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Recensioni in Pillole 25/01/2010 |
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Scritto da Panopticon
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All'interno:
A Silver Mt. Zion (2010) Kollaps Tradixionales
Beach House (2010) Teen Dream
Chew Lips (2010) Unicorn
Delphic (2010) Acolyte
Eels (2010) End Times
Grant Lee Phillips (2009) Little Moon
Il Pan del Diavolo (2010) Sono all'Osso
King Midas Sound (2009) Waiting for You
Lone (2009) Ecstasy and Friends
Magnetic Fields (2010) Realism
Natural Snow Buildings (2009) Shadow Kingdom
Nurse With Wound (2009) Paranoia in Hi-Fi
Owen Pallett (2010) Heartland
Pantha Du Prince (2010) Black Noise
Reagenz (2009) Playtime
RxRy (2010) RxRy
Supersilent (2009) 9
Tindersticks (2010) Falling Down the Mountain
Untold (2009) Gonna Work Out Fine
Vampire Weekend (2010) Contra
A Silver Mt. Zion (2010) Kollaps Tradixionales
post indie rock. Ennesima conferma per il collettivo del Québec guidato dal carismatico Efrim Menuck. Kollaps Tradixionales giunge a distanza di due anni esatti da 13 Blues for Thirteen Moons, album tanto intenso quanto impegnativo, se non, per buoni tratti, ostico. La nuova fatica si presenta da subito più accessibile, sorprendentemente, oseremmo dire. I quindici minuti di "There Is a Light" (non nuova a chi fosse stato diretto testimone delle più recenti date italiane della band), in apertura, sono tra i più scorrevoli che si ricordino, senza tuttavia rinnegare lo stile ormai unico, cesellato in dieci anni di carriera. Il corpo centrale è costituito, invece, da brani di minutaggio decisamente inferiore, sulla falsa riga degli esordi: "I Built Myself a Metal Bird" e "Bury 3 Dynamos", dirette e d'attitudine quasi rock; la malinconica "Thee Olde Dirty Flag" con i soliti archi, efficaci nel loro risultare strazianti; la cadenzata "I Fed My Metal Bird the Wings of Other Metal Birds", sintesi delle contrapposte tensioni. Chiude il cerchio "'Piphany Rambler", cavalcata di quattordici minuti in maggiore continuità con episodi del passato.
Anche chi non ancora compreso che i nostri canadesi sono ben più di un mero surrogato dei Godspeed You! Black Emperor, rispetto ai quali cominciano anzi ad avere un curriculum imponente, rimarrà nuovamente stupito: stupito e soddisfatto da artisti in grado di creare musica emotivamente piena, appagante ed intelligente; da una realtà oramai vertice di una scena che già qualche anno fa avremmo stentato a definire post-rock e che oggi, a maggior ragione, possiamo identificare solo con i nomi dei pochi artisti che le donano linfa e prestigio, A Silver Mt. Zion su tutti. 7.5/10 (P.B.)
Beach House (2010) Teen Dream
indie dream pop. Ci riprova il duo di Baltimora, due anni dopo il sopravvalutato “Devotion”, e diciamo subito che questa volta il risultato è di gran lunga più convincente: laddove il disco precedente finiva per essere troppo appiattito su alcune soluzioni sonore e compositive, sfociando a più riprese nella noia, qui una interessante variazione sul tema e delle azzeccate novità nel sound evitano a “Teen Dream” di ricadere negli stessi difetti del disco del 2008. I Beach House abbandonano in parte il suono etereo ed evanescente del predecessore in favore di una maggiore concretezza e di vere e proprie “canzoni”. Già, perchè gli 11 brani che compongono il disco hanno una vena pop inedita per il gruppo: il singolo “Norway”, “Walk in the Park” e “Lover of Mine” sono lì a testimoniarlo con la loro immediatezza. Che le canzoni siano guidate dai delicati arpeggi di chitarra di Scally o dai tappeti di tastiere e synth (suonati da entrambi i componenti del gruppo), poco importa: forniscono delle efficaci melodie a supporto della delicata e suadente voce della Legrand, in bilico tra Laetitia Sadier ed Elizabeth Fraser. I Cocteau Twins sono una delle influenze più ovvie, ma è come se i Beach House rigettassero in toto l'immaginario dark che pervadeva l'opera degli scozzesi per giungere a lidi ugualmente sognanti ma ben più vivaci, quasi indie-pop. Nonostante una parte finale dell'album non propriamente brillante come la prima, promuoviamo pienamente “Teen Dream”, ma la sensazione è che da questa coppia (nella musica, ma non nella vita) possano giungere in futuro cose ancora migliori, e per questo non ce la sentiamo di esagerare con gli applausi. 7/10 (M.F.)
