d ogni estenuante avvicinamento all’uscita di un nuovo album degli U2 è la stessa storia. Notizie contraddittorie che si rincorrono, leggende intorno alla stesura delle canzoni, proclami di vittoria dei protagonisti, trovate kitsch di vario genere… il tutto volto a creare attesa per una band che una volta poteva essere definita come la più importante del mondo. Non è più così però, e Bono e soci, nonostante i numeri sempre a loro favore, sembrano essersene accorti. Gli anni si fanno sentire, i figli crescono, i coetanei con cui si era cominciata l’avventura scompaiono. C’era della nostalgia del tutto näif anche in How to Dismantle an Atomic Bomb (2004), un disco tutto sommato modesto che li vedeva alle prese con un improbabile tuffo nel passato, intenti a riportare in vita gli ideali che li avevano mossi nei primi anni della loro incredibile storia. “Voglio indietro i miei sogni, voglio indietro la mia adolescenza!” scriveva Bono ancora poche settimane fa in una spontanea quanto confusa lettera inviata a Rolling Stone.
No Line on the Horizon non è altro che una commistione di queste due esperienze: la consapevolezza di non essere più stati – almeno recentemente – e di non poter più essere la band specchio dei tempi che sono sempre stati, nonché, allo stesso tempo, un nuovo tentativo di ritrovare lo spirito che ispirava i giorni migliori, recuperando anche quell’umiltà probabilmente andata persa dopo tutte le trovate boombastiche, i riconoscimenti e la soddisfazione di essere arrivati ad un pubblico per nessun altro al mondo così vasto. Negli anni però gli U2 si sono anche resi conto di essere tanto amati quanto odiati dal popolo rock, in particolare dalle nuove generazioni che si sono perse i capitoli che hanno reso così avvincente quest’avventura.
Album come gli ultimi due, ma soprattutto il profilo da “Pavarotti & Friends” che – in Italia particolarmente – si è costruito intorno a Bono hanno inflazionato il vecchio catalogo della band e quindi reso poco appetibile ai novizi del rock il ripescaggio di dischi ritenuti fino a metà anni Novanta assolutamente imprescindibili.Gli U2 si sono fatti del male da soli mettendo al mondo musica del tutto anacronistica oltre che mancante di urgenza espressiva. Il posto degli U2 lo hanno progressivamente preso i Radiohead: la band che osava entro la forma canzone mentre rappresentava i sentimenti dei giovani non era più quella di Bono e The Edge.
Ritrovatisi a Fez, in Marocco, e sedutisi su un tappeto con i fedeli Brian Eno e Daniel Lanois, gli U2 hanno parlato a lungo e stabilito la nuova linea da seguire, convenendo che non c’era più alcuna linea all’orizzonte. L’unica soluzione era provare ancora una volta ad essere sé stessi, stavolta con l’umiltà di un re senza trono.
No Line on the Horizon
Pur non essendo nulla di particolarmente nuovo nel catalogo della band, il brano che apre e dà il titolo al disco riesce nel tenere in sospeso i primi affrettati giudizi di chi dopo poche note sarebbe stato pronto a bocciare in toto tutto quanto, come è accaduto con il precedente lavoro che si accendeva con l’ingenua “Vertigo” – effettivamente uno dei momenti più bassi della loro discografia – ma che offriva in successione qualcosa di meglio, forse ingiustamente denigrato a priori. La
titletrack convince non solo per la melodia, ma anche nel suo essere un incipit tutto sommato non così prevedibile. Fra tutte, è una delle canzoni che non avrebbe affatto sfigurato in album come quelli di metà anni Ottanta. Per quanto furbescamente laccata, la produzione smussa meno angoli di quella di Viva la Vida dei Coldplay, sempre ad opera di Eno.
MagnificentAncora un numero tipicamente U2, ma che non pare così banale e forzato come si potrebbe temere dalle prime parole recitate e dal ritmo vagamente riconducibile ad “A Sort of Homecoming”. E’ un brano che dopo un intro di piena era Achtung Baby che sa tanto di specchietto per le allodole, non offre altri suoni rispetto a quelli già utilizzati ed abusati dal 2000 in poi, ma che nonostante ciò riesce anche dopo vari ascolti a mantenere una sua ragion d’essere all’interno della scaletta. Potenziale nuovo singolo sì, ma forse la scelta che renderebbe meno giustizia ad un album che scopriremo strada facendo essere meno presagibile di quanto non lo sia questa pur buona, classica canzone.
Moment of SurrenderQuando ti aspetti che il disco prenda la solita piega, ecco la sorpresa. Al di là del suo ricordare l’atmosfera del side project Passengers di metà anni Novanta, nonché alcuni momenti più dolenti di Achtung Baby (“So Cruel” in particolare), gli oltre sette minuti di “Moment of Surrender” ci riportano un Bono finalmente sui suoi veri standard, in grado di creare dal nulla un gospel disperato che per quanto ricordi nel coro “Stuck in a Moment”, risulta davvero un tentativo di tornare a fare musica per il piacere di farla. Magari non sarà una delle loro migliori canzoni, ma cose del genere sono ciò che dovrebbe rincorrere una band ormai attiva da trent’anni e dunque non più competitiva dal punto di vista dell’energia punk che pure aveva animato gli esordi.
Unknown CallerI minuti stavolta sono sei e rappresentano con pochi altri sparsi nel disco quelli di maggiore novità rispetto al passato. E’ una canzone che ti puoi aspettare dagli U2, ma la linea melodica, innodica e sincopata nel coro, è veramente uno dei momenti più interessanti cui ci troviamo ad assistere negli U2 del decennio dei Duemila. Merito di The Edge che si unisce al canto di Bono, mentre per tutto il brano arricchisce le armonie vocali con la proverbiale fantasia, estraendo dal manico della chitarra note e suoni firmate col suo marchio. E’ la più bella dell’album, ma soprattutto, è obiettivamente una bella canzone.
