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Recensioni in Pillole 08/03/2010 |
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Scritto da Panopticon
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All'interno:
Apparatjik (2010) We Are Here
Autechre (2010) Oversteps
Black Rebel Motorcycle Club (2010) Beat the Devil's Tattoo
Brian Jonestown Massacre (2010) Who Killed Sgt. Pepper?
Charlotte Gainsbourg (2010) IRM
Courteeners (2010) Falcon
Efterklang (2010) Magic Chairs
Entourage (2010) Prisma
Holly Miranda (2010) The Magician's Private Library
Hot Chip (2010) One Life Stand
Lali Puna (2010) Our Inventions
Los Campesinos! (2010) Romance Is Boring
Marina and the Diamonds (2010) The Family Jewels
Nedry (2010) Condors
Oratio (2009) Ora ti ho
Apparatjik (2010) We Are Here
electropop-rock. Dietro al moniker Apparatjik si celano il bassista dei Coldplay Guy Berryman, il cantante/chitarrista dei Mew Jonas Bjerre, Magne Furuholmen, chitarrista/tastierista degli a-ha e, dietro le pelli, il produttore Martin Terefe. Il progetto nasce nel 2008 con la partecipazione all'iniziativa benefica Songs for Survival. We Are Here, uscito il primo febbraio scorso per la Meta Merge Un Recordings, è il vero e proprio debutto della band. Si parte con "Deadbeat" e da subito salta all'orecchio l'equilibrio tra i contributi dei diversi membri al risultato complessivo: un electropop di facile presa ma non eccessivamente ruffiano. Spiccano l'inconfondibile voce di Bjerre, che si alterna al microfono con i colleghi, e le tastiere di Furuholmen, efficaci nel loro essere amabilmente retrò. Parte così, per non arrestarsi, un susseguirsi di tracce che variano dal ballabile ("Snow Crystals") al delicato ("In a Quiet Corner", dove manca solo Chris Martin, oppure la traccia conclusiva "Quiz Show"), passando per momenti di minore incisività come le pur gradevoli "Josie" e "Antlers".
Non spicca nemmeno "Electric Eye", primo singolo estratto, priva del mordente della già citata "Deadbeat". Complice la breve durata dei pezzi, che senz'altro contribuisce alla fruibilità di We Are Here, si giunge presto alla conclusione. Non è improbabile che a questo punto, sebbene consci di non trovarvi davanti ad un lavoro troppo originale e ricercato, vi venga voglia di premere nuovamente play. 6.5/10 (P.B)
Autechre (2010) Oversteps
intelligent dance music. Oversteps. Un passo in avanti e due indietro. Di tre passi fatti, dunque, due sono irrilevanti. Irrilevante è la ritrovata ricerca dell’armonia, che però sembra persa irrimediabilmente. Irrilevante è il tentativo di mediare tra l’ultimo periodo di ritmi spezzati e l’ immediatezza degli albori, forse dovuta ad un’urgenza espressiva che comincia a venir meno. Decisamente rilevante, invece, lo sfogo ambient che emerge a macchia di leopardo nell’album, ma che paradossalmente (e sfortunatamente per l’ascoltatore) non viene sviluppato. Esso viene anzi limitato, bloccato da una certa pretestuosità, da una certa mancanza di coraggio, risultando pericolosamente simile al tipo di ambient già visto in Quaristice - l'album precedente - privo di mordente, personalità e dai suoni, bisogna dirlo, vecchi e posticci. Oversteps è un album che vorrebbe tornare ad una musica intelligente E da ballare, ma che invece rimane troppe volte ancorato all’intellettualismo sterile delle due opere precedenti. Basti ascoltare tracce come “O=0”, “pt2ph8”, “KrYlon”, “Redfall” e in generale tutta la seconda parte dell’album per intuire come la cacofonia sonora, in questo caso, vada di pari passo con una cacofonia intellettuale ridondante, asettica. La prima parte è molto più interessante rispetto alla seconda: c’è armonia, anche nel gracchiato, ed è minore la sensazione che il disco sia dominato da autoimposizioni funzionali a far contenti i fan più accaniti (quelli dell’ultim’ora), ma, soprattutto, è nelle prime tracce che troviamo i vaghi tentativi ambient già accennati. Certo sono grezzi, immaturi, anacronistici e di per sé poco raccomandabili, ma sembrano provenire dalla pancia, sembrano, insomma, autentici e non di plastica. È la differenza che passa tra una “See on See” e una “Treale” sconclusionata. Introduzioni come quella di “R Ess” rappresentano un ricordo di quanto successo nei loro migliori album e a quelle piccole tracce come “Overand”, in Tri Repetae, che se ne stavano sole a rappresentare una delle strade possibili nell’evoluzione Autechre. Speriamo se ne accorgano, la prossima volta. 5/10 (D.B.)
