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Maria Antonietta
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Titoli: March of the Zapotec EP + Holland EP Autore: Beirut Anno: 2009 Elementi: +


R
isaliva al 3 aprile dell’anno passato l’ultimo messaggio pubblico del giovane Zach Condon, talentuoso personaggio che si cela dietro il nome Beirut. Era un messaggio importante per alcuni passaggi che conteneva, per il significato che gli si poteva attribuire. La frase “It's come time to change some things, reinvent some others, and come back at some point with a fresh perspective and batch of songs” è quello che ogni fan vorrebbe sentire dal proprio artista preferito, la splendida promessa di rinnovamento, di ristrutturazione di un suono e di uno stile ormai troppo sfruttati, anche se in modo strepitoso.
L’attesa per questi due nuovi EP non poteva quindi che essere particolare.
Il primo, “March of Zapotec”, è il prodotto di un lungo viaggio fatto da Condon in Messico; composto da sei brani è chiaramente improntato sullo stile tipico di Beirut. Coadiuvato da una orchestra specializzata in musica per funerali composta da diciassette elementi, Beirut ripropone i peculiari malinconici arrangiamenti di fiati e strumenti della tradizione balcanica, magistralmente gestiti dal suo genio e dalla sua meravigliosa voce. Primo estratto del disco è “La Llorona”, una delle migliori tracce che Condon abbia mai scritto, incredibile sunto di quella che è il suo inimitabile stile. Splendido anche il gioco voce/fiati in “The Shrew” altra ottima idea di Beirut.
“March of Zapotec” è molto vicino a quello che era stato “Gulag Orkestar”, in quanto a suoni e approccio; provando l’azzardo di accostarli si potrebbe concludere che seppur l’EP sia inferiore in quanto a melodie e freschezza complessiva dell’opera, riesce comunque a reggere il confronto, per lo straordinario uso riesce a fare della ampia strumentazione che ha qui a disposizione.Con l’andare degli ascolti infatti si riesce ad apprezzare meglio il lavoro d’arrangiamento, uno dei punti forti di Beirut.
È solo ascoltando “Holland” però che tornano in mente le succitate parole di Zach a proposito del suo cambiamento di rotta; composto da cinque tracce il disco guarda palesemente ad un pop elettronico di vecchio stampo, quasi un synth-pop.
Si parte con “My Night with the Prostitute From Marseille” , traccia quasi ballabile, al limite della dance music, sicuramente lontanissima dai soliti standard di Beirut. Allo stesso modo “My Wife, Lost in the Wild” che, con la sua elettronica grossolana, disorienta non poco l’ascoltatore.
Sicuramente la migliore di questo EP è “Venice”, una ballata malinconica, costruita su un sintetizzatore e leggerissimi fiati.
È necessario formulare un giudizio separato per questi due dischi, data la loro evidente diversissima matrice; “March of Zapotec” è sicuramente il migliore dei due, nuova conferma del talento di Beirut nel sapersi misurare con strumentazioni e costruzioni melodiche complesse, questa volta più che mai, data la enorme orchestra che lo accompagnava e che lui è riuscito perfettamente a sfruttare.
“Holland” è senza dubbio sotto la sufficienza. I suoni, le melodie e la freddezza della produzione sono chiaramente sintomo di un atteggiamento fin troppo giocoso dell’artista; l’elettronica è da sempre una sua passione, ma poco si sposa con la sua poetica e la sua voce. Se ha deciso di “change some things, reinvent some others”, quella di “Holland” non è sicuramente la direzione giusta, ma sono certo che anche lui lo sappia.
Ora non resta che aspettare un LP vero e il nuovo tour, sperando che questa volta lo si riesca a vedere anche dalle nostre parti.
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