Chew Lips (2010) Unicorn
female synth pop. Esce per la Kitsuné il già chiacchieratissimo esordio dei Chew Lips, nuova sensazione dell'electro-pop guidato da voce femminile che nelle ultime stagioni riscuote ampio successo in territorio britannico. Anticipato dal singolo "Play Together", Unicorn offre in buona sostanza nuova linfa a chi ha recentemente apprezzato La Roux e Victoria Hesketh (alias Little Boots), e non permette che si accumuli polvere sugli LP (o forse più facilmente sulle pile di mp3) di Gary Numan e Human League. Il synth-pop è dunque il campo d'azione dei londinesi Will Sanderson (al basso) e James Watkins (chitarra, sintetizzatori) che reggono le interpretazioni vocali della femme (fatale?) Tigs, che nell'immaginario erotico dei più navigati proverà - senza successo - a sostituire il culto di Debbie Harry. Ma il carattere, oltre che le belle labbra e un deciso taglio di capelli, c'è, e dona spessore a strutture ben pensate che abbisognavano proprio di melodie efficaci per distinguersi dall'agguerrito plotone di produzioni del genere. A dirla tutta, molti pezzi sembrano arrivare lì lì per stregarti, salvo poi mancare di quello sprint finale che ti faccia alzare entrambe le braccia al cielo dopo la volata. Elly Jackson (La Roux) ha una voce più isterica e fuori dagli schemi, Tigs agisce con maggior studio e classe, col rischio forse calcolato di non tirare fuori l'anima rock, ma quella da piano bar (si ascoltino appunto "Piano Song" e "Too Much Talking"). Magari qualche irregolarità sonora in più, come nel finale di "Eight", avrebbe alzato ulteriormente il coefficente finale di un disco che fila via velocissimo essendo composto di nove tracce su dieci contenute sotto i 3' e 30'', per soli trentadue minuti totali di corsa. Ciò non è per niente un difetto, anzi, facilita il giudizio (positivo) già dal secondo ascolto integrale: vengono fuori così gli highlight di canzoni capaci di intrattenere e forse, se appena ritoccate, ballare. In questo senso, oltre a "Play Together", si possono citare anche "Karen" (possibile nuovo singolo?), e la più articolata "Seven". In definitiva un album che a prescindere dal fattore moda, va davvero provato. Per di più, ha un artwork dall'impasto di colori davvero stiloso e tremendamente Eighties. 7/10 (D.S.)
Delphic (2010) Acolyte
wave, alternative dance, rave. Delphic, Halcyon, Ephemera. No, non ci troviamo nella Grecia dei tempi classici, bensì nella Manchester a cavallo tra il 2009 e il 2010. Si sa, Manchester è uno dei tanti sinonimi di storia del rock inglese, per cui diventa praticamente obbligatorio, per ogni appassionato, dare una possibilità ai nuovi fenomeni provenienti da quei luoghi, duraturi o effimeri che siano, potenzialmente validi o sostanzialmente dimenticabili che si rivelino. Oggi, uno di questi nomi è quello dei Delphic, un trio (altrimenti quartetto, contando lo strumentista aggiunto) il cui scopo principale è quello di divertire, far ballare, ricreare un po’ dello spirito dei rave party di 15/20 anni fa, magari quelli più spensierati e meno selvaggi. Nella loro musica non è per niente nascosta l’influenza di quel tipo di cultura nelle sue più differenti declinazioni, dai New Order agli Orbital, dai Massive Attack ai Chemical Brothers, dal synth pop alla trance. Batteria dritta, spigolosi pattern di sintetizzatori, laser colorati e luci stroboscopiche, un tocco dream probabilmente opera del produttore Ewan Pearson (già su Saturdays =Youth degli M83 al fianco di Ken Thomas, ma ha lavorato anche per Rapture e Ladytron): tutto converge in Acolyte, un album d’esordio in cui ogni pezzo risulta estremamente orecchiabile e di facile memorizzazione. Di “Doubt” esistono svariate versioni più adatte al mondo dei club, tra cui un immancabile, di questi tempi, remix in chiave dubstep. Momento apice (oltre a “This Momentary”e “Halcyon”), la titletrack potrebbe addirittura essere letta come un brano progressive trance tra i più sognanti, in cui il basso si occupa di evidenziare l’anima wave del gruppo, aspetto cui tengono particolarmente. Con melodie del genere, la voce un po’ troppo pulita potrebbe facilmente stancare, attirando il giudizio negativo globale dei soliti intransigenti, ma sarebbe difficile immaginarsi interpretazioni e registri differenti. Senza ulteriori giri di parole, i Delphic si collocano nella stessa corrente di Friendly Fires, Klaxons, Late of the Pier e Cut Copy (volendo estendere il fenomeno anche al Commonwealth), per cui li troverete facilmente etichettati sotto un generico “indie electronic”, che risulterà essere un po’ limitante per la musica che effettivamente suonano. Lasciate perdere i proclami e l’eventuale hype; se avete anche solo una minima voglia di un disco di leggero, ballabile, colorato, innocente synth pop dallo spettro relativamente ampio, sappiate che i Delphic sono riusciti in quello che era il loro intento di partenza. 7/10 (P.R.) Eels (2010) End Times americana, folk rock. End Times rappresenta il secondo capitolo della saga del licantropo, la seconda faccia della medaglia di quell’Hombre Lobo uscito lo scorso anno. Se nel precedente lavoro l’alter ego di Mr. E si era lasciato tentare dalla follia e dagli istinti della passione, con risultati tuttavia altalenanti, in questo secondo episodio sceglie piuttosto l’introspezione e la solitudine come veicolo di comunicazione con il proprio animo. Questa sì che è la struggente fine dei tempi, così come disegnato dal fumetto in copertina che ritrae un vecchio dalla lunga barba grigia con il viso solcato dai segni della sua decadenza fisica e mentale. Nessuna immagine poteva essere più rappresentativa di questo End Times, forse l’album più stanco presente nella lunga discografia degli Eels. Che ti è successo Everett? È vero, ne hai passate tante e comunque tra i tuoi testi spuntano ancora piccole gemme di cantautorato, ma dov’è finita la poesia di Blinking Lights? Forse questa volta E si è fatto prendere la mano, facendo uscire questo nuovo capitolo a soli sei mesi dal precedente, un tempo abbastanza irrisorio rispetto ai suoi canoni, mettendosi a raccontare con infinita amarezza e disillusione della fine di una relazione, della morte dell’essere, della ricerca di forse irraggiungibili giorni migliori, enfatizzando forse un po’ troppo la vena depressiva per allungare il distacco da Hombre Lobo. Non stiamo forse esagerando? In ogni caso, nonostante la presenza certa di alcune tracce ben riuscite e le grandi capacità di Mr. E nel comporre testi di alta sensibilità, in questo End Times la noia è spesso dietro l’angolo. 6/10 (S.P.)