Black Rebel Motorcycle Club (2010) Beat the Devil's Tattoo
road rock. Prima esaltati come i novelli Jesus and Mary Chain, poi denigrati dalla critica e seguiti solo da uno zoccolo duro di fan. La fortuna dei Black Rebel Motorcycle Club non è stata proprio tra le migliori. Sembrava che dopo il primo, riuscitissimo esordio non avessero più nulla da dire. Eppure ora i Motociclisti Ribelli tornano con un album che, pur non aggiungendo nulla di prettamente nuovo al panorama musicale, risulta ben fatto e alquanto piacevole per chi sia desideroso di suoni puramente rock - magari solo con qualche tocco più morbido. Probabilmente complici le vicende interne alla band, che hanno portato all'uscita dalla formazione (per la seconda volta) del batterista Nick Jago, rimpiazzato per questo Beat the Devil's Tattoo da Leah Shapiro, i BRMC sembrano essere tornati allo shoegaze rockeggiante delle origini, e allo stesso tempo alle ballate acustiche che caratterizzavano il sottovalutatissimo Howl. Beat the Devil's Tattoo è infatti una riuscita alternanza di pezzi più tirati, dai suoni sporchi e graffianti come "Conscience Killer" o "Mama Taught Me Better", ballate solo per chitarra/piano e voce - e magari un po' d'armonica in puro stile- Bob Dylan - come "Sweet Feeling" e "Long Way Down", fino a pezzi che sembrano saltare fuori direttamente dal self-titled come "Evol". Il tutto condito del loro stile più rappresentativo: abbigliamento alla James Dean, chitarra alla Kevin Shields, attitude un po' on the road e lyrics oscure, in bilico tra amore, dannazione e salvezza. Insomma, questo disco segna un netto milgioramento dal precedente Baby 81, e sarà sicuramente apprezzato dai fan della band. E anche chi le si volesse accostare per la prima volta, potrebbe trovare in Beat the Devil's Tattoo tutti gli elementi chiave per scoprire, capire e magari apprezzare questi tre ragazzi di San Francisco. 6.5/10 (G.B.)
Brian Jonestown Massacre (2010) Who Killed Sgt. Pepper?
new psychedelic, synth rock. Quando stai per ascoltare un disco dei Brian Jonestown Massacre, il primo pensiero va immediatamente a DiG!, il film documentario in cui si celebrava l'epopea del rock psichedelico degli anni '90. Il leader della band californiana, Anton Newcombe, dà vita ad una produzione musicale altalenante e forse anche troppo prolifera, che però ci regala il seguito ideologico di Their Satanic Majestic Request degli Stones che è anche noto come Second Request (1996), vera perla di un'annata che li ha visti pubblicare tre album in dieci mesi. Da quel momento i BJM non si sono mai fermati dando alla luce quindici tra album ed EP, pieni zeppi di citazioni di Byrds, Velvet Underground, Beatles e Bon Dylan. Poi dal 2005, anno del non eccezionale EP We Are the Radio, Anton Newcombe fa perdere le traccie di sé e tutti giù a malignare sul suo passato e forse presente di droga e alcool. La verità è sempre nel mezzo. Anton si trasferisce in Europa e vive tra Berlino, Liverpool e Reykjavìk, dove trova gli stimoli per dare alla luce My Bloody Underground (2008), dove nel titolo e nei suoni non può che leggersi l'influenza dei My Bloody Valentine. I BJM cambiano pelle e lo fanno ancora con l'EP dello scorso anno, Smoking Acid. Quest'ultimo lavoro è l'officina dove si forgiano i nuovi suoni che danno vita a Who Killed Sgt. Pepper? Il nuovo Anton Newcombe si presenta in studio di registrazione con moglie e figli e richiama