Q
uando pensi di averli tanati tutti, ecco che ne spuntano fuori altrettanti, ancor più agguerriti. La carica dei
neo-wavers non poteva mica finire coi White Lies e gli xx. No, ad ogni nuova stagione si arruolano al plotone tante giovani proposte, ormai non soltanto dalla terra d'Albione. E ai discografici non dispiace di certo, specialmente se chi emerge ha anche qualcosa di suo da aggiungere, tale da posizionarsi in una fascia di mercato che sembra sempre satura, ma che poi non lo è mai (al contrario di altre). È musica che c'è perché da quando esistono certi classici che non servirebbe neanche nominare (e no, i classici non sono mica solo Led Zeppelin e Pink Floyd... ma vallo a spiegare a chi oggi ascolta solo rock hi-fi americano - se non addirittura scandinavo - o al massimo progressive inglese), è cresciuta, si è sviluppata, si è modernizzata, si è radicata in ogni nuovo contesto storico, ampliando lo spettro di sfaccettature, anno dopo anno. È musica che c'è perché esiste in natura, come esistono tante altre cose. Per cui basta con l'idiozia degli anni '80 che sono di moda. Ci sono tanti gruppi che si ispirano ai Joy Division quanti ce ne sono che si rifanno ai Black Sabbath o ai Nirvana o ai Take That. Per di più, fosse solo una moda, si tratterebbe non di un'ondata, ma di uno tsunami perpetuo mai visto prima, dato che Strokes e
Interpol (tra i primi
colpevoli eventualmente, i
capostipiti secondo qualcuno) a momenti vanno in giro da dieci anni, mentre di personaggi provenienti direttamente dagli Ottanta che, fra alti e bassi, campeggiano ancora oggi sulle copertine delle riviste specializzate ce ne sono a decine. Lo stesso non accade anche per i Novanta? Per non parlare dei Settanta... ci sono magazine specializzati (anche italiani) che non mettono in copertina nessun artista che abbia esordito o tantomeno sia nato dopo il 1979. Meglio ancora se ci vanno i morti sulla cover. E allora di che stiamo a parlare? Qualcuno si merita proprio i Them Crooked Vultures evidentemente.
La pedante ma dovuta premessa ci porta dritti a parlare dei Chapel Club, che ci scuseranno se abbiamo speso tali parole in un'introduzione alla loro musica. Il singolo
O Maybe I è la prima uscita ufficiale del quintetto londinese che, ve lo diciamo subito, è destinato a fare furore. L'hype sta montando a puntino, i discografici se li contendono, loro sono talmente richiesti da partire in tour da soli, la stampa britannica li segue come fossero celebrità, anche se in pochissimi hanno ascoltato qualcosa, visto che di materiale ne circola pochissimo, a parte i pezzi caricati su
Myspace. I riferimenti di partenza sono però chiari e, sgombrando il campo dai pochi equivoci possibili, band come
White Lies e soprattutto
Big Pink hanno riaperto la strada a proposte come quella dei Chapel Club. In particolare, la vibrante (e splendida) "Surfacing" riporta dritti a quel A Brief History of Love che la scorsa annata ha sedotto molti appassionati di sonorità wave e noir. Perché a loro è destinata questa musica,
ça va sans dire. La voce di Lewis Bowman balla proprio fra quella di Robbie Furze e quella di Ian McCulloch. A proposito, qualche facilone dirà che sono i Joy Division o addirittura i Cure la maggior fonte di ispirazione dei Chapel Club, forse perché non sa neanche chi sono gli Echo & the Bunnymen. È infatti la più grande band di Liverpool di tutti i tempi (a parte quei quattro che cantavano "Ticket to Ride") a riecheggiare fortemente fra le note di un brano come "All the Eastern Girls", esempio perfetto di ciò che ci aspetta verso settembre, quando il quintetto di base a Londra pubblicherà il suo album di debutto. Li abbiamo contattati per saperne di più, e pare che il disco - proprio in questi giorni in fase di composizione e prodotto da Paul Epworth - sarà anticipato da due singoli, oltre a quello di O Maybe I appena uscito. Quest'ultimo contiene anche la b side "Machine Music", in cui la scrittura si fa compressa e allo stesso tempo stratificata, volta a sorreggere una melodia non certo prevedibile. Più canonicamente dark-wave è l'arrangiamento di "Don't Look Down", pezzo contenuto in un
hand-made cd regalato agli spettatori dei loro ultimi concerti del 2009. D'altronde - gli Arctic Monkeys insegnano - è anche così che si crea un fanbase. Qualcuno trova qualche assonanza fra la voce di Lewis Bowman e quella di Scott Walker... mah, sarà. Di certo quel che notiamo a prima vista è una sua inquietante somiglianza fisica con Fran Healy dei Travis!

Che sia musica che fanno o hanno fatto in tanti dunque non deve inficiare il risultato concreto della proposta, che nel caso dei Chapel Club è ben calibrata sia nel suono che nella composizione. Stiamo facendo un sacco di nomi, ma in fondo quel che conta è l'eventuale bontà delle canzoni. E allora valutiamo quelle, perché se c'è chi ha giubilato anche per gli Editors (o in Italia, addirittura, per i Klimt 1918), per la proprietà transitiva ci sarà un pubblico anche per la band londinese. Se "O Maybe I" pare l'episodio più radiofonico e in un certo senso più innocuo fra quelli finora anticipati, il discorso si fa diverso per "After the Flood", in cui il punto di riferimento sembra più
Primary Colours che non An End Has a Start (fortunatamente). La sensazione è che i Chapel Club possano sia contare su una buona ma canonica scrittura, sia avere le carte in regola per tentare qualcosa di più di quel che per esempio ha offerto il pur apprezzato esordio dei White Lies. Un cosciente
brand positioning li vedrebbe infatti equidistanti ma tutto sommato vicini a questi nomi, con la promessa di fare anche il botto, qualora la qualità di brani come "Surfacing" o "Machine Music" non resti isolata. Il resto quindi spetta a loro; intanto, abbiamo un altro nome su cui eventualmente scommettere per questo 2010. Assieme a Esben and the Witch e Loverman, sono probabilmente i Chapel Club il cavallo su cui puntare.