Grant Lee Phillips (2009) Little Moon
folk rock, songwriter. Dopo gli ottimi risultati conseguiti negli anni Novanta con i Grant Lee Buffalo, formazione folk rock di culto che visse il suo momento di massima popolarità facendo da spalla agli R.E.M. nel tour di Monster, Grant Lee Phillips ha deciso di riproporsi come solista, autore di album tanto eleganti e raffinati, quanto, in genere, poco reclamizzati. Che questo songwriter avesse dei numeri, d'altra parte, lo si sarebbe dovuto capire già allora. Dischi come Fuzzy (1993) e Mighty Joe Moon (1994), infatti, meritano senza dubbio di essere ricompresi nella ristretta cerchia dei migliori lavori di sempre all'interno del proprio genere di riferimento e la riscoperta in atto nel corso di questi ultimi anni da parte di certa critica specializzata e degli appassionati di tutto il mondo sta finalmente rendendo loro piena giustizia. Little Moon, sesta fatica in studio di questo ballad-man, è senza dubbio un album estremamente piacevole e ben fatto, sebbene lontano dalla perfezione stilistica tutta americana dei Grant Lee Buffalo. Il Nostro, nell'occasione, conferma una volta di più la propria propensione per il desueto, regalando ai suoi estimatori dodici brani folk dal sapore antico, nei quali si respira Bob Dylan a pieni polmoni, tutti impreziositi da un'interpretazione quanto mai calda ed evocativa. Senza neanche rendercene conto, ci troviamo così a battere il piedino per terra di fronte al brillante easy listening di pezzi radiofonici come “Good Morning Happiness” e “Strangest Thing”, sedotti dalla vena romantica e malinconica di composizioni senza tempo come la titletrack, “Nightbirds” o “Older Now”, semplicemente a bocca aperta dinanzi alla prova di classe regalata in capolavori quali “Violet” e “One Morning”, da annoverare tra i migliori brani mai incisi da Grant Lee. Un graditissimo ritorno. 7/10 (A.D.)
Il Pan del Diavolo (2010) Sono all'Osso
italian rock, folk. Duo siciliano formatosi nell'oramai lontano 2006, i Pan del Diavolo da anni si divertono ad andare in giro per lo Stivale a percuotere le proprie chitarre e la gran cassa. Come menestrelli d’altri tempi, con in testa il folk più nobile e la tradizione bluegrass, e il tutto rivisto e corretto alla luce di un'attitudine tipicamente punk. Vasco Brondi, aka Le Luci della Centrale Elettrica, stravede per loro. Davide Toffolo, già anima dei Tre Allegri Ragazzi Morti, dopo averli ascoltati non ha esitato a metterli sotto contratto per la sua etichetta, La Tempesta, divenuta, nel corso dell'ultimo decennio, un autentico punto diriferimento all'interno del panorama indipendente italiano, al punto di riuscire a riunire sotto di sè alcune delle realtà musicali più interessanti tra quelle attualmente in circolazione. Dopo un primo EP accolto in modo assai positivo dalla stampa specializzata, i Pan del Diavolo esordiscono sulla lunga distanza con Sono all'Osso, registrato presso le Officine Meccaniche di Milano, prodotto da Fabio Rizzo e mixato assieme a JD Foster (Calexico, Vinicio Capossela). Niente altro che un godibilissimo lavoro in perenne bilico tra rock'n'roll e canzone d'autore, composto di dodici pittoreschi episodi che nascono dalla mente di Pietro Alessandro Alosi (ideatore del progetto) per essere sputati fuori e messi su nastro da una voce che urla e graffia, incredibilmente calda ed espressiva. Sporchi, ruvidi e istintivi, questi pezzi sanno di Adriano Celentano e Fred Buscaglione, di Rino Gaetano e Marta Sui Tubi, di sudore e semplicità. Merito di linee melodiche tanto elementari quanto efficaci, in grado di stamparsi immediatamente nella testa dell'ascoltatore, ma anche di testi cupi e ossessivi, in cui spesso si ricorre al non-sense per dare vita ad un immaginario denso di irrequietezza e decisamente poco rassicurante. Da scoprire. 7/10 (A.D.)
King Midas Sound (2009) Waiting For You
dub hop, urban soul. King Midas Sound è un progetto della Hyperdub firmato Roger Robinson e Kevin Martin. Per Waiting For You, tra le più acclamate uscite dell'ultimo scorcio del decennio appena concluso, i due si sono avvalsi del contributo della cantante e illustratrice Kiki Hitomi (suo infatti l'efficace artwork), giapponese di base a Londra. Senza girarci troppo attorno, visto che ha già fatto abbondantemente discutere i più attenti alla scena, si tratta di un disco sì immerso nel contesto dubstep e certamente parte del filone, ma che si muove di qua e di là del suo confine per abbracciare di volta in volta sensazioni differenti eppure ben amalgamate fra loro. Ergo dentro lo schema e al contempo estraneo ad esso, Waiting For You rilascia fumi di urban soul mentre scorre lungo la trasversale diretta al termine della notte: è dub hop metropolitano, avvicinandosi al concetto di esperanto e meltin pot musicale di Dusk & Blackdown. D'altronde si respira Oriente grazie alla Hitomi, ma anche Giamaica, Africa, e certamente la stessa Londra. Nella pratica, è ciò che il Del Naja attuale può solo sognare di ottenere. La partenza con "Cool Out" è vera e propria dichiarazione d'intenti: "bass super heavy and the lyrics well clever", incedere ipnotico, versi che odorano di strada e musica nera. Avanti con la titletrack e "One Ting", senza strattoni; melodie vocali efficaci tanto quanto il tappeto sonoro su cui poggiano e dal quale spesso si alza un'avvolgente nebbia di rumore. Ottima "Earth a Kill Ya", pezzo di denuncia nei confronti dello spregiudicato sfruttamento ambientale e del malato rapporto uomo-natura ( "The end is coming but you don't see the signs"), con ritmo tribaleggiante e slang quasi altrettanto esotico. Si prosegue come da copione con "Darlin'" e "Meltdown", quest'ultima già apparsa nella compilation celebrativa dei cinque anni di vita dell'etichetta londinese: perfetta la sintesi tra strutture pop con regolare alternanza strofa-ritornello, e un groove tale da non far rimpiangere la mancanza di adrenalina. "I Man" rimarca le radici dub del combo mentre "Goodbye Girl", tra gli apici dell'album, ammicca al migliore trip-hop, così come "Lost", il pezzo immediatamente successivo. Non tradisce il finale, segnato dai poco incoraggianti scenari di "Outta Space" e "Miles and Miles". Non molti lavori, quale che sia la scena cui vengono fatti derivare, possono vantare la ricchezza e la fruibilità di Waiting For You, che aggiunge al tutto un'atmosfera irresistibile. Non resta che attendere il buio, accendere una candela e inforcare le cuffie. 8/10 (P.B./D.S.)
