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Slowdive (1991) Just for a Day Stampa
Scritto da D.S.   

Titolo: Just for a Day Autore: Slowdive Produttore: Neil Halstead, Chris Hufford Anno: 1991 Etichetta: Creation Elemento:


P
oche opere sanno creare un ambiente e riempirlo di suono fluido come Just for a Day, album d'esordio della band di Reading, capitanata da uno dei massimi compositori dei Novanta, quel Neil Halstead nel tempo divenuto simbolo di un certo modo di concepire il rock, tanto trasognante e in un certo senso minimale nel suo saperti avvolgere nell'atmosfera. Ci troviamo di fronte ad uno di quei lavori che pur non avendo mai raggiunto un pubblico vasto, definire seminale è davvero il minimo complimento che gli si possa attribuire.

Soffice, misterioso come gli esordi di Julee Cruise, etereo grazie alla voce di Rachel Goswell che anticipa nello stesso anno l'altra principessa dello shoegaze, Bilinda Butcher dei My Bloody Valentine, Just for a Day è formalmente l'autentico vertice di una stagione del rock e di una poetica tutta, l'opera in grado di presentarsi al nuovo decennio senza rinnegare l'esperienza di quello precedente.

Si presti infatti attenzione al languido incedere del basso di Nick Chaplin, così erede della lezione di quel Simon Gallup protagonista del suono dei Cure. Proprio del capolavoro Disintegration Just for a Day sembra il perfetto seguito, quel seguito che i Cure ancora ad oggi non hanno saputo dare alla loro rappresentazione più famosa.

Come un gatto che si estranea per rifugiarsi a riposare nel suo cantuccio preferito, l'ideale ascolto di un disco simile richiede uno spazio in cui si è allo stesso tempo liberi e vulnerabili. Ad esempio stare da soli in una stanza, camminare e non pensare altro che a sé stessi: è come uno specchio. E ascoltare, liberi di fantasticare. Poi di colpo qualcuno entra e ti fa cadere dalle nuvole, cogliendoti così indifeso come il gatto raggomitolato che sogna chissà cosa, così ingenuo prima di tornare a razionalizzare, e prima di domandarti se sarai sempre così, perché queste sono cose che fanno i bambini, gli adolescenti... non una persona seria. Sognare ad occhi aperti, ricordando o immaginando un futuro. Di questo abbisogna Just for a Day.

Si parte in medias res per addentrarci in un museo di sentimenti reconditi da cui si tenta di non farsi sciogliere ed assuefare. Praticamente impossibile. "Catch the Breeze", col suo tempo dispari ti trasporta da toni eterei a stratificazioni dall'umore più arcano che celestiale, introducendoti alla ferma e dolente rassegnazione di "Ballad of Sister Sue", così lontana dallo stereotipo di nichilismo in voga nel rock americano di quel periodo, ma forse ancor più forte nel suo intento. Quelle degli Slowdive sono tuttavia canzoni, anche se appaiono come un unico blocco compatto in cui sottili movimenti tentano senza volerlo né riuscirci di modificare lo stato d'animo del fruitore. Canzoni di quattro o cinque minuti che formalizzano un'estetica a metà tra il dream pop dei Cocteau Twins e lo shoegaze, creando però un unicum travolgente.

Al cospetto della stasi della strumentale "Erik's Song", "Waves" con cui si apre il lato B sembra un trionfo di nuove sensazioni, forte del canto così reminiscente dei Ride di Nowhere e dei tappeti sonori stesi dalla chitarra di Christian Savill, in grado di sostituire il suono continuativo di una tastiera. Ma la vetta più alta dell'opera e probabilmente della discografia degli Slowdive è "Brighter", il brano numero 7 di Just for a Day. L'interpretazione della Goswell suona come una filastrocca a cui si avvolgono i cori delle voci e l'esercizio delle tre chitarre, sopra il ritmo imbastito dalla batteria di Simon Scott inseguita dal basso di Chaplin.

She don't understand you
Her birth made of grain
She can now see the sun
And everyone said, yeah You're better off dead but
She didn't know we were alone

Se l'album si era aperto con "Spanish Air", sorta di risposta slowdiveiana a "Plainsong" dei Cure in cui due violoncelli accompagnavano la marcia di avvicinamento al fulcro dell'album, il finale concesso a "Primal", col suo effetto straniante e il crescendo emotivo in cui riappaiono proprio i due violoncelli e che culmina in una combinazione vocale alchemica, lascia l'ascoltatore senza una soluzione ultima all'enigma di questa musica sì eterea e misteriosa. L'unica certezza resta la possibilità di potervi ritornare e provarci di nuovo, per sempre.

 

01. Spanish Air
02. Celia's Dream
03. Catch the Breeze
04. Ballad of Sister Sue
05. Erik's Song
06. Waves
07. Brighter
08. The Sandman
09. Primal
 
 
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Legenda


Oro

Disco Chiave, Imprescindibile

Mercurio

Potenziale Capolavoro

Rame

Ottimo Esordio

Antimonio

Grande, Inatteso Ritorno

Zolfo

Interessante, Buono

Stagno

Intorno alla Sufficienza

Piombo

Aurea Mediocritas

Ferro

Crosta, Insufficiente

Disgustorama

Pietra dello Scandalo

 

 

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