S
correndo la lista degli artisti coinvolti in questa splendida iniziativa benefica per l’informazione e la ricerca contro l’AIDS, ho immediatamente pensato che avrei voluto essere al posto dei fratelli

Dessner (The National), i produttori di questa compilation; quale miglior modo per avere i ragguagli e le rassicurazioni, ove dovute, riguardo i principali nomi dell’indie mondiale, per parlare con Sufjan Stevens della sua ipotetica nuova uscita, o magari per avere qualche assaggio in esclusiva del nuovo lavoro dei Grizzly Bear o per chiedere a Beirut se i suoi ultimi EP sono veramente la strada che vuole percorrere in futuro.
Il difetto più frequente di questo tipo di compilation è quello della pressoché sempre assente omogeneità del disco. Occorre capire se la presenza di nomi importanti, di artisti affermati, sia sufficiente per compensare all’inevitabile assenza di un filo conduttore definito, dell’atmosfera globale, uno dei più importanti aspetti di un disco.
È proprio questo il lato che più colpisce di questo Dark Was the Night, il suo essere compatto, il possedere un sapore unico, figlio probabilmente di una comunione d’intenti dei partecipanti, probabilmente derivante dall’appartenere ad un certo filone musicale o più verosimilmente dal lavoro dei suddetti fratelli Dessner.
Dark was the Night diventa quindi un disco vero, con un senso e stile definiti, oltre naturalmente ad essere una fotografia nitida di una delle scene musicali più prolifiche e interessanti.

È quindi una testimonianza del talento dei Grizzly Bear, autori di due brani, uno dei quali in collaborazione con Feist. La prima delle loro tracce è “Deep Blue Sea”, ballata dimessa, dolceamara, splendidamente arrangiata nel loro tipico stile, con crescendo emotivi e melodie curatissime. È loro anche la miglior traccia del disco “Service Bell”, la penultima del primo dei due dischi. Il loro prossimo lavoro , Veckatimest, è atteso per il 26 Maggio, ha tutte le carte in regola per essere una delle uscite chiave di quest’annata.
Subito dopo la solare “Knotty Pine”, dove la mano di Byrne è evidente nell’addomesticare l’estro tendenzialmente anarchico di Dave Longstreth (aka Dirty Projectors), c’è una splendida “Cello Song”, la traccia più rischiosa. Confezionare una cover di Nick Drake non è cosa da poco, per la facilità con cui si può cadere nel cattivo gusto (penso ai Mars Volta) e per gli inevitabili paragoni con l’originale. È per questo probabilmente che l’ambizioso compito è stato affidato alla “strana coppia” The Books, i quali hanno curato la parte elettronica, e Jose Gonzalez, che ha prestato la sua splendida voce.

Il risultato è sicuramente apprezzabile, prima di tutto perchè gli artisti in questione hanno personalizzato i suoni e l’approccio, mantenendo solo il
cello, riarrangiando il tutto con suoni minimali. Splendido quindi in questo caso il lavoro dei The Books, duo elettronico autore dell’incantevole Thoughs for Food (2000).
Altra splendida sorpresa è “So Far Around The Bend”, traccia scritta a quattro mani per l’occasione dai The National e da Nico Muhly giovane compositrice che presumibilmente ha curato le partiture e i deliziosi ricami che sfiorano la melodia principale. I primi, reduci dal discreto successo riscosso con Boxer, disco del 2007, restano una buona realtà nel loro genere, seppur a questo punto, come spesso accade, si trovano al difficile bivio fra una ristrutturazione del sound che rischia di diventare prevedibile o la scelta di approfondire quello che hanno già dimostrato di saper fare.
Non potevano mancare i Yeasayer, che riconfermano il loro innegabile talento nel creare melodie irresistibili, linee vocali che si sovrappongono splendidamente e che ricreano l’atmosfera vintage che avevamo tanto amato nel loro esordio. “Tightrope” ci ripresenta, dopo due anni da All Hours Cymbals, il gruppo così come lo avevamo lasciato, il che ci rassicura in vista di future uscite.
Ritroviamo nuovamente Bryce Dessner, questa volta nei panni di uno dei membri dei Clogs (Lantern, 2006), nella collaborazione con Antony. È sua la chitarra che sostiene la sempre apprezzabile voce di Antony in “I was young when I left home” difficile ma sicuramente più che riuscita cover di Bob Dylan.
Subito dopo tocca al fratello Aaron, in compagnia di Justin Vernon (Bon Iver), nella incantevole “Big Red Machine”. Continua il momento d’oro per Vernon, dopo lo strepitoso successo del suo For Emma Forever Ago e del gioiello Blood Bank EP pare capace di non sbagliare più niente. Oltre ad essere un ottimo compositore si sta rivelando con il tempo anche splendido interprete delle sue canzoni, migliorando la presenza e l’intonazione della sua già meravigliosa voce.
È dei Castanets la canzone scelta da uno dei più attesi: Sufjan Stevens.
“You Are The Blood” pare una canzone scritta dallo stesso artista, al punto che la melodia viene lasciata perfettamente integra. Le modifiche sono solo sull’arrangiamento della seconda parte, un lunghissimo intermezzo di piano e sugli inserti elettronici, questi ultimi non del tutto convincenti a dire il vero. Il risultato è ottimo, seppur professando il folk, riesce a suonare irresistibilmente stravagante e “intelligente”, quindi diverso.
L’ultima uscita di Stevens risale allo scorso anno quando con l’ottava delle sue tradizionali raccolte di canzoni natalizie aveva rotto un lungo silenzio che aveva preoccupato più di qualcuno. Gli spunti interessanti che accomunano i suoi ultimi lavori sono degli strani inserti elettronici. In “The Child With The Star On His Head" contenuta nell'ultima raccolta natalizia, una delle sue canzoni migliori dai tempi di Illinois (2005), c’è un lungo passaggio elettronico, un po’ grossolano ma senza dubbio piacevole. È lo stesso tipo di elettronica che ritroviamo all’inizio di “You Are The Blood”. Qui sono evidenti le difficoltà di Stevens di combinare i suoni elettronici dell’intro con quelli della strumentazione che è solito usare; tuttavia con l’andare del brano tutto scorre piacevolmente. Restano però le preoccupazioni; un possibile errore potrebbe essere quello di eccedere in manierismi e frivolezze, di scadere, nel perdere l’eleganza che lo aveva distinto e fatto emergere fra i tanti.
Dulcis in fundo, meritevoli quantomeno di menzione, sono i più importanti e affermati ospiti della compilation, entrambi presenti con un lavoro inedito.
Parlo di Arcade Fire e Beirut, due colossi del genere. I primi con "Lenin" brano che acquista sapore con l'andare degli ascolti, per questo in linea con le passate produzioni. Il secondo con "Mimizan" anche questo brano legato alle passate produzioni dell'artista.
È sicuramente salda la certezza, più per i canadesi che per Condon, di ritrovare questi due campioni del genere in splendida forma nelle prossime uscite.
Dopo aver riascoltato per l'ennesima volta questa splendida raccolta, ancora con il sapore delle splendide canzoni al suo interno, torno a pensare a quanto mi sarebbe piaciuto essere uno dei fratelli Dessner.