Lone (2009) Ecstasy & Friends
electronica. Che Matt Cutler ci abbia messo troppa ecstasy nel suo cocktail sonoro? La domanda è lecita dopo l'ascolto di questo Ecstasy & Friends, seguito del molto occhialuto Lemurian e nuovo lavoro d'elettronica e sudore, a volte dal gusto leggermente artificiale. Le tre tracce d'apertura, "To Be With a PersonThat You Really Dig", "Sungrazer Cascade" e "Paradise Backyard Jam" rappresentano la sintesi perfetta dell'intero work della Werk: beat ampio, stratificazioni dei synth e tanto tanto occhiale brillante (sì, come la copertina di Lemurian, che a questo punto credo dovreste davvero andare a cercare..). Ammettendo un'ignoranza non colpevole, non sappiamo se il titolo dell'album parli di ecstasy o di estasi, incertezza che potrebbe cambiare il tutto: dalla mistica di Santa Teresa ad una ben più laica forma di potenziamento chimico, le coordinate di fruizione del disco potrebbero cambiare di molto. Ma poi, pensiamo all'occhiale... A parte l'estatico aut/aut, rimangono comunque i friends, e di quelli pare che il disco se ne occupi benissimo, allietandoli o descrivendoli con un ritmo sempre in avanti, raramente colto in una tanto vergognosa quanto imprudente pausa: l'album si dà come esercizio, poco riflessivo, ma abilissimo nel mostrare, al contrario, ogni minima fibra ri-flessa su uno scheletro ritmico osseo, rigido. Manca il dinamismo, però, perché se la droga/la visione apre con i synth, il beat dell'amicizia non pare coinvolgere che pochi amici ristretti, quasi cortigiani di un suono un po' monocromatico. Non c'è tanta voglia di approfondire un discorso così, tanto euforico quanto bacchettone, un po' rigido come le maestre delle scuole medie: aprono all'immaginario erotico con le loro gonne colorate, mentre la bocca articola costantemente il Verbo di un ben più rigido credo conservatore. E il colore di una rivoluzione sessantottina svanisce nella noia di un'ennesima giornata di scuola. 6/10 (Gi.C.)
Magnetic Fields (2010) Realism
folk pop, lo-fi. A costo di sembrare barocco e ridondante, snob e intransigente, Stephin Merritt ha cambiato faccia per l'ennesima volta. Dopo l'omaggio ai Jesus & Mary Chain del precedente Distortion, i Magnetic Fields tornano con un pizzico di astuzia in una versione non troppo lontana dall'insuperabile capolavoro 69 Love Songs. La prima impressione, infatti, è che ne ricalchi i tratti per colpire nello stesso segno, seguendo un percorso in cui i Magnetic Fields sanno di non poter sbagliare. Tuttavia, Realism è molto più breve e uniforme di 69 Love Songs, e questo non è necessariamente un difetto. Merritt recupera la tradizione musicale con il suo solito piglio ruffiano in una serie di canzoni a metà via tra il folk e il pop, un rimando opportunamente senza velo agli anni '60 che da sempre gli sono cari. Non mancano gli strambi riferimenti alla cultura popolare e non mancano i felici rimandi al folklore europeo, tutti elementi che rendevano in qualche modo speciale 69 Love Songs e che arricchiscono la struttura di Realism. Non manca neanche l'ispirazione, se è per questo, e la prova dei singoli è ancora un piacere da ascoltare nella sua semplicità fascinosa. Quello che in effetti è assente in Realism è la capacità di stupire, anche a costo di esagerare. E' un po' testardo nelle soluzioni, forse questo il suo unico, vero difetto. Realism sembra più un lavoro destinato ai fan dei Magnetic Fields che al pubblico generico che ne conosce le gesta, nonostante come biglietto da visita per conoscere la band potrebbe essere l'ideale. Ma inserito all'interno di un percorso che il suo apice l'ha trovato oltre un decennio fa, Realism risulta anacronistico e un pelo troppo sicuro delle sue intenzioni. E' una prova che affiancata ai giganti del folk-rock contemporaneo certo non sfigura, la capacità di scrittura di Merritt non è in discussione, ma lascia la sensazione che la poetica dei Magnetic Fields abbia già detto tutto quello che doveva dire. Per gli appassionati, un colpo sicuro. Per i detrattori, una critica sicura. 7/10 (M.U.)
