S
i è già detto fin troppo della discutibile decisione di Manuel Agnelli e dei suoi Afterhours di prendere parte all'ultimo Festival della Canzone Italiana, esperienza conclusasi con una prevedibile eliminazione prima della serata finale accompagnata dalla, altrettanto facilmente pronosticabile, vittoria del premio della critica, quest'ultima ottenuta con tanto di formale benedizione della mitica Mina.
I diretti interessati, da subito, hanno tentato di giustificare la loro scelta sostenendo di voler solamente cercare di attirare l'attenzione dei media e del grande pubblico su quella scena indipendente italiana di cui loro, a ragione o a torto che sia, si considerano ormai da tempo gli autentici portabandiera.

Per lo stesso motivo, Agnelli e soci hanno anche pensato di inserire il brano Sanremese in questa raccolta di musica indie selezionata, messa in vendita alla Fnac al prezzo politico di 9,90 euro, in cui compaiono altri diciotto brani di artisti considerati particolarmente rappresentativi di quell' “Italia alternativa” ignota ai più.
“Il paese è reale”, ovviamente, non poteva che aprirsi con il pezzo omonino.
Brano per chi scrive a dir poco irritante, musicalmente confuso e con un testo degno del peggior Masini, cantante quest'ultimo che, almeno, riesce ancora a strappare qualche sorriso con le sue invettive arrabbiate da finto-ribelle.
Detto questo, bisogna riconoscere che nelle ultime settimane si è discusso degli Afterhours e delle loro performance sul palco dell'Ariston praticamente ovunque: se l'obiettivo era solamente far parlare di sè, esso deve senz'altro considerarsi centrato.

Il pezzo successivo, “Il e il mio amore”, scritto ed interpretato da Paolo Benvegnù, altro indie-rocker d'annata, per fortuna rianima subito l'ascoltatore perplesso, persuadendolo che in questa raccolta può esserci (come in effetti c'è) anche del buono. Splendido esempio di pop-rock all'italiana, con un testo semplicemente magnifico. Possibile che a Sanremo non ci possa essere spazio per canzoni d'autore di questo livello?
Dopo Benvegnù, in questa sorta di “Altro Festival”, è quindi la volta di Marco Parente, la cui canzone, delicata ma abbastanza inconcludente, scivola via senza lasciare il segno.
Proseguendo nell'ascolto, arriva il turno di Dente, al secolo Giuseppe Peveri, cantautore emiliano di culto il cui ultimo lavoro, “L'amore non è bello”, ha raccolto recensioni molto positive su tutte le riviste specializzate. “Beato me”, coi suoi repentini cambi di ritmo e le sue impennate, è un pezzo che funziona e una chiara dimostrazione di talento. Un giovane sicuramente da seguire con attenzione.
Cesare Basile, invece, propone anche questa volta un classico pezzo intimista alla De Andrè, “La canzone dei cani”, che colpisce soprattutto per l'azzeccatissimo arrangiamento, con in primo piano il tagliente suono di una sezione d'archi.
Dopo tanto cantautorato, arriva il momento della Toys Archestra con un sognante acquerello pop in lingua inglese. Il limite più evidente di brani di questo tipo è che finiscono quasi sempre per essere vuoti esercizi di stile. La copia di musica già sentita troppe volte oltrefrontiera. Per chi scrive, del tutto inutile.
Superati senza particolari sussulti, né in positivo, né in negativo, “California”, oscuro brano a firma The Reverendos, e “L'uomo dagli occhi di ghiaccio”, lunga strumentale psichedelica di matrice '60 dei Calibro35, ecco il turno del Teatro degli Orrori con la loro “Refusenik”.
Divenuti nuovi paladini del rock duro grazie al buon successo ottenuto dal loro disco d'esordio targato 2007, “Dell'impero delle Tenebre”, Pierpaolo Capovilla e compagni sono senza dubbio tra i gruppi più attesi dagli appassionati. Purtroppo, questo nuovo pezzo, per quanto potente, non convince in pieno e sembra poco più di uno scarto del precedente lavoro. La speranza, ovviamente, è che si tratti solo di un piccolo incidente di percorso.
Le sorti del disco, per fortuna, vengono a questo punto ampiamente risollevate da un trittico di brani tra loro molto diversi, ma tutti più che pregevoli.
Si parte con “Tempo e pace”, ispirata power ballad di Roberto Angiolini, artista che, come approccio, ricorda molto da vicino il sopra citato Paolo Benvegnù.

Subito dopo, è la volta dell'enfant prodige del synth pop all'amatriciana, quella Beatrice Antolini che, in brevissimo tempo, ha saputo conquistarsi i favori di più di un critico italico. Anche in questo caso, l'influenza di certi modelli anglo-americani sulla sua “Venetian Hautboy” appare evidente, ma non si può negare che questo pezzo, peraltro unica parentesi elettronica presente sul disco, sia interessante e degno di nota, nonché un chiaro indice di talento e idee da vendere.
Proseguendo ulteriormente nell'ascolto, ci imbattiamo finalmente negli Zù, capaci, con la loro “Maledetto sedicesimo”, di offrire l'ennesima dimostrazione di classe e potenza della loro carriera. Brano cupo e trascinante, che non avrebbe sfigurato su “Carboniferus”, a tutti gli effetti una delle migliori uscite discografiche di questi primi mesi del 2009.
Le buone notizie, purtroppo, finiscono quasi tutte qui.
La compilation, infatti, si conclude in tono abbastanza dimesso.
Sugli Zen Circus, che propongono un brano dall'eloquente titolo “Gente di merda”, chi scrive preferisce soprassedere, incarnando tutto quanto di più sgradevole si possa trovare in certa musica pseudo-alternativa di oggi.
Il pezzo seguente, “Che bella carovana”, a firma Marco Iacampo, suonerebbe invece assai piacevole, se solo l'orecchio dell'ascoltatore meno sprovveduto non notasse immediatamente l'evidente somiglianza con “Jennifer”, vecchio successo krauto targato Faust.
Anche il brano dei Mariposa, “Le cose come stanno”, per quanto formalmente impeccabile, finisce col richiamare troppo da vicino il sound levigato di certo pop patinato e iperprodotto degli anni '80. Di Donald Fagen ne esiste già uno, ed è più che sufficiente.
“Catastrophy Liars”, onesto mix di post rock ed emo-core dei Settlefish, invece, se non altro tenta di offrire una lettura personale di sonorità che, nel corso degli ultimi anni, sono state fin troppo abusate.
Lasciati alle spalle i Disco Drive e la loro “The Giant”, indie rock tanto etereo quanto privo di utilità, si arriva quindi al folk pop dei Marta Sui Tubi. “Mercoledì” è senza dubbio una discreta ballata, ma Giovanni Gulino e i suoi degni compari, per chi scrive una delle formazioni più talentuose e difficilmente catalogabili presenti all'interno della scena indipendente italiana, ci hanno abituato a brani decisamente migliori. Rimandati anche loro, per una volta.
Chiudono il disco, nel più classico dei modi, Amerigo Verardi e Marco Ancona con “Mano nella Mano”, pezzo caratterizzato da una lunga coda strumentale e da una sognante slide guitar in primo piano.
Cercando di tirare le somme, un lavoro valido ma non eccezionale che, tra alti e bassi, fotografa alla perfezione una scena magari povera di spunti autenticamente originali, ma senza dubbio viva e meritevole di ben altre attenzioni.