a sé l'amico e nemico Matt Hollywood alla chitarra. Produce questo disco sull'asse Berlino-Reykjavìk e i suoni della capitale tedesca entrano prepotentemente nel suo bagaglio musicale. L'effetto è un lavoro straordinario, che non soffre mai momenti di debolezza. Il titolo nasconde una citazione dedicata agli amati Beatles, ma, se in passato le citazioni servivano ad esaltare le fitte trame che legavano i BJM alla psichedelia dei '60-'70, in Who Killed Sgt. Pepper? Anton Newcombe usa il titolo per definire le trame di un concept album dove ogni traccia serve a spiegare l'opera di sublimazione della psichedelia in un suono che fonde industrial, post-punk, synth rock e techno. Le tracce più riuscite sono senza dubbio l'iniziale "Tempo 116.7", dove viene velatamente fuori la passione per i Throbbing Gristle. La successiva "The Heavy Knife" rappresenta il manifesto programmatico del nuovo corso dei BJM. Il disco alterna suoni elettronici a chitarre post punk fino alla bellissima "This Is the First of Your Last Warning", dove Newcombe si limita a fare da regista all'intrecciarsi dei suoni del sapiente basso di Will Carruthers (ex Spiritualized), del drumming del batterista Dan Allaire e della voce ipnotica di Unnur Andrea Einarsdóttir. Questa nuova versione dei Brian Jonestown Massacre ci consegna un album maturo e tra i più riusciti della loro prolifera produzione. 8/10 (A.A.)
Charlotte Gainsbourg (2010) IRM
alternative songwriter pop. Per realizzare questo disco Charlotte Gainsbourg ha affidato completamente la scrittura dei brani a niente di meno che Beck Hansen, ma si sbaglierebbe riducendo il ruolo della figlia del leggendario Serge a quello di mero interprete. In primis perchè lei stessa ha voluto essere presente in studio nella fase di composizione delle canzoni, e poi, fattore assolutamente da non sottovalutare, il disco prende il nome dalle numerose risonanze magnetiche (questo il significato dell'acronimo) che l'attrice ha dovuto eseguire in seguito a un incidente del 2007 in cui ha rischiato di perdere la vita. Ed ecco quindi che "IRM" per Charlotte Gainsbourg rappresenta il modo a lei più congeniale di esprimere la felicità di essere sopravvissuta, ma soprattutto di poter continuare a recitare e fare musica. Sul piano strettamente musicale, la stile di Beck si fa sentire piuttosto pesantemente (come potrebbe non farlo?), ma la personalità vocale della Nostra evita al disco l'essere semplicemente una raccolta di canzoni di Beck cantate da un'ospite femminile: la francese passa con disinvoltura da toni sussurrati a momenti più sensuali, ad altri ancora leggermente più aggressivi, come nella tribale titletrack, esplorando così un'ampia gamma di sensazioni e umori (notevolissimo il contrasto in "Le Chat du Café des Artistes", stretta tra la drammaticità noir degli archi e la sua voce dolce e delicata). L'elettronica è sapientemente dosata e Beck conferisce una buona varietà agli arrangiamenti, dando una certa ricercatezza alle canzoni, le quali però non mancano certo di fruibilità, senza disdegnare due/tre episodi che potrebbero avere fortuna nelle radio; decisamente azzeccata in questo senso la scelta di "Heaven Can Wait" come primo singolo, probabilmente il brano che ha più possibilità di attecchire presso il grande pubblico. IRM è il classico album che non vi cambierà la vita, ma che sarebbe un peccato non ascoltare almeno una volta. 7/10 (M.F.)