I’ll Go Crazy If I Don’t Crazy TonightLa parte centrale del disco offre tre canzoni piuttosto orecchiabili l’una vicina all’altra. La prima della serie nasce su accordi di chitarra acustica a cui si sovrappone l’elettrica senza sporcare troppo il sound complessivo. Un brano veramente poco impegnativo rispetto ai quattro che lo hanno preceduto, ma volendo vedere il bicchiere mezzo pieno, riesce comunque a vincere il confronto diretto con pezzi del tutto simili offerti nei precedenti due capitoli della saga, con particolare riferimento a “Wild Honey” e “All Because of You”.
Get on Your BootsIl singolo apripista non è affatto una “Vertigo 2” come ha superficicalmente scritto qualcuno, tutt’altro. E’ invece un brano decisamente atipico per la band e che se solo avesse visto la voce di Bono filtrata come accadeva negli anni Novanta, ne sarebbe uscito un effetto straniante non così diverso da quello che hanno raccolto “Discotèque” e “Numb” all’epoca. Grande il lavoro della sezione ritmica, in cui si mette in evidenza un Larry Mullen rigenerato, più vicino così come in altri pezzi di No Line on the Horizon al suono delle sue performance dei concerti. E’ un pezzo che potrà funzionare nei club, in cui è ancora l’unione delle due voci a convincere, per un ritornello meno banale di quello di altri singoli dagli album più recenti.
Stand up ComedyA chiudere il terzetto
easy ecco un brano altrettanto inusuale per gli U2 in quanto guidato da un riff à la Led Zeppelin e ancora da una linea melodica sincopata. Nuovamente a suo agio sulle note alte Bono, che grazie a trucchi da studio di registrazione o meno, risulta immortalato in una forma migliore rispetto a How to Dismantle an Atomic Bomb, prima dell’ingresso della stessa identica chitarra che è stata protagonista in “Even Better than the Real Thing” . Il rimpiato anche in questo caso è quello di non aver filtrato la voce come accadeva in pezzi come “Zoo Station” o “Hold Me Thrill Me Kiss Me Kill Me”, perché ne sarebbe venuta fuori una canzone ben più forte del comunque potenziale singolo che è.
Fez/Being BornQui siamo veramente dalle parti di Achtung Baby, a partire dal flashback proveniente presumibilmente dalle strade di Fez, e più in particolare con il ritmo al galoppo di “Being Born”, un pezzo in cui gli U2 tornano seriosi e affascinanti come pochi altri nel genere. L’eleganza è quella dei tempi migliori, il difetto è la durata: una canzone simile poteva essere anche tirata per le lunghe senza stancare. Ma va bene anche così.
White as SnowIntima e poetica, sarebbe stata meravigliosamente anche nella colonna sonora di Million Dollar Hotel. Qui riesce a dare un senso di compiutezza ad un album che ormai ha scongiurato con successo le paure degli affezionati. “White as Snow” è una canzone splendida, una di quelle che restano, e avrebbe meritato la chiusura del disco.
BreatheNonostante un attacco realmente promettente e un’altra linea melodica tutto fuorché convenzionale per gli U2, “Breathe” è come “Magnificent” un pezzo che sembra provenire da How to Dismantle an Atomic Bomb. Il lato positivo della faccenda è che di quell’album sarebbe stata una delle migliori, per cui non c’è da lamentarsi troppo francamente. Certo, non è qui che gli U2 dimostrano di essere ancora vivi.
Cedars of LebanonIl tentativo di suonare più eleganti che nel recente passato è evidente anche nella canzone che chiude No Line on the Horizon. Un canto alla luna in cui riaffora il gospel che ha imperversato qua e là durante il disco, ogniqualvolta The Edge ha aggiunto la sua voce a quella di Bono. La canzone è decorosa, come lo è tutto il disco in fondo, ma lascia l’amaro in bocca e un senso di incompiutezza non trascurabile. Al confronto con una “Wake Up Dead Man” o una “Love Is Blindness”, i cedri del Libano prendono fuoco velocemente.
No Line on the Horizon è una raccolta di brani in cui gli U2 riescono solo in parte a riprendersi una credibilità artistica smarrita nelle ultime produzioni. C’è qualcosa di veramente buono, è vero, ma come non pretendere di più da una band che ha saputo incidere dischi di valore sproporzionatamente superiore alle ultime prove? Non ci si può accontentare a fronte di grandi canzoni che sembrano in grado ancora oggi di comporre (“Unknown Caller” e “White as Snow” paiono i momenti più rilevanti di questo nuovo capitolo), quando veramente motivati. Provano a suonare diversi e facilmente più maturi degli ingenui U2 di How to Dismantle an Atomic Bomb, ma senza affondare con decisione nelle scelte neanche così coraggiose che hanno ispirato i momenti migliori di questo No Line on the Horizon. Un album solo discreto degli Irlandesi vale comunque la discografia di tante comparse osannate in questi anni, siamo d’accordo, ma questo non può consolare chi ha vissuto i fasti del passato. Anche un disco come Pop – all’epoca incompreso - oggi è pura utopia e sembra più in alto di diversi gradini rispetto agli U2 dei Duemila.
Cosa si può fare allora se non arrendersi all’evidenza di una band che perde il confronto con sé stessa, accontentandoci di un disco di dignitosa senilità come questo?