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Untold (2009) Gonna Work Out Fine |
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Scritto da Gi.C.
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Titolo: Gonna Work Out Fine Autore: Untold Anno: 2009 Elemento:
dubstep. Leggendo fra le varie recensioni su questo EP (pochissime in realtà...), incappare nel termine post-dubstep ci ha spinti a qualche domanda. A malapena si è in grado di parlare di cosa la dubstep possa essere, difficilmente si può individuare a quale identità risponda: come definire, quindi, la post-dubstep? La vita dell'intelletto conosce fasi sempre particolari e imprevedibili, e probabilmente in una di queste zone della ragione prima o poi ci si imbatte. Ecco quindi che il termine post-dubstep sembra, paradossalmente, trovare una forte luce chiarificatrice nella tanto amata quanto bastarda madre putativa. Untold, per venire al disco in questione, pare proprio cascarci in questa dimensione, o etichetta, poiché i suoni e i ritmi con e di cui ci parla si presentano come un salto in avanti (o indietro, ma sempre di evoluzione si tratta) nei confronti di un patrimonio musicale che abbiamo appena imparato a conoscere e già muta. I suoni duri e i bassi sfrontati, degni di esser presi a fondamento di ben più di un genere o sottogenere del panorama elettronico, trovano una grammatica austera e arida nella secca "Stop What You're Doing", mentre la seguente "Don't Know. Don't Care" sembra smarcarsi almeno un po' in un dialogo fra beat più colloquiale e umano, con delle linee vocali (nel senso letterale di linee di voce) a inquadrare o a trovarsi inquadrate in o per una trama musicale che con la canzone precedente sicuramente spartisce l'attitudine. La successiva "Palamino" saltella leggermente di più volgendo il capo verso l'appena-passato, nell'introdursi come appena-presente e nell'aprirsi a "No One Likes a Smart-Arse", veramente testarda e anche episodicamente metallica; la chiusura con "Never Went Away" ci lascia l'interrogativo sulla post-dubstep che, per capirci, dovrebbe, sempre secondo la recensione in questione, farci pensare ad un Joy Orbison o a poco più in là, come un Mount Kimbie. Prescindendo dagli ottimi lavori di quest'ultimi due assi del verbo elettronico, quello che abbiamo appena ascoltato in Untold sembra un'operazione di potatura, quasi di svuotamento fisico di una polpa dub rispetto alla dubstep originale, in uno sguardo che richiama al contempo l'IDM più smussata e la base grime nella sua veste più elegante. Stiamo ad ascoltare cosa ci regala il mondo delle idee: alla fine siamo ancora schiavi del postmodernismo, che esista o no.
7/10
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