Courteeners (2010) Falcon
indie pop, synth pop. Se dopo la pubblicazione di St. Jude (primo album dei Courteeners) Morrissey ha ammesso di amarli alla follia, proponendo spesso cover dei quattro enfant prodige di Manchester nei suoi concerti, siamo curiosi di sapere cosa dirà dopo l'ascolto del riuscitissimo Falcon. La seconda fatica della band di Liam Fray non può che affascinare per le sue molteplici sonorità che tanto si allontanano dalle atmosfere legate all'amore per gli Smiths e forse anche al lavoro del produttore Stephen Street (proprio gli Smiths, ma anche Morrissey e Blur). In Falcon le influenze sono molteplici. Il disco inizia con le sonorità dream pop di “The Opener” e la travolgente “Take Over the World”. E se “Lullaby” e “You Overdid It Doll” ricordano il synth pop degli Ultravox, arriva a stemperare i toni la ballata folk “The Rest of the World Has Gone Home” che ricorda i migliori I Am Kloot. I ritmi tirati di “Sycophant” e “Scratch Your Name Upon My Lips” fanno tornare alla memoria le sonorità post punk dei Raincoats, prodotti proprio da quel Ed Muller che ha curato la produzione di Falcon. Prima del gran finale arriva la dolcissima ballata “Last of the Ladies” in cui la voce matura di Liam Fray si intreccia al solo pianoforte. Il disco si conclude con “Will It Be This Way Forever” che nasconde dietro una facciata electropop, un'anima indie rock che emerge e caratterizza la canzone, forse la più riuscita del disco. Per chi non ne ha abbastanza, i Courteeners propongono anche 5 bonus tracks. Tra le quali “Bojangles” e “Meanwhile Back at the Ranch” sembrano appartenere più al repertorio degli Arctic Monkeys che non a quello dei Courteeners. Tirando le somme, Falcon appare come una tela che Liam Fray tesse intrecciando le mille sfaccettature del pop britannico, non cadendo mai nel plagio, grazie ad una maturità stilistica che risultava latente in St. Jude. 7/10 (A.A.)
Efterklang (2010) Magic Chairs
post rock, indie pop. Il tempo non è stato buono con gli Efterklang, capaci di dirci qualcosa di diverso rispetto alle migliaia di band più o meno post-rock, indie-folk o quello che preferite: la sorte non ha mai voluto illuminare il cammino di questo collettivo sonoro danese. Polistrumentisti, affiatatissimi, onesti, simpatici e pure bravi, il combo scandinavo arriva a questo nuovo album, Magic Chairs, con alle spalle album decisamente più interessanti, quali Tripper o Parades, per non parlare di qualche EP più che centrato. Tuttavia, quest’ultimo lavoro pare quasi stonare con un percorso evolutivo veramente progressivo, arrivando probabilmente nel momento di massimo risalto conferito alla band, anche in seguito ai vari tour e al live con orchestra: si è davanti ad un’opera che non riesce ad esprimersi pienamente, che non aggiunge niente, ma anzi sembra perdere dal confronto con i suoi predecessori. Si perde la bellissima voce femminile che ha reso Tripper un disco memorabile; si perde un’ingenuità compositiva che conferiva ad un disco non facile come Parades una patina di simpatia maggiore; si perde un’idea di musica più fluente e omogenea. Quello che si ritrova in Magic Chairs è infatti una serie di canzoni spesso riuscite, ma incapaci di andare oltre ad un consumo diremmo occasionale. Anche l’opener "Modern Drift", che pure ha dei momenti veramente riusciti, o la seguente "Alike", sembrano non incidere più di tanto. Non rimandano più ad un'atmosfera tutta unica e preziosa: si perde la vorticosità elettronica e ci si allinea su esperienze musicali già troppo sfruttate. Poi in realtà le cose non stanno male come sembrerebbe, nel senso che l’ascolto va senza nemmeno troppi intoppi, anzi; tuttavia, la linearità con cui il disco inizia (si presenta anche male, vista la pessima cover…) non pare risolversi in quella complessità che invece aveva segnato sensibilmente gli esordi. Non ha molto valore parlare di ogni canzone. Alla fine, temo che ce lo dimenticheremo abbastanza facilmente. Ed è un peccato, perché coloro che li avessero visti in tour anche solo tre anni fa potrebbero testimoniarvi come dal vivo questi simpatici danesi se la sapessero cavare anche eccellentemente. E invece si intuisce come un’aria di commiato; un saluto che è simile ad un arenarsi dove le onde tratteggiano si le forme di un bel mare, ma dove, parimenti, l’idea di una musica diversa va a scontrarsi contro un grande scoglio chiamato realtà. 6/10 (Gi.C.)
