Del Nostro Tempo Rubato è quello che una volta si sarebbe definito un album doppio: 24 canzoni per più di 70 minuti di musica. Arriva d'altra parte un punto nella vita di un artista in cui osare diventa una necessità. La storia del rock è piena di esempi gloriosi: lo hanno fatto, tra gli altri, Clash, Minutemen e, prima ancora, i Beatles. Anche questo lavoro, come tutti i precedenti dei Perturbazione, nasce dal bisogno di comunicare attraverso le canzoni. Solo che stavolta la band, per sua stessa ammissione, ha optato per un approccio meno studiato e più istintivo. Suonare, provare, osservare cosa ne esce fuori.
I ragazzi hanno così dato sfogo a tutte le loro passioni musicali e narrative, realizzando un lavoro estremamente variegato, nel quale è possibile rinvenire tutti i diversi aspetti della loro poetica, tanto che che viene spontaneo paragonarlo a quel monumento del rock alternativo italiano degli anni '90, a firma Afterhours, che risponde al nome di Hai Paura Del Buio? (1997). L'iniziale "Istruzioni per l'uso", interessante base elettronica sulla quale si innesta un giro di chitarra e il violoncello - al solito splendidamente suonato da Elena Diana - sembra voler offrire la chiave di lettura dell'intero lavoro: il trasloco come metafora della vita. Mille sono le ragioni per cambiare casa: perché si sta stretti o perché all'improvviso c'è troppo spazio, perché è legata a ricordi troppo dolorosi o troppo dolci, perché è abitata dai fantasmi, da coinquilini insopportabili o da vicini rumorosi, perché ci hanno sfrattati, perché non sopportiamo più la provincia e cerchiamo la grande città, perché la metropoli ci soffoca, perché in questo quartiere non si vive più, perché me ne vado dall'Italia arrangiatevi, perché torniamo dai nostri genitori, perché lei mi ha lasciato, perché lui se n'è andato... Quale che sia il motivo di fondo, tuttavia, c'è comunque un regolamento di conti che attende al varco chiunque sia costretto a infilare ogni suo avere dentro scatoloni chiusi con lo scotch da pacchi. Cosa tenere, cosa buttare? Qualcosa va sacrificato. È il momento dei bilanci e delle scelte.

Nelle tracce successive, i Perturbazione riescono ancora una volta ad alternare con assoluta naturalezza momenti più intimi e cantautorali a leggere ballate pop rock. Tra i primi, meritano senza dubbio di essere ricordati l'omonima titletrack, immaginario dialogo tra due fratelli che fanno il punto sulle rispettive esistenze e su tutto quello che vorrebbero cambiare, "Palombaro", brano in cui Tommaso prende coscienza di come dei momenti importanti della nostra vita, soprattutto in amore, si finisce molto spesso per ricordare dettagli solo in apparenza insignificanti, e "L'elastico", pezzo dall'incedere cupo e malinconico che racconta di quel filo invisibile che a volte misteriosamente finisce con l'unire due persone. Tra le seconde, invece, impossibile non citare "Mondo Tempesta", riflessione sull'adolescenza di ieri e di oggi, sempre solitaria, ripensata e rivissuta da un uomo divenuto ormai adulto, "Revival Revolver", canzone in cui viene trattato il tema dell'eterno presente, al giorno d'oggi destinato a storicizzarsi in un lampo e divenire eterno passato, fissato sulle pagine di qualche giornale o rotocalco, e ancora "Buongiorno buonafortuna", motivetto radiofonico in puro stile Battisti che vede come ospite il cantautore romagnolo Dente. C'è poi "Promozionale", solare e estiva, in cui si ironizza su quella perenne ricerca del nuovo tormentone da lanciare che pare essere ormai divenuta la principale preoccupazione di certa industria discografica. Nel disco, tuttavia, vi sono anche episodi più energici e propriamente rock, tra cui è doveroso menzionare almeno "Vomito!", prepotente sfogo folk core, "Niente eroi", che nell'incedere della strofa rimanda addirittura a certi Pearl Jam, e "Come in basso così in alto", con le sue chitarre a dir poco graffianti. Non mancano, d'altra parte, brani più impegnati e di denuncia, con Tommaso che una volta di più si dimostra capace di affrontare con misura e apparente leggerezza anche temi molto discussi. Basti pensare all'azzeccato singolo "Mao Zaitung", trascinante pop song in cui si prende atto dell'incapacità dell'industria italiana di far fronte alla concorrenza proveniente dalla Cina, oppure a "L'Italia ritagliata", accorato ritratto di un Paese dove continuano a regnare delusione e disillusione. Il punto più alto di questo lavoro, tuttavia, è senza dubbio rappresentato da "Primo", toccante pezzo dedicato alla fine di una vita esemplare, quella di Primo Levi. Semplicemente da applausi.
Da segnalare la curiosa la scelta della band di inserire all'interno della confezione del disco un cd-r vuoto, contenuto in una busta di plastica con la scritta "Ora quel che conta...": niente altro che un invito rivolto all'ascoltatore a fare a sua volta un trasloco, riportando su tale supporto solamente quelle canzoni che per lui hanno davvero un senso, anche quelle di altri artisti. L'autentica colonna sonora della sua esistenza.
Un lavoro esteticamente ed eticamente fuori dal tempo, pop nel senso più nobile del termine. Un album sporco, gonfio, bagnato, livido, autunnale, primaverile, domestico, randagio, viaggiante, irritato, forse felice. Di gran lunga la più convincente uscita made in Italy di questi primi mesi del 2010.
74/100
Perturbazione | Quartier generale