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Efterklang (2010) Magic Chairs |
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Scritto da Gi.C.
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Titolo: Magic Chairs Autore: Efterklang Anno: 2010 Elemento:
post rock, indie pop. Il tempo non è stato buono con gli Efterklang, capaci di dirci qualcosa di diverso rispetto alle migliaia di band più o meno post-rock, indie-folk o quello che preferite: la sorte non ha mai voluto illuminare il cammino di questo collettivo sonoro danese. Polistrumentisti, affiatatissimi, onesti, simpatici e pure bravi, il combo scandinavo arriva a questo nuovo album, Magic Chairs, con alle spalle album decisamente più interessanti, quali Tripper o Parades, per non parlare di qualche EP più che centrato. Tuttavia, quest’ultimo lavoro pare quasi stonare con un percorso evolutivo veramente progressivo, arrivando probabilmente nel momento di massimo risalto conferito alla band, anche in seguito ai vari tour e al live con orchestra: si è davanti ad un’opera che non riesce ad esprimersi pienamente, che non aggiunge niente, ma anzi sembra perdere dal confronto con i suoi predecessori. Si perde la bellissima voce femminile che ha reso Tripper un disco memorabile; si perde un’ingenuità compositiva che conferiva ad un disco non facile come Parades una patina di simpatia maggiore; si perde un’idea di musica più fluente e omogenea. Quello che si ritrova in Magic Chairs è infatti una serie di canzoni spesso riuscite, ma incapaci di andare oltre ad un consumo diremmo occasionale. Anche l’opener "Modern Drift", che pure ha dei momenti veramente riusciti, o la seguente "Alike", sembrano non incidere più di tanto. Non rimandano più ad un'atmosfera tutta unica e preziosa: si perde la vorticosità elettronica e ci si allinea su esperienze musicali già troppo sfruttate. Poi in realtà le cose non stanno male come sembrerebbe, nel senso che l’ascolto va senza nemmeno troppi intoppi, anzi; tuttavia, la linearità con cui il disco inizia (si presenta anche male, vista la pessima cover…) non pare risolversi in quella complessità che invece aveva segnato sensibilmente gli esordi. Non ha molto valore parlare di ogni canzone. Alla fine, temo che ce lo dimenticheremo abbastanza facilmente. Ed è un peccato, perché coloro che li avessero visti in tour anche solo tre anni fa potrebbero testimoniarvi come dal vivo questi simpatici danesi se la sapessero cavare anche eccellentemente. E invece si intuisce come un’aria di commiato; un saluto che è simile ad un arenarsi dove le onde tratteggiano si le forme di un bel mare, ma dove, parimenti, l’idea di una musica diversa va a scontrarsi contro un grande scoglio chiamato realtà. 6/10
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