Entourage (2010) Prisma
italian rock, noise. Formazione originaria di Messina, attiva dall'ormai lontano 2001 e composta da Luciano (chitarra/voce), Cesco (batteria) e Paola (basso), gli Entourage, dopo tanti anni di gavetta, culminati con la partecipazione ad Arezzo Wave 2006 e la pubblicazione di un mini-album autoprodotto, riescono finalmente ad esordire sulla lunga distanza con questo Prisma, uscito ad inizio anno per la Seahorse Recordings, prima etichetta a credere fortemente nelle potenzialità del progetto. Almeno nelle intenzioni, questi ragazzi dimostrano ambizione e referenti di prim'ordine. Onnivori negli ascolti, sostengono di voler coltivare attraverso la propria musica, che non esitano a definire sperimentale - energico – ricercata, la loro passione per la composizione, intesa come possibilità di mettere a nudo la propria anima, e sul myspace della band citano, quali generi musicali di riferimento, noise, psichedelia, indie-rock, cantautorato folk, punk, post-rock, stoner, blues, shoegaze e molto altro ancora. Il risultato finale tuttavia, nonostante tale dichiarazione di intenti e per quanto estremamente godibile, non raggiunge mai livelli di eccellenza. Lungo gli undici episodi che compongono questo lavoro, infatti, gli Entourage si limitano per lo più a rielaborare con un certo gusto la proposta dei mostri sacri del rock indipendente italiano degli anni '90, ricordando molto da vicino i primi Marlene Kuntz nelle parentesi più rumorose (pezzi come “Boom”, “Zo” e “Age” rasentano il plagio, complice il cantato di Luciano, il cui timbro ricorda molto da vicino quello di Cristiano Godano) e gli ultimi Verdena nei momenti più dilatati e psichedelici (”Yoga”, “Tra le mie grida”, “Segnali di fumo”). In conclusione: se avete voglia di ascoltare un album di musica rock potente e orecchiabile, una possibilità a questi ragazzi, che per chi scrive possiedono ancora dei margini di crescita, la potete anche concedere; se siete di gusti difficili è bene che rivolgiate fin da subito le vostre attenzioni altrove. Vigorosi. 6.5/10 (A.D.)
Holly Miranda (2010) The Magician's Private Library
indie pop, singer/songwriter. David Andrew Sitek colpisce ancora. A due anni dalla riuscitissima (si rassegnino gli scettici) collaborazione con Scarlett Johansson per l'album Anywhere I Lay My Head, il chitarrista dei Tv on the Radio, incassate le lodi per la produzione dell'ultimo lavoro degli Yeah Yeah Yeahs, mette le mani su un'altra donzella dalla voce suadente. Si tratta della giovane Holly Miranda, nata a Detroit e stabilitasi poi a Brooklyn, in fuga dalla famiglia bigotta che non vedeva di buon occhio, eufemisticamente parlando, il suo orientamento omosessuale. The Magician's Private Library è il suo debutto da solista ed è inevitabilmente influenzato dai trascorsi artistici del suo mecenate (Sitek s'era messo al lavoro ben prima del raggiungimento di un qualsiasi accordo discografico), pezzi peraltro ottimi come "Joints" o il duetto da applausi con Kyp Malone in "Slow Burn Treason" rimandano direttamente a Dear Science, mentre altri episodi si riavvicinano vagamente a quanto sentito con la bionda Scarlett. Non ingannino questi accostamenti o altri, tutt'altro che peregrini, ad esempio a Cat Power (basti pensare a "Waves") o a Bat for Lashes: alla nostra Holly la personalità non fa difetto e, nell'attesa di una futura riprova, ce la gustiamo mentre si destreggia, ora con grazia ora più aggressiva, sui tappeti di chitarre, archi, synth e fiati stesi ad hoc. Dieci pezzi che scorrono leggeri, anche troppo in casi quali i 2.37 coinvolgenti minuti di "Canvas", fino alla chiusura con "Sleep on Fire", tra le più originali del lotto. Per Dave un altro bingo, per Holly Miranda un trampolino di lancio che non a molte capita di poter sfruttare. 7.5/10 (P.B.)