Natural Snow Buildings (2009) Shadow Kingdom
drone, indie folk. Diffondere, o almeno approcciare nel modo corretto un lavoro come questo è compito delicato. La durata (quasi tre ore!), il genere, le dissonanze insistite che lo caratterizzano rappresentano un forte ostacolo per chi non avesse familiarità con le atmosfere pesanti, complesse e al tempo stesso fumose del genere drone. Non è però a partire da questi elementi che il disco in questione deve essere valutato, non sono questi i parametri di un corretto giudizio, mai in questo modo si comprenderà effettivamente il suo grande valore. Sin dal primo ascolto si riesce ad intravedere fra i rumori, nelle trame ossessive e dilatate, la principale dote dell’arte dei Natural Snow Buildings; l’uso sapiente di suggestioni rumoristiche combinato ad un fenomenale senso melodico, infatti, crea la giusta miscela in grado di dotare l’opera di un fascino magnetico quanto raro, dando le giuste soddisfazioni a chi cerca nell’ascolto le carezze dei fraseggi strumentali più fruibili, ma permettendo allo stesso tempo al duo francese di non dismettere mai i panni di cultori della beauty in the dissonance quali sono. Le chitarre elettrizzate suonano squillanti ed apertamente acide, innestandosi su arpeggi sempre molto ben intessuti; quando invece entra in scena l’acustica tutto diventa può ovattato ed intimo. È così che si presenta la traccia d’apertura del disco “The Fall of Shadow Kingdom”. Imponente nella sua eleganza, si tratta di un lento ondeggiare di feedback insaporito di pathos dall’aumentare e diminuire di volumi ed elementi musicali coinvolti. Un inizio difficile quanto fascinoso. A seguire, una sognante serie di frammenti sonori spezzettati che lasciano a bocca aperta (“Gauled Ones and Birth Rugs” su tutte) quando si trasformano in leggere ballate folk o in semplici litanie o filastrocche psicotrope che si riconcorrono e si fondono vicendevolmente. Quello dei Natural Snow Buildings, nome dietro al quale si nascondono Mehdi Ameziane e Solange Gularte, è una testimonianza di enorme talento, un’opera d’arte completa dal punto di vista musicale e concettuale, un affresco distorto e pronto ad essere riempito delle splendide sensazioni che si ripetono con gli ascolti. 7.5/10 (F.dV.)
Nurse With Wound (2009) Paranoia in Hi-Fi
experimental, dada. Ho deciso che spenderò davvero poche parole per la musica contenuta in questo disco per due semplici motivi: primo perché se già conoscete e apprezzate il lavoro di Steven Stapleton, non solo potreste già avere questo album nella vostra collezione, ma converrete con me che non ha molto senso parlare della musica di Nurse With Wound; secondo perché se non lo conoscete, questo è esattamente il disco giusto con cui iniziarsi, quindi non vorrei rovinarvi troppo la sorpresa. Paranoia in Hi-Fi, infatti, è una compilation che raccoglie in un collage oltre trent’anni di sperimentazioni, noise, improvvisazioni e quant’altro, il tutto sovrapposto, mixato e assemblato dalle menti di Stapleton e Liles in 79 comode tracce da pochi minuti l’una, per un totale di oltre un’ora di suoni presi quasi a random da una discografia sterminata e percorsa da una creatività incessante, in un mix disturbante e contorto. Normale amministrazione per Steven e compagni. Ciò di cui mi preme parlare, invece, è la realizzazione e la distribuzione di un lavoro che, prendendo ispirazione da The Faust Tapes uscito nei primi anni ‘70 per soli 49p, viene venduto alla cifra di 99 pence. Inoltre, Paranoia in Hi-Fi è acquistabile solamente tramite i negozi di dischi che riescono ad ordinarlo dalla Cargo Distribution, il tutto con l’intento di supportare la vendita tramite i canali standard indipendenti prima della loro definitiva chiusura. Una scelta, quella di Stapleton, che potrebbe risultare quanto meno bizzarra in questi tempi in cui molti artisti stanno quasi facendo il contrario, promuovendo la distribuzione digitale. Per avere questo quadro surrealista, quindi, non basta un semplice click del mouse: è necessario invece recarsi nel vecchio negozietto di dischi che si usava frequentare un tempo e chiederne notizie, magari mentre si riscopre la magia di dare un’occhiata in giro tra gli album che stanno prendendo polvere sugli scaffali. Si suppone che, per queste generazioni che vivono tramite internet, il prezzo irrisorio compensi la grande fatica di uscire di casa. Really easy. 7.5/10 (S.P.)
Owen Pallett (2010) Heartland
chamber pop. Apertura di soli archi, una ventina di secondi leggeri, sospesi. Poi, la voce, il timbro inconfondibile di Pallett definisce e sostiene la melodia principale mentre in secondo piano prende vita un’ampia costruzione orchestrale. L’inizio presenta immediatamente i punti di forza di Heartland, terzo disco dell’artista canadese, ai più noto come Final Fantasy. La facilità con cui Pallett compone, sovrascrive e imbelletta le sue idee lascia di stucco, traccia dopo traccia. Archi che si muovono in sincrono con la sezione ritmica, dissonanze, giochi armonici di maniera, misurati inserti elettronici e altri eleganti accorgimenti rendono il disco omogeneo, dotato di quel giusto equilibrio capace di mantenere l’attenzione dell’ascoltatore per l’intera durata. L’ascolto è piacevole dunque, seppur corposo non arriva mai a risultare eccessivo. C'è qualche momento più riuscito degli altri, penso a “Lewis Takes Action”, “Lewis Takes Off His Shirt” e "E Is For Estranged" su tutte. Che sia stato proprio l’aver scelto Final Fantasy come nome ad aver impedito a Owen Pallett di conquistare definitivamente le attenzioni che merita? Da sempre occupato a lavorare per i grandi nomi della musica indipendente di questi ultimi anni (Beirut e Arcade Fire in particolare) con risultati strepitosi, è giunto a questo punto il momento giusto per concedergli la giusta attenzione. 7.5/10 (F.dV.)
