iconoscere ne Il Teatro degli Orrori uno dei migliori gruppi rock in attività del nostro Paese è cosa dovuta, soprattutto per aiutare la rinascita della nostra morente scena musicale e, dato che ci siamo, culturale. Di estremismi come questo vive la rivoluzione che servirebbe, di qualificante elitarismo vivono questo tipo di rinascite, il tutto è stato già sperimentato. Cosa ancora più dovuta è coltivare ed assistere la crescita di questi fenomeni, indirizzandone per il loro bene intenti e mezzi espressivi.
Il primo e unico (ad oggi) vero errore della storia de Il Teatro degli Orrori è “Alt!”, una delle tracce conclusive di A Sangue Freddo. Il perché, a ritroso, partendo da quello che Il Teatro degli Orrori è arrivato ad essere, lo si ricava molto facilmente. Al Teatro sono fin dall’inizio appartenute doti musicali, ma soprattutto culturali, emotive, espressive, superiori alla maggioranza dei colleghi italiani. L’Impero delle Tenebre aveva attirato - come raramente accade - l’attenzione di pubblico e critica, per il suo saper essere il nuovo decisivo grimaldello in grado di scuotere il più che sopito uditorio italiano. Si delineava in esso una struttura, seppur non rivoluzionaria, capace di intrigare; l’indole dal sapore esclusivista e spaccone era in grado di ottenere ammirazione, grazie ad un uso della parola - da parte di Capovilla - inteso mai come mero riempitivo, ma sempre divertito e divertente, e grazie ai suoni cupi e taglienti organizzati da Favero e Mirai. E soprattutto perché era, appunto, un Teatro in piena regola.
I lati capaci di definire la qualità dell’opera e quindi del gruppo, stavano dunque nelle intuizioni geniali dei suoi interpreti: musicisti e cantante, scenografi e attore.
Dove si vuole arrivare? Ecco il punto. “Alt!” è un inno terra-terra, una facile raccolta di slogan immediati quanto vuoti, sfuocati e, lasciatemelo dire, volgari (senso ampio) -
“Brutta zecca comunista”, “cosa ha in testa certa gente”… - . Il Teatro ha assorbito dalla platea un suggerimento che andava ignorato, è mutato in ciò che il pubblico voleva fosse, un epigono imbelle della massa imbruttita dei gruppetti che metaforicamente animano la scena indipendente italiana, i degni compagni degli allegri (troppo) ragazzi morti, uno sponsor per le frustrazioni anarchico pressapocchiste di chi per caso capitava ad un loro concerto. Il Teatro in questo unico ma pericolosamente significativo episodio è caduto fra la platea smarrendo ogni suo fascino, facendo svanire ogni magia.
È nei paragoni, fra il pregresso e l’attuale, che si spende inevitabilmente l’ascolto di A Sangue Freddo. La ripetizione, soprattutto in un gruppo dai tratti coscientemente e molto accuratamente limati come il Teatro degli Orrori, è la pericolosa strettoia che marca i parametri di valutazione, facilitando il compito di chi ascolta, costringendo dall’altra parte l’artista a battersi con se stesso. Ed è così che Capovilla, che Dio lo protegga, equipaggiato com’è della più rispettabile fra le coscienze artistiche del nostro Paese, in campo musicale ovviamente, si è visto privato dell’arma migliore dell’esordio del suo teatro, l’effetto sorpresa. Ma l’uscita di A Sangue Freddo merita riflessioni più ampie e profonde: che non si cada nel solita riflessione-clichè sul secondo disco come il difficile esame di conferma cui ogni grande gruppo deve sottoporsi.
E qui viene il bello.