Hot Chip (2010) One Life Stand
electropop. Non è un caso se alcuni vecchi fan storcono il naso di fronte a questa nuova evoluzione degli Hot Chip. Ci sono diversi punti discutibili, alcuni di essi fanno ben sperare per il futuro della band e dell’electropop in generale. Altri no. Partiamo da questi ultimi, così da lasciarci un gusto più dolce alla fine. Canzoni come “Brothers”, ma soprattutto “Slush”, sono davvero deboli. L’intimità ricercata diventa eccessivamente mielosa e scontata. Non ci siamo proprio dal punto di vista melodico, il cui punto più basso è sicuramente la linea vocale di “Slush”, che suona decisamente anacronistica (no, il revival non c’entra), mentre “Brothers” rompe l’amplesso - vero e proprio - di “One Life Stand”, accattivante e di una sensualità che aggredisce. Attenzione a skippare però: sarebbe un delitto perdersi la traccia intima più riuscita mai prodotta dalla band. “Alley Cats” risente di tutte quelle recenti uscite di musica elettronica mescolata a sognante lo-fi che riempiono i magazine musicali di mezzo mondo, che Dio le benedica. La band stessa ha definito One Life Stand come il loro album più serio e non è difficile crederlo, quando anche in pezzi dal beat potentissimo come “I Feel Better” (in cui è lampante l’omaggio a Madonna) c’è una punta di malinconia. Taylor canta in quasi tutto l’album, con tenerezza ma anche con positività, il potere dell’amore o del rapporto amicale. La sopracitata “I Feel Better” evidenzia uno degli accorgimenti più positivi del lavoro: un’attenzione più marcata verso il mondo delle dancefloor americane. Nell’album, disposti qua e là, troviamo infatti ritmi dall’anima latino-americana, citazioni Motown, una devozione diffusa per Donna Summer. Se contiamo anche le canzoni che fanno felici i vecchi fan, come quella d’apertura e altre in cui gli Hot Chip esplorano il mondo della techno (il beat di “We Have Love”), ne viene fuori uno zibaldone di melodie, quasi tutte molto buone, in cui manca giusto la colla che le riunisce seguendo un unico spirito. Sarà mica un effetto voluto? 6.5/10 (D.B.)
Lali Puna (2010) Our Inventions
indietronica. A quanto pare è tempo di ritorni. Sarà l’inizio del nuovo decennio ad ispirare le fantasie più creative delle nostre aspiranti meteore. Anche i Lali Puna decidono di ricomparire sotto i riflettori, e lo fanno dopo ben sei anni di silenzio dal loro ultimo lavoro Faking the Books. Noti più che altro per essere il progetto parallelo del frontman dei Notwist, Markus Acher, il gruppo tedesco ha già dato prova in passato, in particolare con il riuscito Scary World Theory, di saper creare efficacemente un’elettronica elegante ai limiti del dream pop. Il nuovo capitolo della saga, edito ancora una volta dalla berlinese Morr Music, continua a ricalcare la mano sul loro marchio di fabbrica, ovvero un’elettronica dal gusto pop, mai troppo invasiva (e abrasiva), accompagnata sempre da una voce sognante per eccellenza, come quella di Valerie Trebeljahr. E ci pensa fin da subito “Remember”, primo singolo estratto da Our Inventions, a dimostrare quanto il gruppo sia ancora in forma, nonostante gli anni passati. “Everything is Always” sembra essere senza ombra di dubbio l’erede di “Scary World Theory” nell’incedere del synth e della voce e “Safe Tomorrow” è un altro episodio che può tranquillamente essere ricordato tra i più interessanti del lavoro, pur senza varcare alcun lido inesplorato. Novità? Poche quindi. Tuttavia c’è da dire che l’ascolto risulta comunque piacevole e sensato, senza dubbio potrebbe contribuire alla riscoperta dei lavori precedenti dei Lali Puna, ma anche dei Notwist stessi, in un periodo in cui questo tipo di elettronica lo-fi sembra essere tornata prepotentemente di moda. 7/10 (S.P.)