Pantha Du Prince (2010) Black Noise
minimal, electronica. Fin dalle primissime note di "Lay In A Shimmer" il marchio sonoro di Pantha Du Prince risalta evidente entro il panorama elettronico odierno, per leggerezza, inventiva e originalità. Dopo il cambio d'etichetta, il nuovo lavoro del produttore tedesco si allarga a collaborazioni anche prestigiose, come ad esempio nella bellissima "Stick To My Side", dove Noah Lennox, alias Panda Bear (ergo Animal Collective), presta se stesso per una delle tracce migliori dell'intero album; o come la collaborazione con Tyler Pope, già !!! e LCD Soundsystem, per esempio nell'apripista "The Splendour", già ascoltata anche nell'omonimo EP. Come nel precedente "This Bliss", l'aria che si respira è quella di una musica che sconfina oltre il suono canonico per frastagliarsi in una molteplicità di soluzioni, come in "A Nomads Retreat", dove alla ben definita base ritmica risponde una variegata e intrecciata serie di loop ed echi, così da creare un sentimento di pienezza sonora che si istituirà come costante lungo tutta la durata del lavoro. "Behind theStars", "Welt Am Draht" e "Ablganz" sono canzoni che parlano dirette all'anima, sventagliando un lessico raro e forbito, ma mai colto e intellettualoide: lo schema compositivo si muove come un fecondo magma creativo, capace di radere al suolo fossilizzando strutture sbilenche ma sempre funzionali alla progressione. Sì, perché la progressione è la forza di Pantha Du Prince: nel gioco fra orizzontale e verticale, la spinta da ovest a est sembra avere la meglio, come se in un costante ricadere su se stesso di spinte verticali trovasse spazio un moto uniforme e continuo, diretto come su un binario di un quadro futurista, dove è la dinamica a creare il percorso stesso e non viceversa. La scelta dei suoni è splendida, così come la produzione, che esalta e nasconde ciò che c'è da esporre e da velare, mentre, di risposta, le note si incastrano alla perfezione nel mosaico ubriaco di uno scenario in tempesta: una tempesta dell'anima. "Es Schneit", e la neve ricade sul nero del rumore, mischiando la massa di suono nera con l'innocenza di uno scenario musicale poetico e interiore. Black Noise è un disco d'elettronica suonato con ogni parte del corpo, attraverso un linguaggio che si inchina alle cose e le dona lo spazio più grande, quello umano. 8/10 (Gi.C.)
Reagenz (2009) Playtime
minimal, electronica. Ecco un album che non dovete assolutamente farvi scappare. Prima che rinunciate a leggere, vi avverto che questo disco si prende direttamente il voto più alto consentito agli esseri umani: otto (8). Ora, con la prassi notazionale conclusiva già alle spalle, parlare di un disco come quello dei Reagenz sarà assai più facile, perché semplicemente è uno di quei lavori che non vedi l'ora di scoprire ad una certa ora della notte, quando il ritmo c'è comunque, con o senza le cuffie, nell'aria: lo si deve solo danzare. Siamo fermamente convinti che David Moufang e Jonah Sharp abbiano colto la ritmicità che pervade l'intero Playtime in una qualche bolla d'aria notturna, carica di tutta l'anidride carbonica del mondo: una bolla di suoni, di musica carica della condensa di locali berlinesi, del pollo al curry mangiato tanto a Londra quanto a Chicago, dei frutti tropicali appena sbucciati dai Cobblestone Jazz. "Dinner With Q" sarebbe già un caso giudiziario nell'odierna società civile, per la sua apertura al melting pot acustico in perfetta unione civile (i famigerati PACS) con un gusto ritmico da Nobel per la medicina, tanto la posologia appare perfetta e forse rivoluzionaria (forse è semplicemente come deve essere). Le tracce sono solo sette, ma non ci si inganni sulla durata, perché la lunghezza c'è, e i colpi di luce pure, per le gentil signore. In effetti, il disco suona decisamente femmineo, come se una grande aura femminile si sprigionasse dal groove dell'opera; l'effetto è quello di un mix letale di selvaggio e metropolitano, con una "DJ Friendly" che passa dal tarzanismo estetico in alcune sezioni più tribali al cocktailismo più trendy di altre. La centrale e riflessiva "Shibuya Day" apre ad una vera e propria bestia sonora: "Keep Building". La cassa parte poco dopo l'introduzione vocale, che continua a indicare rotte umane a relitti da dancefloor che si sono riscoperti un po' più viaggiatori ed esploratori, un po' più Robinson Crusoe; e mentre il venerdì sera pare, per ironia, farsi spazio di pratica per questi esploratori della Modernità, l'incedere di questo brano si allunga con "Confidence" e casca dentro "Freerotation", trasmettendole il germe della libertà. Alla fine arriva "Du Bist Hier!", 23 minuti di un amore che non è per tutti: le competenze in lingua tedesca non servono per sciogliere il mistero di un monumento sonoro alla pazienza e alla presenza. Muto contro il tempo, come un altare celebrativo, si staglia una traccia-elefante, il vero re della foresta. L'elettronico conquista gli spazi del visivo e trionfa sul tempo: Du Bist Hier! Du Bist Hier? 8/10 (Gi.C.)
