgente, esplosione di armonia. Anche all'interno di questo testo l'attaccamento ai luoghi cari è un tema presente, vengono infatti citati "mother Ireland" e "father Albion", dedica alle terre d'origine. "Armistice" è una ballata molto suggestiva, una prova della grande eleganza compositiva di Patrick che ha raccolto la sua ispirazione da una canzone popolare in lingua manx gaelica chiamata "Choomreedhoo" ovvero "Blackbird" ("merlo" in italiano) e nella quale sfodera tutto il talento espressivo della sua voce. Anche dal punto di vista della scrittura il disco, che contiene testi decisamente sotto lo standard rispetto al repertorio passato, raggiunge qui il suo apice. Compaiono due strumenti particolari, il cristal baschet, noto anche come organo di cristallo, che produce il suono dall'oscillazione di cilindri di vetro, e il duduk, antico strumento armeno della famiglia dei legni il cui timbro ricorda quello dell'oboe ma che ha le dimensioni di un piccolo flauto. Un'altra volontà del musicista è stata quella di inglobare sonorità d'ispirazione orientale, operazione a dire il vero riuscita solo in parte: in "William", che dura solo 50 secondi ma è il cuore dell'album (sia perchè è la traccia centrale, sia perchè William è il nome del compagno di Patrick, al quale il disco è dedicato) suoni elettronici si incontrano sul finale con un canto arabo. Ci pensa "Time of My Life" a riportarci nel turbinio del buonumore, una composizione perfetta decisamente pop oriented, nella quale l'intreccio di violini e chitarra crea una melodia brillante, una ventata d'aria fresca. "The Days" è un brano scritto ai tempi di The Magic Position che finalmente trova il suo spazio in un disco. Torna l'arpa e l'accompagnamento orchestrale che domina anche il pezzo successivo "Slow Motion" nel quale sono inserite nuove suggestioni orientali. L'elettronica è la componente del passato che viene maggiormente esclusa in questo disco (insieme al caro ukulele): "Together" è l'unico episodio che la riporta in primo piano anche se filtrata dai violini. E' forse il brano dalle tinte più cupe dell'intero lavoro, nonostante il testo sia un ennesimo inno all'ottimismo ("we can do it so much better, together"). La chiusura è affidata a "The Falcons" perfetta sintesi delle caratteristiche principali del disco, epilogo di questo viaggio nei bei sentimenti.
Il ritorno di Patrick Wolf conferma nuovamente la sua bravura nel proporre lavori di qualità. Lupercalia non riesce ad allinearsi ai suoi predecessori, sarà la scrittura meno originale o un'omogeneità del suono che più orientato alla melodia perde il carattere delle soluzioni creative di Lycanthropy, Wind in the Wires o
The Bachelor - certo però sarebbe scorretto non riconoscere la raffinatezza degli arrangiamenti che in alcuni momenti riescono a toccare picchi di pathos elevati o la quasi perfezione pop di brani come "The City". Ci ha abituati all'eccellenza e questa volta scende sotto la sua media, capita a quasi tutti gli artisti d'altronde. Sicuri che tornerà a stupirci, godiamoci comunque un buon ascolto.
Patrick Wolfdi
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