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R.E.M. (1983) Murmur Stampa
Scritto da D.S.   

Titolo: Murmur Autore: R.E.M. Produttore: Don Dixon, Mitch Easter, R.E.M. Etichetta: IRS Anno: 1983 Elemento:


O
ggi fa quasi tenerezza, ispirato da quello spirito collegiale, in realtà non così ingenuo. Risulta innocuo, a tratti naif come un quadro di Rousseau. Eppure Murmur ha cambiato il rock con le sue tenere armi, e si può asserire tutto ciò che si vuole, ma le dodici canzoni che lo compongono hanno uno spirito più puro di qualsiasi loro altra composizione. Non c’è neanche un inno dei loro anni Novanta che tenga, che parli della passione.


Not everyone can carry the weight of the world.

Contestualizzato al suo 1983, Murmur è un disco che riacquisisce quel significato forse andato perso coi successi seguenti, come dare per scontato che quanto accaduto con quell’esordio sarebbe accaduto comunque, o semplicemente dimenticando.

Certo non poteva bastare un EP, per altro di ottima fattura, a risvegliare la rivoluzione del pop, ormai sofferente entro le coordinate post punk, quel punk che sembrava averlo salvato dall’involuzione del progressive. Niente di tutto questo, ciò che mancava era un album come Murmur, composto finalmente di quegli ingredienti con cui Lou Reed e John Cale avevano trasformato il piombo in oro.

Fossero solo un gruppo americano per gli Americani, i REM non suonerebbero diversi dai Grateful Dead di American Beauty, perché gli elementi di base sono gli stessi. Secondo qualcuno l’estetica (o meglio, poetica) punk ha fatto il resto. Ma oltre il chitarrismo à la Byrds di Peter Buck, artista in grado di comporre dei veri e propri inni generazionali negli anni a venire, il basso pulsante in pieno stile punk rock di Mike Mills e la punteggiatura dei colpi di un fin troppo sottovalutato Bill Berry, i REM vantano tra le loro fila un fuoriclasse assoluto, uno di quei personaggi dotati di un carisma degno degli allora mostri sacri del rock, capace di rappresentare come nessun altro all’epoca le sorti di una generazione che sognava in grande, ma che poi ha raccolto forse meno di quel che sperava. Si chiama Michael Stipe. Il pellegrinaggio ha inizio.

Rest assured this will not last, take a turn for the worst.

E’ bene rendersi conto che senza i REM, questi REM, probabilmente neanche nel Regno Unito si sarebbero svegliati gli Smiths o successivamente gli Stone Roses. E quando vennero fuori i Pixies (poi fondamentali per il gusto pop dei Nirvana), non sembrarono altro che l’esatta addizione dei due attori simbolo dell’indie rock americano degli anni Ottanta: se il primo ormai lo conoscete, l’altro sono i Sonic Youth. Che i REM - più comodo scriverlo senza punti: tutti sanno che significa Rapid Eye Movement ormai, e per noi è anche più facile chiamarli così anziché dover usare l’articolo “gli” seguito dai fonemi ar-i-em – siano alla base di tanto rock venuto negli Ottanta e ancor più nei Novanta è ormai assodato.

Il lirismo surreale di Murmur – si presti la dovuta attenzione ai testi delle canzoni – lo ritroviamo preciso preciso in Thom Yorke, che non ha mai nascosto la sua stima per i quattro di Athens, Georgia. Non si può biasimare chi all’epoca si sarà chiesto cosa volesse esprimere con versi così ermetici.

Standing too soon, shoulders high in the room.

Stipe ha letteralmente insegnato il suo mestiere a così tanti che a lui si sono palesemente ispirati: cosa resta dei Pearl Jam senza i pezzi acustici di chiaro modello REM, sparsi in tutta la discografia del combo di Seattle?

Il brano meno utile di Murmur è comunemente riconosciuto in “We Walk”. Eppure con due soli versi ripetuti per tutta la canzone, dominata dal tipico rincorrersi di arpeggi di Buck, Michael Stipe fornisce una lezione clamorosa. Bastano poche parole per esprimere dei sentimenti (vero Kurt?), purché interpretate con profondità e verità. E’ noto che alcuni degli ultimi giorni della sua vita Cobain li abbia passati ospite in casa di Michael Stipe. Si dice che anche il successivo disco dei Nirvana sarebbe dovuto essere un album à la REM, e in fondo l’unplugged in parte lo è.

Dobbiamo davvero raccontare una ad una canzoni che hanno fatto la storia dell’indie americano come “Radio Free Europe” o “Talk About the Passion”?
Non riescono ad essere retorici i REM, anche quando potrebbero concedersi un momento di ruffiana commiserazione. Il timbro dolente di “Perfect Circle” appare davvero come un prototipo della poetica dei Radiohead.
I quattro di Athens riescono a fare un rock dal ritmo sostenuto dalle percussioni e da un basso sempre in primo piano, senza dover ricorrere agli espedienti dell'epoca, né tantomeno al gusto dark wave quasi giunto al punto di saturazione nel Regno Unito. No, è musica fatta con altri intenti, e l'America si risveglia.

Capire i REM degli anni IRS significa aver coscienza dei movimenti del rock dei successivi due lustri. Rendersi conto del perché l’arrangiamento di “Moral Kiosk” è considerato seminale ed è – come gli altri brani di questo disco – perfetto così, scarno come suonato nella sala prove della loro cittadina, fresco come niente altro, per forza di cose. Hanno inevitabilmente perso, a poco a poco, quell’essenzialità, in favore di altre doti come la tecnica e l’esperienza. Altri sentimenti.

Ma il rock è anche e soprattutto una questione di abbandono, a costo di risultare ingenui, e nella loro mirabile discografia, i REM possono vantare un esordio come quello di pochi altri.

 

 

01. Radio Free Europe
02. Pilgrimage
03. Laughing
04. Talk About the Passion
05. Moral Kiosk
06. Perfect Circle
07. Catapult
08. Sitting Still
09. 9-9
10. Shaking Through
11. We Walk
12. West of the Fields

 
 
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Legenda


Oro

Disco Chiave, Imprescindibile

Mercurio

Potenziale Capolavoro

Rame

Ottimo Esordio

Antimonio

Grande, Inatteso Ritorno

Zolfo

Interessante, Buono

Stagno

Intorno alla Sufficienza

Piombo

Aurea Mediocritas

Ferro

Crosta, Insufficiente

Disgustorama

Pietra dello Scandalo

 

 

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