RxRy (2010) RxRy
electronica. ErreicsErreipsilon ma si legge "rex ray"; uniche informazioni sul ragazzo/i un myspace misterioso e freddo; segni particolari, due asterischi sulla copertina dell'album e su un paio d'occhi dentro un cappuccio, mentre sullo sfondo un fucsia riempie il cielo di acidi presentimenti. Otto canzoni ex abrupto che parlano per influenze. Sempre il myspace, quasi a indice dell'opera, elenca tanti nomi, fra cui Flying Lotus, Prefuse 73, Burial, Aphex Twin, Telefon Tel Aviv etc etc.. Un testamento proemiale, un biglietto da visita per un disco che se conosce tanti misteri e dubbi, di certo non conosce il dilemma più importante: vale o non vale? Vale, eccome. Le tracce di RxRy non lasciano affatto indifferenti, ma anzi spingono all'ascolto ripetuto, spaziando da sonorità più chiuse e claustrofobiche ad altre più aperte e leggere; l'elettronica comunque rimane il piano di riferimento ineludibile, come d'altronde si sarebbe potuto evincere dalle premesse. Basta ascoltare "Eaurowi" per rimanere sensibilmente scottati da un sound ereditato sì da padri putativi onestamente dichiarati, ma comunque tenuto vivo non con escamotages liceali o di dubbio gusto. L'introduttiva "Baulkn Slihts", più lineare ma efficacissima, pare quasi denunciarci subito il centro del discorso: siamo davanti a bella musica, bellissima se volete, ma ci manca un'identità. Il che in realtà, non è nemmeno quella novità, visto i ben noti predecessori, ma questa volta l'esigenza pare essere se non altro legittima, vista l'urgenza, dopo un ascolto profondo del disco, di una collocazione in un contesto di senso, forse infine solo storico. O forse ci siamo sempre sbagliati, cosa assai probabile, e canzoni come "Prajhil Rythm" o "Convrtbl Bvbes", alla fine, conta che qualcuno le abbia fatte e le continui a fare. C'è tutto, dal drone alla cassa dritta, dai boardsofcanadismi all'apertura che rivela e copre di matrice dream; c'è pure una email sull'ormai familiare sito di RxRy, ma non c'è la voglia di scrivergli e domandargli perché, non c'è voglia di alimentare un mistero che forse mistero non è. Forse è meglio accontentarsi di un ennesimo forse e rispettare le note di "Edvrd Rvrfy Guitr" immaginandosi un Rexrey polimorfo, senz'anima e identità. Teniamoci stretti il Nulla. 7.5/10 (Gi.C.)
Supersilent (2009) 9 avanguardia, impro-ambient. Il progetto Supersilent giunge al nono lavoro in 13 anni di attività, nei quali si è affermato come una delle realtà europee più prolifiche e di qualità nell’ambito della musica d’avanguardia. 9 si inserisce in una lunga discografia (tutta sull’etichetta norvegese Rune Grammofon) di sperimentazioni tra jazz, elettronica-ambient e dodecafonia, senza tralasciare sensazioni più rock; ma è, soprattutto, il primo album dopo l’abbandono del batterista Jarle Vespestad. Privati della sezione ritmica (che, peraltro, aveva sempre avuto un ruolo tutt’altro che marginale nel plasmare l’evoluzione dei brani), i membri restanti hanno compiuto una scelta piuttosto coraggiosa: invece di tentare di sostituirla hanno deciso di approfittare della situazione (come forse era giusto attendersi) per sperimentare soluzioni nuove. E’ così che il trio, equipaggiato di soli organi Hammond, dopo tre sessioni di rodaggio registra i quattro brani dell’album (come nei precedenti, totalmente improvvisati e titolati 9.1, 9.2, ecc.), che rappresentano una radicalizzazione della missione di sempre dei Supersilent: la ricerca di una musica impersonale ed asettica, dove non si possa distinguere il contributo del singolo musicista ma risalti solamente l’effetto complessivo. Alla rinuncia all’uso di molteplici strumenti (in primis, la tromba) si accompagna la rinuncia alla contaminazione tra generi, che rende 9 un album fondamentalmente ambient e molto avantgarde in senso stretto: le potenzialità puramente sonore e ritmiche dell’organo Hammond vengono esplorate in profondità (ricordando a tratti i Pink Floyd di Ummagumma), ricreando uno scenario tra l’horror e il fantascientifico, senza quasi soluzione di continuità tra i brani; il risultato è quello di una musica fredda ma, allo stesso tempo, perfettamente capace di suscitare emozioni. Prova, dunque, superata in modo complessivamente convincente, anche se rimane qualche dubbio riguardo alla direzione da prendersi in futuro: se 9 può essere considerato una buona reazione all’improvviso cambiamento nella formazione, un ipotetico 10 sulla stessa linea, che non recuperasse elementi di ecletticità, improvvisazione melodica e varietà di suono, rischierebbe di essere una grande delusione. 7/10 (E.F.)
