• One More Whiskey for Mark

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    Lana è riuscita più di chiunque altro negli ultimi tempi a creare scompiglio tra la critica indipendente, mettendo su un caso discografico trasversale neanche troppo risolto dal netto passo indietro di Pitchfork. Qual è la verità dietro al suo personaggio? E voi da che parte state?

  • Electro chart 2011

    Mettere in fila per merito la mole di dischi di qualità usciti nel 2011 non è stato facile. Nonostante si sia parlato diffusamente della crisi del formato LP, infatti, la realtà dimostra che, per una volta, stiamo assistendo alla maturazione di un nuovo e diverso modo di intendere la musica che a andrà a convivere con il tradizionale, piuttosto che soppiantarlo.

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    Non c’è bisogno di spiegazioni, né ci sembra il caso di dover raccontare che annata è stata questo 2011 per il rock internazionale. È tutto riportato in questo articolo: i migliori album, una selezione di canzoni e un pugno di eventuali oscar per segnalare personaggi, dischi e momenti importanti di questi dodici mesi

  • 2011: The Year Pink Broke, rassegna di un'annata dominata dal rock al femminile

    Se ci voltiamo indietro a guardare un fermo immagine raffigurante i protagonisti dell'annata musicale appena conclusa, è impossibile non notare con piacere i tanti volti femminili che abbiamo incontrato in questi mesi. Nel 2011, fra graditi ritorni ed entusiasmanti nuove proposte, la musica al femminile ha brillato come non mai.

  • Nuovo Disco Chiave: Piano Magic, Disaffected (2005)

    I Piano Magic arrivano all'anno duemilacinque seguendo un percorso per molti aspetti inverso al pionieristiso allontanamento dalle proprie radici artistiche, che Glen Johnson e soci paiono invece aver progressivamente canonizzato e reso parte fondamentale di un amalgama quantomai originale.

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Polozov
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The Horror
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Maria Antonietta
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Titolo: A Woman a Man Walked By Autori: PJ Harvey & John Parish Anno: 2009 Elemento:


A
ncora non ci eravamo stancati di far circolare nell’aria le delicate melodie di White Chalk quando ci è giunta notizia dell’arrivo della seconda collaborazione tra PJ Harvey e il musicista John Parish, anche questa volta accompagnati dal produttore Flood. L’evento era nell’aria già da un po’, nonostante i ben 13 anni trascorsi da Dance Hall At Louse Point, perché di fatto per i due allontanarsi è diventato impossibile. La lunga amicizia simbiotica che li fece incontrare quando PJ era appena un’adolescente, li costringe a cercarsi ad ogni buona occasione, soprattutto quando arriva il momento di chiedere un parere sulla propria ultima opera. La collaborazione che ne viene fuori è, perciò, sentita ma soprattutto spontanea, e anche questa volta a Polly qui spetta il compito di scoprire le parole più adatte per le note scritte da Parish.
Aveva poco più di 20 anni, Polly Jean, quando cantava di serpenti che le strisciavano tra le gambe nel suo esordio Dry, quando posava in modo eccentrico e anche un po’ scostumato, era molto giovane e quasi tutto era lecito. Abbiamo accolto con grande entusiasmo la sua metamorfosi da ragazzina indisciplinata a raffinata signora, ora che si fa accompagnare da drappeggi di raso, fiori tra i capelli e un elegante pianoforte. Eppure perché in “Pig Will Not” e nella traccia che da il nome al disco sembra quasi di ascoltare la versione femminile del Nick Cave più malato (quello dei Birthday Party)? Polly spiazza, riempie il cuore e subito dopo calpesta, eccola urlare “I want your fucking ass”. È grazie ad un grande e apprezzabilissimo carattere istrionico che l’artista inglese è così capace di utilizzare la sua voce come uno strumento musicale, a volte morbida e a volte aggressiva, senza preoccuparsi troppo del fatto che la sua immagine rischia talvolta di stridere, di rendere alcuni passaggi del disco un po’ sopra le righe.

 

Infatti, si può distinguere in maniera altrettanto netta quei brani, come “Leaving California” e “The Soldiers”, dove Polly sfoggia ancora la sua voce cristallina cercando di ricreare l’intensa atmosfera di White Chalk. In realtà l’intento riesce in maniera molto più efficace in “The Chair” o “Passionless, Polintless” entrambe molto meno minimali ma più travolgenti e magiche, che lasciano trasparire ancora una volta i residui di un’artista tormentata e messa a nudo, distrutta dal dolore di un abbandono (“Pieces of my life are gone / Washed away in the water that took my son”). Mentre “Black Hearted Love” si dimostra essere un singolo dai canoni tipicamente standard, spetta alla successiva “Sixteen, Fifteen, Fourteen” rivelarsi come una prova di maggior efficacia, dove il banjo di Parish accompagna vorticosamente il conto alla rovescia di PJ.
Dovrebbe venire più facile allora paragonare quest’ultima opera non tanto all’ormai lontano White Chalk ma piuttosto alla precedente collaborazione del duo, quel blues-rock obliquo di Dance Hall At Louse Point, più simile negli intenti. I 13 anni di differenza però pesano come un macigno e nonostante la spontaneità viene a mancare la passata freschezza. Apprezzerà sicuramente chi non è stato in grado di accettare la metamorfosi di una ragazzina disinibita verso la classe di quello che è White Chalk, punta di diamante di una discografia che comunque può detenere anche altri motivi di vanto. Crescerà la preoccupazione, invece, tra chi ha seguito e osservato attentamente l’intero percorso della cantautrice del Dorset, assorbendone ogni piccolo gradino e ogni piccolo cambiamento; a queste persone saliranno i battiti cardiaci nel riconoscere che questo A Woman A Man Walked By rappresenta non necessariamente un passo falso, ma forse più propriamente un disco di maniera e non omogeneo quanto il suo predecessore. Un leggero passo indietro quindi, quando poteva essere il caso, al contrario, di sfruttare appieno la metamorfosi ormai completata della signora Harvey, e vedere che risultato poteva uscire messa tra le mani del maestro Parish. Anche nella più affiatata delle coppie ad un certo punto si può smettere di crescere insieme?



65/100

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