A volte ritornano davveroDopo anni di attese e falsi allarmi, ecco il disco che non avremmo mai voluto ascoltare
L
o ammetto, sono almeno venti minuti che fisso questo foglio bianco su cui devo scrivere qualcosa che riguardi i Massive Attack: tutto appare molto più complicato quando ti sembra di conoscere qualcuno da moltissimo tempo. E per me non è facile parlare di loro, cosa dire che non sia già stato detto? In fondo sappiamo tutti benissimo chi sono Robert Del Naja e Grant Marshall e qual è la loro storia. Decido allora di mettermi le cuffie e ascoltare Heligoland mentre continuo a fissare il vuoto, in cerca di una pronta ispirazione. E l’unica ispirazione che arriva è quella di allungare la mano verso il mouse, spostare il cursore verso il lettore, cliccare sul bottone di skip. Quindi capisco che la difficoltà non nasce tanto dall’insormontabile ammirazione che ho per questa band, ma piuttosto per lo sgomento: sono davvero i Massive Attack questi che sto sentendo? E soprattutto: perché tutto questo vociare attorno a questa uscita? Perché tutta questa pressione? Perché aspettare tutto questo tempo?
Da almeno cinque anni a questa parte ogni momento era buono per parlare di questi famosi lavori in corso, alimentando aspettative a dismisura e incrementando un pettegolezzo continuo.
“Quest’anno vedrà la luce il nuovo lavoro dei Massive Attack”, una frase che si è ripetuta fin troppi anni. E quando la corda è troppo tesa per alcuni si spezza, mentre altri riescono ancora a farsi trascinare nella trappola creata dall’hype. Eppure, volendo guardare meglio, questo disco poteva proprio avere tutte le carte in regola per ripagare le aspettative che si erano gonfiate attorno alla sua elaborazione.
In primo luogo per tutti i nomi che vi partecipano in qualità di ospiti di lusso, in secondo luogo per il momento storico in cui (finalmente) ha visto la luce. Bristol non è mai stata una città statica dal punto di vista musicale, e in questi ultimi anni ha dato ancora modo di far parlare di sé, dando la conferma di essere una realtà in continua evoluzione e in costante fermento culturale; poteva un ambiente del genere influire e regalare stimoli per la creatività di Del Naja? Doveva. Ma non è solo Bristol che avrebbe dovuto funzionare da reagente per questa nuova opera; molte cose, infatti, sono cambiate in questi ultimi dieci anni, sia a livello sociale-politico che a livello tecnologico. Tutti impulsi esterni che avrebbero dovuto colpire una proposta musicale che si è sempre fatta carico di esperienze umane e psicologiche, restando sempre al passo coi tempi. Inoltre questi ultimi anni di tour hanno certamente contribuito a mantenere viva la band, avendo anche la possibilità di testare direttamente con il pubblico alcune nuove idee, limare possibili spigolature, alimentare l’attenzione e l’interesse verso il nome Massive Attack. Un’opera d’arte del solito 3D si è trasformata in scenografia sul palco, e mentre ci bombardava di messaggi che scorrevano sui led alle sue spalle sembrava che quasi ci volesse dire
“Siamo qui, non ci siamo rinchiusi in una campana di vetro fuori dal mondo, siamo con voi, e cerchiamo di tradurre i vostri pensieri e i vostri bisogni”. E le canzoni nuove che proponevano? La verità è che erano abbastanza convincenti, forse ancora troppo ancorate allo stile Massive Attack di
100th Window - che non sarebbe neanche un fattore negativo data l’algida bellezza di quell’ultimo lavoro, ma non giustificherebbe una lavorazione durata 7 anni - lasciando presupporre comunque grossi margini di miglioramento per il possibile successore dell’album del 2003. Insomma, tutto questo per dire che considerando chi sono e cos’hanno fatto in passato, i Massive Attack potevano avere a sorpresa a disposizione tutti gli ingredienti per dire ancora qualcosa di importante.

Poi arrivò Splitting the Atom, e apriti cielo. Il singolo portante è un pastrocchio che con i Massive Attack sembra aver davvero poco a che fare, ci sarà anche l’inconfondibile voce di Horace Andy e una mano alle tastiere da parte di Damon Albarn, ma la canzone non sembra per nulla ispirata, né dotata di una qualche melodia in grado di catturare l’attenzione, niente, calma piatta, banalità e una punta di irritazione che inizia a farsi pesante. E nonostante “Splitting the Atom” sia chiaramente il punto più basso di tutto il disco definitivo, è inevitabile che un primo singolo così mandi in malora tutte le buone giustificazioni che avevo cercato di costruire. Le cose sembravano andare un po’ meglio con la seconda traccia presente nel singolo, “Pray for Rain”, dove Tunde Adebimpe pareva avere il suo perché; eppure bastano pochi ascolti per farla sembrare troppo prolissa, troppo ripetitiva e ingombrante.
Quando Heligoland finalmente arriva per intero, tutti i timori vengono confermati. Avevamo parlato di innovazione, di tutti i possibili stimoli provenienti da una realtà in fermento musicale, e invece questo album non sembra niente di tutto ciò: si intravedono soluzioni incerte, senza capo né coda, strutture che diventano banali nel proseguimento del minutaggio, un lavoro che nel complesso sembra addirittura far debito prima di tutto agli stessi
Massive Attack di ben dieci anni fa. La realtà musicale attorno a loro si muove in fretta, e loro riproducono una versione già vista, stanca e stucchevole.
Tutto questo è abbastanza sbalorditivo, si arriva perfino a sperare che a salvare la situazione generale ci pensi l’ospite di turno, ma non sempre è così. “Psyche” - interpretata da Martina Tobley-Bird - è forse l’unica cosa che rischia di passare ingiustamente inosservata perché schiacciata tra un'anonima “Flate of the Blade”, cantata da Guy Garvey degli Elbow, e la terribile doppietta composta da “Girl I Love You” e l’ormai famigerato singolo. Hope Sandoval e Damon Albarn, che prestano la loro voce rispettivamente in “Paradise Circus” e “Saturday Comes Slow”, arrivano ormai troppo tardi, quando già ci siamo stancati di trovare qualche spunto interessante in mezzo a molta banalità.
Non prendiamoci in giro, se davvero l’avessero voluto Del Naja e Daddy G potevano ancora far scuola e ricreare o sperimentare un’elettronica al passo coi tempi che portasse di nuovo tutti ai loro piedi, hanno l’esperienza giusta e soprattutto i mezzi. Così non è successo, ma non solo, quasi inspiegabilmente abbiamo assistito ad un’involuzione che nessuno avrebbe voluto augurare loro. In altre parole: un grosso spreco di energia.