Tindersticks (2010) Falling Down the Mountain noir chamber pop, lounge. Se The Hungry Saw aveva rotto un silenzio mantenuto per cinque lunghi anni, Falling Down the Mountain, edito per la 4AD in Europa e per la Constellation in Nord America, contribuisce a riportare l’attenzione sui Tindersticks. Questo ottavo album in studio, uscito nel periodo più congeniale per l’ascolto delle atmosfere nebulose del gruppo inglese, conserva tutti i tratti distintivi della formula adottata nei primi lavori. E Staples e soci sembrano suggerirci che la formula vincente non si cambia, anche a discapito della fame di novità dei giovani e voraci ascoltatori di oggi. Non era nemmeno negli intenti di Falling Down the Mountain, infatti, quella di portare una qualche ventata di innovazione al sound del gruppo, tanto che, pur non riuscendo a raggiungere i picchi di incanto dei primi due indimenticati album omonimi, i Tindersticks riescono comunque a restare piacevolmente affossati nelle loro atmosfere decadenti e dimesse, con garbo ed eleganza. Anticipato dal singolo “Black Smoke”, tra le tracce più solari dell’intero lavoro, Falling Down the Mountain si lascia trasportare blandamente dall’intensa voce del paroliere Stuart A. Staples tra ballate noir per sentimentalisti dal cuore di velluto, come “Keep You Beautiful” e “Peanuts”, fino ad arrangiamenti che richiamano quei paesaggi à la Calexico o quelle melodie sperimentali à la Tuxedomoon - e non è un caso se pochi mesi fa ha visto la luce una recente collaborazione che coinvolgeva tra gli altri proprio Staples, Joey Burns e Blaine Reininger. Tirando le somme, i Tindersticks non rinunciano di certo a metterci un po’ della loro eleganza in ogni loro capitolo, e questo è un disco che si lascia ascoltare facilmente senza troppi scossoni anche grazie a questo, ma l’impressione finale è che difficilmente potrà essere ricordato a lungo. 6.5/10 (S.P.) Untold (2009) Gonna Work Out Fine EP dubstep. Leggendo fra le varie recensioni su questo EP (pochissime in realtà...), incappare nel termine post-dubstep ci ha spinti a qualche domanda. A malapena si è in grado di parlare di cosa la dubstep possa essere, difficilmente si può individuare a quale identità risponda: come definire, quindi, la post-dubstep? La vita dell'intelletto conosce fasi sempre particolari e imprevedibili, e probabilmente in una di queste zone della ragione prima o poi ci si imbatte. Ecco quindi che il termine post-dubstep sembra, paradossalmente, trovare una forte luce chiarificatrice nella tanto amata quanto bastarda madre putativa. Untold, per venire al disco in questione, pare proprio cascarci in questa dimensione, o etichetta, poiché i suoni e i ritmi con e di cui ci parla si presentano come un salto in avanti (o indietro, ma sempre di evoluzione si tratta) nei confronti di un patrimonio musicale che abbiamo appena imparato a conoscere e già muta. I suoni duri e i bassi sfrontati, degni di esser presi a fondamento di ben più di un genere o sottogenere del panorama elettronico, trovano una grammatica austera e arida nella secca "Stop What You're Doing", mentre la seguente "Don't Know. Don't Care" sembra smarcarsi almeno un po' in un dialogo fra beat più colloquiale e umano, con delle linee vocali (nel senso letterale di linee di voce) a inquadrare o a trovarsi inquadrate in o per una trama musicale che con la canzone precedente sicuramente spartisce l'attitudine. La successiva "Palamino" saltella leggermente di più volgendo il capo verso l'appena-passato, nell'introdursi come appena-presente e nell'aprirsi a "No One Likes a Smart-Arse", veramente testarda e anche episodicamente metallica; la chiusura con "Never Went Away" ci lascia l'interrogativo sulla post-dubstep che, per capirci, dovrebbe, sempre secondo la recensione in questione, farci pensare ad un Joy Orbison o a poco più in là, come un Mount Kimbie. Prescindendo dagli ottimi lavori di quest'ultimi due assi del verbo elettronico, quello che abbiamo appena ascoltato in Untold sembra un'operazione di potatura, quasi di svuotamento fisico di una polpa dub rispetto alla dubstep originale, in uno sguardo che richiama al contempo l'IDM più smussata e la base grime nella sua veste più elegante. Stiamo ad ascoltare cosa ci regala il mondo delle idee: alla fine siamo ancora schiavi del postmodernismo, che esista o no. 7/10 (Gi.C.) Vampire Weekend (2010) Contra indie afro pop. E' già un caso discografico questo Contra. I Vampire Weekend continuano un percorso lontano da revival wave, garage e (lungi da noi) psichedelici, felici sulla loro isola. Damon Albarn li scelse come spalla per il tour autocelebrativo dei Blur dello scorso anno: un motivo in più per prestare attenzione anche dalle nostre parti al loro afro-pop affascinante e solare, quindi. Con Contra i Vampire Weekend ci donano un disco anche superiore al già buonissimo esordio, aggiungendo più elementi ad una formula consolidata, forse poco adatta a questo periodo dell'anno pensandoci bene, eppure estremamente leggera, che mette voglia di una bella bibita fresca anche quando la neve accarezza i vetri della finestra. Esplorano anche nuove soluzioni elettroniche, si lasciano andare ad un po' di fracasso controllato come in "Cousins", improvvisano alla fine di "Diplomat's Son", infilano gli archi in chiusura con "I Think Ur a Contra". Più in generale, arricchiscono quasi ogni pezzo con qualche divagazione che in passato sembrava messa da parte in favore di canzoni-singolo ad hoc, senza per questo risultare stucchevoli o forzatamente barocchi ad ogni pié sospinto. Quello che conta, di nuovo come nel debutto, sono le canzoni, e la scrittura di Ezra Koenig e compagni è azzeccata, gli eccessi non escono mai dal contesto anche quando sembrano prendere pieghe impreviste, anzi allargano con finezza gli orizzonti dei Vampire Weekend. Attorno alla loro musica costruita con elementi semplici e linee melodiche orecchiabili, offrono diversi spunti da cui ripartire anche con la prossima prova. Contra assume più le forme di un album coeso ed efficace preso nella sua interezza, più che essere una mera raccolta di pezzi pop raffinati. Si può parlare di maturazione, se vogliamo, ma più semplicemente possiamo dire di aver per le mani un lavoro convincente che chiarisce qualsiasi dubbio sulle effettive doti dei Vampire Weekend. I riflettori sono giustamente puntati su di loro, è proprio adesso che meritano attenzioni e non è ancora troppo tardi per riscoprire una realtà indipendente che, in un panorama affollato di giovani con gli occhi rivolti agli Eighties, si è ritagliata un'identità unica. Il 2010 inizia abbronzato in riva al mare, con l'album punta di diamante di una piccola scena pop indipendente che può ancora far parlare molto di sé, se continua a rilanciare con dischi di questo livello. 8/10 (M.U.)
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