Los Campesinos! (2010) Romance Is Boring
indie punk-rock. Romance Is Boring (Wichita Recordings) è il terzo album in tre anni per i Los Campesinos!, gallesi solo d'adozione in quanto formatisi alla Cardiff University, rapidamente catapultati dal mondo studentesco alla realtà indie. Limando le asperità dell'esordio Hold on Now, Youngster... e di We Are Beautiful, We Are Doomed, rilasciato sempre nel 2008, a pochi mesi di distanza, i Los Campesinos! si avvicinano sempre più all'album che, considerate le premesse, da loro ci si aspetterebbe. Romance Is Boring, per la cui realizzazione i nostri si sono avvalsi delle collaborazioni di Jamie Stewart ( Xiu Xiu), Zach Pennington (Parenthetical Girls) e Jherek Bischoff (Dead Science), per buoni tratti mantiene la foga punk ("Plan A") e i ritornelli killer cantati, o spesso urlati, a più voci ("We've Got Your Back", "This Is a Flag. There Is No Wind"), salvo poi sfornare pezzi di una sorprendete maturità stilistica e compositiva quali l'incipit "In Medias Res" o "I Just Sighed. I Just Sighed, Just So You Know". Il risultato è un corposo amalgama, non sempre facilmente districabile, che ingloba riff sporchi e taglienti così come exploit di archi e fiati ("Who Fell Asleep In", "There Are Listed Buildings") che ci ricordano i canadesi Broken Social Scene, tra i primi scopritori del talento dei "contadini", dei quali rimangono un evidente punto di riferimento. Contribuiscono alla varietà del tutto l'alternarsi dietro al microfono di Gareth e Aleksandra (che in giugno ha lasciato la band per proseguire gli studi), la molteplicità di riferimenti, quasi che le diverse sedi geografiche di registrazione, dagli States al Galles, avessero infuso ciascuna il suo spirito, e testi che, ancora una volta, spaziano dal post-adolescenziale al poetico con acume e ironia di fondo. Il meglio probabilmente è ancora da venire, intanto però godiamoci questa botta di vita. 7.5/10 (P.B) Marina and the Diamonds (2010) The Family Jewels glossy pop. L’ultimo fenomeno teen pop del momento viene dal Galles: all’anagrafe risponde al nome di Marina Diamandis, classe 1985, origini greche, buona dose di faccia tosta. La ragazza in questione si era già fatta conoscere negli ultimi due anni dal pubblico inglese grazie ad alcuni buoni singoli ed ai relativi video surreali, come “Mowgli’s Road”, mentre il debutto ufficiale è arrivato solamente adesso con The Family Jewels. Fortemente influenzata da Kate Bush nelle movenze e nel modo di giocare con la voce, Marina, nonostante la giovane età, non si fa prendere dall’insicurezza di una novellina, ma anzi riesce ad entrare di diritto in quella categoria femminile di esordienti pop accattivanti e un po’ sfrontate, come furono già prima di lei Lily Allen, Florence + the Machine o La Roux. Marina riesce tranquillamente a far ballare e divertire per la maggior parte del tempo. Il meglio di sé però ce lo regala quando riesce anche a far sorridere amaramente, come in “The Outsider” e soprattutto nella morbida “Obsessions”, brani che mescolano parole ingenue e semplici facendole diventare disincantate. Conscia di una bellezza impertinente e di una voce tutt’altro che immatura, Marina riesce a caricare di cinica ironia un pop di facile ascolto, ma comunque denso di vari colori. Basta pensarla nel video di “Hollywood”, ricoperta di pailletes mentre soffia la candelina di una torta a stelle strisce, cantando in mezzo ad un gruppo di majorettes “Living in a moving scene puking american dreams”, in un misto tra parodia e sfacciato narcisismo. In questi casi si è soliti confidare in un successivo episodio per poter confermare i sospetti di un talento creativo in gran fermento, The Family Jewels contiene già abbastanza carne sul fuoco, sempre col giusto disimpegno. 