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Werner / Oil
Tries to Be Water
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Titolo: Grown Unknown Autore: Lia Ices Anno: 2011 Elemento:

art pop. Una pianista giovane e bella che scopre in ritardo la sua voce e affronta così la sfida della composizione. Fin qui nulla di sensazionale. Nel 2008 il full-length d'esordio, Necima, non riesce a smuovere le trafficate acque del cantautorato statunitense, tutt'al più richiamando agli ascoltatori i nomi di Cat Power e Tori Amos, a cavallo tra le due generazioni. La newyorkese Lia Ices continua a lavorare nell'anonimato. L'agosto di due anni più tardi bastano invece il fresco passaggio alla Jagjaguwar e le anteprime per far rizzare le antenne agli interessati nel settore. Grown Unknown arriva in sordina, sarà stato per questo che l'impatto suscitato dalle prime note di “Love Is Won” scioglie ogni dubbio sul fatto di trovarsi davanti ad una perla rara. Nonostante i paragoni sprecati in precedenza il riferimento più immediato è a Feist, in versione meno spigliata ma più dolce e riflessiva. Arriva forse fin troppo presto “Daphne”, strepitoso duetto che esplode con l'entrata di Justin Vernon (“And in the end it’s the difference of the spirit and the matter, it’s the difference of the lover and the flyer. Don’t it make you want to cry?”). Chitarra e archi accompagnano il piano in arrangiamenti curati e raffinati, sublimi esempi ne sono tanto la title-track quanto “Ice Wine”, tra i picchi; quanto basta per accompagnare la voce, protagonista assoluta, che tesse le trame melodiche e attira, innocente e magnetica, l'orecchio. Non mancano tuttavia dinamismo e policromie necessari a mantere alto il ritmo ed evitare il benché minimo calo di tensione. Grown Unknown è un album delicato, un prodotto sincero ma confezionato nei minimi dettagli. Difficile pensare quanti e quali orizzonti si spalancheranno davanti alla fanciulla non appena avrà finito di cesellare la sua personalità. Citando il pezzo conclusivo: “New myth just been born has never felt so old”, non è questo il caso.


80/100

Lia Ices
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