L’inizio è disteso. “Io Ti Aspetto” parte con un lungo feedback interrotto dal piano di Paola Segnana, una delle tante collaborazioni del disco. Subito ritroviamo Capovilla, impegnato nel racconto di una “notte d’angoscia” in cui riflette amaro sul senso dell’amore sofferto, un tema fondante la sua poetica. Tema ripreso anche in “Due”, la prima e attesa esplosione del disco. Chitarre in primo piano, splendido il lavoro di Gionata, ritmo forsennato e testo ispirato e disperato. Il Teatro in pienissima forma.
Così come era stato per la "Compagna Teresa" viene scelto un eroe, un martire cui dedicare una traccia: “A Sangue Freddo” è per Ken Saro-Wiwa, scrittore nigeriano impiccato al termine di un sommario processo confezionato su ordine della Shell che era stata per anni ostacolata da Wiwa nella sua politica di sregolato sfruttamento delle risorse naturali ed umane del suo paese.
“Mai Dire Mai” è l’ennessimo chiaro e inevitabile omaggio ai Jesus Lizard; la canzone è divisa in due parti, la prima di stampo quasi sofistico, in cui Capovilla si scaglia contro il proverbio che dà il titolo alla canzone, a suo (e a mio) dire un detto limitante e limitato. Nella seconda si cade ancora nella tragedia d’amore. Grandi le scelte di suoni e arrangiamento per il cambio di direzione che lascia sfogare il protagonista della storia:
“vorrei dirti che sei, almeno una piccola forse una grande, parte di me”. Uno dei picchi dell’album.
Dalla collaborazione con i Bloody Beetroots nasce la più orecchiabile delle canzoni del disco, “Direzioni Diverse”, ennesima riflessione su un amore finito che ha, grazie al sapiente uso di archi, il sapore malinconico del Teatro. Impreziosita dagli innesti elettronici del duo di Bassano Del Grappa, pare un ottimo esperimento, il primo potenziale singolo del disco.

Si abbandona per un po’ il tema amoroso per passare a quello della berciata denuncia sociale in “Padre Nostro”, buona ballata in crescendo, ottimamente interpretata da Pierpaolo che si dimostra sempre perfettamente a suo agio quando c’è da modulare tono e timbro della voce, passando dal sommesso inizio fino al finale urlato.
Autentica gemma e chiusura del cerchio è “Majakovskji”, reinterpretazione di “All’Amato Me Stesso” del poeta russo, sul magistrale riadattamento di Carmelo Bene. Così come era stato per “E Lei Venne”, si rende in musica un’opera letteraria, e l’operazione risulta anche stavolta strepitosa. Per la prima volta è esplicitamente dichiarata la già chiara passione per Carmelo Bene, ispiratore di buona parte di temi, approccio e testi de L’impero delle Tenebre. Che sia proprio Bene il maestro fatto accomodare da Capovilla nella breve introduzione di “Vita Mia”? Sia lui il primo spettatore del Teatro? O magari l’ispiratore dell’intero progetto? Ritorna in mente il brocardo beniano:
“non si fa musica con la musica, né teatro col teatro”.
Il finale è affidato a “Die Zeit”, lenta e rumorosa cantilena che per alcuni aspetti potrebbe segnare un passo importante nel corso artistico di Capovilla. Si parla qui ancora d’amore, ma con toni e con intenzioni diverse. Il tempo ha aiutato Pierpaolo, pare. Colmando il vuoto e liberandolo finalmente dal suo magone, quel magone che aveva dettato “Il Turbamento della Gelosia” e “Lezione di Musica”. È questa la fine del supplizio amoroso di Capovilla? È la fine della
“strada buia senza uscita”?
I ripetuti ascolti confermano le primissime impressioni: il Teatro pur riconfermando talento e capacità espressive perde un po' del suo fascino. A Sangue Freddo è inteso come un vero è proprio secondo atto, inferiore per intensità ma degnamente affiancabile al suo predecessore. Musicalmente eccellente, contenutisticamente meno costante e omogeneo, appare come un ottimo disco di musica nata, cresciuta e pasciuta sotto il nostro cielo, il che la rende se non migliore, più preziosa.