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appy in Galoshes è il disco della rivincita di Scott Weiland su tutti coloro che negli anni hanno cercato di sminuirlo - a volte anche a ragione, vedi il caso Velvet Revolver - come artista e personalità del rock americano degli anni Novanta.

D'altronde, cacciatosi continuamente nei guai e finito per doversi immedesimare nella parte di colui che ha riportato in vita personaggi volgari come gli ex Guns n' Roses che probabilmente sarebbe stato meglio abbandonare nel dimenticatoio, chi mai avrebbe dato fiducia ad un nuovo ambizioso album a suo nome, ad oltre dieci anni dall'uscita del discusso e ben invecchiato debutto solista? Scott è un trans-gender del rock, metà Bowie metà Iggy, metà incastrato nell'essere stato uno dei volti più noti dell'era grunge, metà proteso nel divincolarsi dall'immagine di "Plush", cercando fortuna ed ispirazione altrove. La discografia degli Stone Temple Pilots è tanto varia quanto imperfetta, e probabilmente solo oggi, con distacco e a fronte delle involuzioni spesso disgustose di coloro che si facevano chiamare
gli originali, è possibile rendersi conto che la band di San Diego non è stata altro che una delle varianti della scena, probabilmente neanche i meno innovativi e banali visto il loro gusto pop e appunto cinque album l'uno diverso dall'altro, in alcuni casi in misura davvero sconvolgente dal precedente (si pensi a chi nel 1996 ascoltò Tiny Music...). Come sono finiti invece personaggi come Chris Cornell, Billy Corgan, Jerry Cantrell? E come risponde Scott Weiland, invero sempre umile nel raccontare della sua musica agli altri, senza proclami di appartenenza e presunta originalità, che tra tutti solo Cobain poteva permettersi. Quando Eddie Vedder sarà in grado di mettere al mondo due album solisti della caratura artistica e del coraggio di 12 Bar Blues e Happy in Galoshes, anziché ammorbarci con cantilene finto rurali strabordanti di demagogia americana, mi raccomando fateci un fischio. A ragione, qualcuno ha paura nell'ascoltare il nuovo disco di Chris Cornell, dopo essere rimasto sempre scottato dalle uscite del post-Soundgarden. È notizia di pochi giorni fa l'addio a ciò che resta degli Smashing Pumpkins (le ceneri probabilmente) da parte del batterista Jimmy Chamberlin. Cosa farà ora Billy Corgan, riesumerà gli Zwan o inciderà The Future Embrace 2 la vendetta? Per non parlare dei ridicoli Alice in Chains, o meglio, dei superstiti di quella band che in teoria era già morta a metà anni Novanta, quando il chitarrista e maggior compositore iniziava a cercare gloria col proprio nome anziché proseguire nel recupero del vero asso del gruppo, Layne Staley con la sua inconfondibile voce.
Oggi, dopo un doppio album in cui Cantrell scimmiotta suoni ed immaginario della band di cui faceva parte, gli Alice in Chains tornano insieme con un nuovo cantante di debolissime referenze artistiche, forse l'unico sulla piazza con la faccia tanto tosta da non sentirsi a disagio nella posizione che occupa. Aspettiamo trepidanti il nuovo album, magari dedicato al povero Staley. In questo squallido scenario, c'è ancora qualcuno che osa imputare qualcosa a Scott Weiland, considerando invece tutti santoni i personaggi fin quei nominati?

Happy in Galoshes è un doppio album edito per la Softdrive, l'etichetta curata dallo stesso Weiland, che si occupa prevalentemente di musica alternative-pop americana. Venti canzoni, dieci per lato, decisamente meno frivole e devianti rispetto a quelle di 12 Bar Blues, ma che invece puntano sulla gradevolezza delle melodie per conquistare l'ascoltatore. La decennale amicizia con Doug Green ha permesso all'ex voce degli Stone Temple Pilots di mettere insieme dei brani a volte molto formali, a volte spiazzanti nella scelta dei suoni. Si passa infatti dal rock al sapore di new-wave di "Blind Confusion" al sabor latino di "Killing Me Sweetly", passando per l'elettronica di "She Sold Her System" o l'andatura sghemba di "Beautiful Day". Alcuni pezzi sono stati prodotti e registrati nello studio di un tale chiamato Steve Albini, interessato a collaborare in quanto consapevole che avrebbe avuto a che fare con l'autore di 12 Bar Blues, e non con quello dei Velvet Revolver. Tre le venti canzoni non passano inosservate le cover di "Fame" del David Bowie di Young Americans, e "Reel Around the Fountain", dall'esordio degli Smiths. Ma i momenti migliori restano brani come i quasi sette minuti della cadenzata "Pictures & Computers", che batte nel confronto diretto l'ormai lontana "Lady, Your Roof Brings Me Down", il pop minimal-elettronico di brani come "Arch Angel" e "Crash", e la prima parte del disco, in cui compaiono i brani prodotti da Albini, più essenzialmente rock, seppur levigati e restituiti in modo da non discordare troppo dal resto dell'album. Si segnalano l'irresistibile coro di "Tangle with Your Mind" e il baritono ancora una volta bowiano del primo singolo "Paralysis".
Felice con le galoche non è un concept album, ma sputa le storie sfortunate che hanno marchiato gli ultimi anni dell'artista, il sofferto fallimento del matrimonio e la separazione forzata dai due figli, nonché della scomparsa del fratello Michael (presente alle percussioni in questo e nel precedente album solista di Scott) e della madre. Si tratta ancora una volta quindi di canzoni confidenziali, in cui Weiland sceglie di condividere con il suo pubblico le difficoltà che potrebbero nuovamente farlo cadere in terra, come molte volte è già accaduto.
Preso per quello che è, Happy in Galoshes è una raccolta di 20 pezzi (è stato pubblicato in Europa solo lo scorso gennaio) in grado di intrattenere senza troppe pretenziosità, ma con piacevolezza d'ascolto e spirito pop. Al contrario di molti doppi album infatti non risulta un polpettone indigeribile, piuttosto sceglie di fondare la sua essenza nelle singole canzoni - tutte diverse - in modo da poter soddisfare esigenze differenti a seconda del momento. Probabilmente passerà inosservato perché non fa certo tendenza applaudire la freschezza di un personaggio sulla cresta dell'onda dai primi anni Novanta e autore di numerose discutibili mosse, eppure ci sentiamo di elogiarlo e di pregarlo di continuare a fare questo, anziché riesumare gli Stone Temple Pilots che probabilmente oggi non avrebbero molto da aggiungere a quanto già inciso nel decennio scorso. Le canzoni ci sono, l'album è buono, bentornato Scott.