7/10 (S.P.) Nedry (2010) Condors post dubstep, electropop. Nedry: Earthkeptwarm, Ekocam e Ayu sono i tre ragazzi che tengono in piedi questo giovane progetto, uniti dalla passione per la musica elettronica creata apposta per poter essere suonata (e cantata) dal vivo. I Nedry esplorano diverse possibilità sonore, scomponendole e riassemblandole in forme e strutture inaspettate, sulle quali la voce di Ayu viene a trovarsi perfettamente a proprio agio. Condors è stato ultimato nel 2009, dopo esser stato suonato dal vivo in versione strumentale prima che la stessa Ayu tornasse dal Giappone, per uscire in Europa in febbraio, mentre gli USA dovranno attendere il mese di aprile. La commistione di elementi elettronici e analogici porta ad avere canzoni in grado di vivere contemporaneamente su due piani paralleli che sono uno il riflesso dell'altro; se "A42", nel suo incedere un po' Portishead e un po' Björk, potrebbe essere il brano calamita per chi si ritroverà ad ascoltarlo per caso magari grazie al video, la chitarra acustica della prima parte di "Apples & Pears", alla sua scomparsa, troverà il proprio alter ego nel basso sintetico (e molto dubstep) del cuore del pezzo, senza che esso perda minimamente di continuità. "Scattered" è un razzo a tre stadi che vive di drum'n'bass, chitarre industrial e feedback sempre graditi, per arrivare al finale che omaggia, ancora una volta, le nuove realtà underground londinesi. E lo stesso fa proprio "Condors", che lascia improvvisamente l'ascoltatore preda del ritmo delle tabla, come in un Margins Music dall'anima pop. Ecco, forse nelle due finali "Swan Ocean" e "Where the Dead Birds Go", Ayu sembra ancora fin troppo debitrice nei confronti degli insegnamenti della maestra Björk, ma siamo certi che col tempo riuscirà a trovare la sua indipendenza e una propria originalità. Del resto, sulla qualità e sull'efficacia dei pezzi non c'è veramente nulla da obiettare, e Condors, in sintesi, rappresenta trenta minuti di buona musica che lasciano ben sperare. Questi ragazzi, che si nutrono di musica altrettanto buona (da Moderat e Harmonic 313 a Nirvana e Broken Social Scene, oltre che quintali di dubstep), hanno certamente margini di miglioramento come è naturale che sia, ma meritano di essere premiati per un esordio come questo. 8/10 (P.R.) Oratio (2009) Ora ti ho italian rock, songwriter. Questo Ora ti ho, delicato canzoniere uscito lo scorso dicembre per la Malintenti dischi, potrebbe rappresentare una svolta per la carriera di Oratio, al secolo Andrea Corno, garbato cantautore siciliano che, dopo un paio di demo autoprodotti, ha finalmente avuto la possibilità di proporsi sul mercato nazionale. Un album composto essenzialmente di oblique ballate pop, spesso impreziosite dall'utilizzo di strumenti popolari, dal cavachino alle tammorre, alla realizzazione del quale hanno preso parte alcuni artisti di primo piano all'interno della scena indipendente siciliana, in particolare gli Akkura, presenti in quasi tutte le tracce. Tra gli episodi più significativi di questo lavoro, in cui si sprecano i riferimenti alla più nobile tradizione cantautorale italiana, dal primo Lucio Battisti a Rino Gaetano, meritano senza dubbio di essere ricordati l'iniziale “È una questione di…”, disincantata filastrocca nonsense costruita intorno al concetto di casualità, il malinconico country di “Una parte di me”, in cui Oratio si guarda indietro pensoso, prendendo atto di tutto quello che oramai non fa più parte della sua vita, e ancora “Il bianconiglio”, brano dal testo surreale e dalla melodia irresistibile, che richiama vagamente il primo Bugo, al pari di “Il tabacchino è chiuso”, sarcastica power ballad dove il Nostro, nell'affrontare l'annoso problema delle sigarette, non perde l'occasione per attaccare la proposta usa e getta di certi gruppi rock americani. Menzione speciale, infine, per “Non guariremo più” e “Dietro le quinte”, crepuscolari pop songs dal retrogusto amarognolo, in cui emerge la forte affinità tra questo artista e Dente, altro songwriter emergente del Belpaese, recentemente salito agli onori delle cronache dopo anni di canzoni registrate a bassa fedeltà nella propria camera da letto. In perenne bilico tra folklore e rock acustico, Oratio si dimostra quindi capace di rendere omaggio ad un vasto filone di cantautorato italiano intelligente, rielaborando quanto fatto da altri prima di lui alla luce di un gusto per la melodia del tutto personale e di un approccio deliziosamente ironico e distaccato. 6.5/10 (A.D.)
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Crosta, Insufficiente
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