Torniamo al 1969: è nel luglio di quell’anno che vede la luce il capolavoro In a Silent Way, anticipatore di Bitches Brew nei due ambiti fondamentali di innovazione: il ritmo e la postproduzione.
Innanzitutto, vi è una rivoluzione della sezione ritmica, che viene ampliata (con l’uso contemporaneo di due bassi, due o tre batterie, due o tre pianoforti elettrici), e dedicata alla costruzione di una base continua, non statica ma regolare, privata di un tradizionale alto livello di elaborazione e resa a tratti ossessiva, così da costituire l’ideale tappeto per la libera danza dei solisti.
Ma forse è ancora più importante la novità rappresentata dall’introduzione nel panorama jazzistico delle tecniche della postproduzione: è ormai quasi leggendario il racconto di come Miles Davis, entrato in studio per lavorare con tagli e sovraincisioni alle circa tre ore di materiale registrato, lo ridusse, nel generale disappunto, a due soli brani di durata complessiva inferiore ai venti minuti, e di come il produttore Teo Macero riuscì, in maniera straordinaria, a ricavarne le due tracce che oggi ascoltiamo sull’album definitivo.
A quarant’anni di distanza, il jazz italiano lancia e raccoglie una sfida: cosa suonerebbe nel 2009 Miles Davis, che per tutta la vita non smise mai cercare il cambiamento, e di interpretare la propria musica come un continuo tendere al nuovo? A quale scena e a quali artisti si ispirerebbe? A quali sonorità?
E’ da queste domande che nasce About a Silent Way, progetto ambizioso e stimolante, nato dalla collaborazione tra l’etichetta indipendente Itinera, la rivista Musica Jazz, e un eclettico quintetto di musicisti: il dj e produttore martux_m (al secolo Maurizio Martusciello), fortemente influenzato dalla scena techno e house di Detroit e Chicago, che è l’ideatore e il compositore dell’intero progetto; il trombettista Fabrizio Bosso e il sassofonista Francesco Bearzatti, entrambi tra gli artisti più rappresentativi di una nuova generazione del top jazz
made in Italy; il contrabbassista Aldo Vigorito, e il chitarrista norvegese Eivind Aarset. L’obiettivo è quello di ricreare il
mood di In a Silent Way, costruendo i nuovi brani traendo spunto dalla struttura di quelli originali, senza però attuarne una pedissequa interpretazione (sebbene i titoli siano riferimenti espliciti a quelli originali), ma cercando piuttosto di dare vita ad un vero e proprio ipotetico “nuovo album” davisiano, nel quale abbiano un ruolo di primo piano le sonorità elettroniche più moderne e il lavoro post-produttivo in studio.
Il risultato è qualcosa di diverso dalle precedenti esperienze di fusione tra elettronica e jazz, come possono essere, tra i molti esempi, il
nu-jazz à la St. Germain, il Madlib di Shades of Blue (entrambi, è il caso di sottolinearlo, sulla storica etichetta jazz Blue Note), o le sperimentazioni
jazzy di Carl Craig. Nel nostro caso, si ha l’impressione di essere di fronte a qualcosa che va oltre, per cui non vi è più soltanto un mondo (es. il jazz) che ne ospita un altro (es. l’elettronica), ma piuttosto una maggiore determinazione nel cercare di costruire una musica
nuova, nella quale non siano più rilevanti le precedenti distinzioni tra i generi musicali, che si propone di avere lo sguardo alto verso il futuro, verso il pieno XXI secolo.
Uno degli aspetti più meritevoli di attenzione, è proprio come questo disco sia nato dalla collaborazione dell’etichetta indipendente Itinera con la rinomata rivista Musica Jazz, la quale nonostante il suo approccio tradizionale, rivolto ad un preciso target di lettori, in questa occasione ha dimostrato (in un certo senso) lungimiranza e un po’ di coraggio: si consideri che l’album, prima di essere edito da Itinera per la vendita nei negozi (con l’aggiunta di tre remix), è uscito come allegato al numero di luglio di Musica Jazz, a sottolineare la volontà di dare la massima risonanza all’evento, anche rischiando di far storcere il naso ai più
puristi.

L’album si apre con la titletrack "About a Silent Way", brano lungo e dinamico. Partendo da bassi volumi e un’atmosfera sognante e sospesa, il brano cresce poco a poco, acquisendo una forma più precisa dopo qualche minuto, quando il basso diventa più regolare e l’elettronica fa la sua prima apparizione. In tutto il pezzo si apprezzano reminiscenze
dub, e in sottofondo sono presenti sporadici mini-sample dell’originale davisiano; intorno alla metà, dopo un momento di pausa, la ritmica (che qui comprende anche la chitarra) riprende la sua crescita, e a momenti di dialogo tra Bosso e Bearzatti si alternano manifestazioni di liberi pensieri da parte dei solisti, che ci guidano verso un
groove decisamente coinvolgente accompagnato da una maggiore pienezza di suono.
Segue "Hush/Quiet", traccia dall’atmosfera
ambient e vagamente psichedelica; poche note, suono caldo e avvolgente; verso la metà si sfocia in un ritmo accattivante, arricchito da fraseggi essenziali di Bosso e Aarset.
Il terzo pezzo, "Around This Time", è senza dubbio il più movimentato e riuscito del disco. Si apre con un sample di organo tra i momenti più rappresentativi dell’originale, che piano piano si trasforma in una base
funky creata dall’intelligente intreccio di elettronica e contrabbasso; questo invita gli altri tre membri del gruppo ad esprimersi in totale libertà. Con il procedere del brano, la base si fa più serrata, avvicinandosi sempre più alla
techno da puro
dancefloor (martux_m non nasconde di essere particolarmente affezionato a Jeff Mills). Dopo un momento di calma apparente, in cui tromba e sax trovano il modo di giocare tra loro, si riparte incalzando: ritorna il riff iniziale e contemporaneamente sale la voglia di ballare, finché ci si scopre completamente coinvolti e rapiti da un ritmo irresistibile, dai quasi frenetici intrecci sonori dei fiati, e dal sorprendente
interplay (non c’è altro modo per definirlo) instauratosi tra gli strumenti acustici e l’elettronica. Arrivati a questo punto, non ci si preoccupa più di capire se si stia ascoltando jazz o meno, o di etichettare: questa musica funziona alla grande, e ogni altra considerazione diventa marginale.
Dopo aver raggiunto l’apice, l’album si chiude con una ripresa del primo pezzo, in trio per elettronica, basso e chitarra. Alla frenesia di "Around This Time" fa seguito un maggiore relax sulla falsariga dell’atmosfera di apertura del disco, con la voglia di ballare che ritorna nell’aria (e vi rimane). Quando anche l’ultimo suono si è fatto lentamente silenzio (e mentre ancora si lotta contro l’impulso di ballare, rimettendo il disco dall'inizio), si ha come l’impressione che il discorso sia stato lasciato volontariamente in sospeso, in attesa di essere continuato, si spera, in un futuro non troppo lontano.