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Tool + My Bloody Valentine @ New York City (01/08/2009) Stampa
Scritto da A.M.   
L
o stato del New Jersey, nella località del Liberty State Park, ospita per il secondo anno consecutivo l'All Points West Music and Art, ultimo nato tra gli ancora pochi festival americani e ideato dagli stessi promotori del californiano Coachella. Questa iniziativa si inserisce in un processo di introduzione graduale, negli States, di un modello di festival diremmo europeo che, seppur trovando origine nell'americanissimo Woodstock, non si è mai veramente sviluppato oltreoceano.
La location del concerto è un parco federale, da cui si può vedere sia la Statua della Libertà (nonostante ci dia quasi sdegnosamente le spalle) sia lo skyline di Manhattan, il quale si preannuncia già molto suggestivo e cinematografico, col pensiero che corre alla magica atmosfera capace di creare nelle ore più buie e metropolitane. L'organizzazione dell'evento ha imparato dall'edizione precedente, rovinata da code troppo lunghe e limitazioni sul consumo di bevande alcoliche, nonostante le due serate chiuse dai Radiohead e, quindi, si mette in gioco pienamente affinché, questa volta, tutto vada per il verso giusto.
Due parole sul luogo: Liberty State Park rappresentava, dopo essere stati salutati dalla Statua della Libertà e registrati a Ellis Island, il terzo punto di contatto con il Sogno Americano, per via dei barconi che trasportavano umanità di ogni razza e religione; il passo successivo sarebbe stato un treno che li avrebbe trasportati verso uno speranzoso domani. Dopo un passato che ha conosciuto anche attività industriali e un successivo degrado, oggi la zona è stata recuperata con la creazione di un parco urbano, donato alla cittadinanza in occasione del bicentenario del Giorno della Bandiera, ovvero in data 14 giugno 1976.
L'organizzazione ha scelto di non tralasciare il passato del luogo né di usarlo semplicemente come un vuoto orpello, ma ha voluto chiamare i tre palchi (Blue Comet, Bullet e Queen of the Valley) come i tre treni che partivano dal Central Railroad of New Jersey Terminal e stimolare il pensiero dei partecipanti al festival sull' eventuale presenza di qualche lontano antenato proprio su uno di quei treni. Mossa molto condivisibile, sia per ragioni di marketing, così da arricchire il coolness factor del festival anche con un background storico e morale, sia per rendere l'evento non solo una piatta sequela, senza costrutto, di note, alcool e droghe.

Un festival è sopratutto musica, quindi entriamo direttamente nell'atmosfera che più ci interessa, ovvero quella musicale: come headliner abbiamo Jay-Z (sostituto dei Beastie Boys, costretti a rinunciare a causa del cancro diagnosticato a Adam Yauch)/Yeah Yeah Yeahs per venerdì, Tool/My Bloody Valentine per sabato e Coldplay/Echo & the Bunnymen per domenica, ma, soprattutto, molti artisti newyorkesi nella line-up, per legare il festival al territorio e conferirgli un' identità più hipster rispetto ai ben più hippy Coachella e Bonnaroo, giusto per continuare a fomentare la rivalità L.A./NY, West Coast/East Cost.
L'atmosfera è molto rilassata e easygoing, con molte possibilità di intrattenersi piacevolmente con sconosciuti con cui magari si è solamente condiviso casualmente gli stessi cinque metri quadrati di terreno per un paio di minuti. Grazie all'ottima organizzazione logistica degli spazi tutto è a portata di mano (o, meglio, di piede), senza un’eccessiva congestione, sempre possibile quando si muovono tali masse.
Il vostro inviato vi racconterà la seconda giornata fin dall'ingresso, dove ci viene consegnato un passaporto contenente il programma - molto cool come idea e sempre nello spirito del festival - e un paio di tappi per le orecchie in colore rosa Loveless per la presenza dei My Bloody Valentine (io avrei preferito un paio di cuffie in ear... sigh).

Il primo act, cui ho assistito purtroppo solamente per uno spezzone, è incentrato sui ...Trail of Dead, capaci di un set sicuramente d'impatto, alternato tra pezzi più recenti e altri già classici della band, con i suoi picchi in "Caterwaul" e "Will You Smile Again", dal già classico Worlds Apart del 2005.
Dopo una pausa piuttosto lunga, in cui godersi una tipica Budweiser (ma l'originale è ceca!) e una bella giornata estiva (quella di sabato è stata l'unica giornata soleggiata del festival, e sotto i baffi non ho potuto non ridere pensando a chi aveva scelto di esserci per Jay-Z o i Coldplay), il secondo set a catturare la nostra attenzione è stato quello degli Arctic Monkeys.
Gruppo, questo, sicuramente molto interessante e che vanta nel suo repertorio molti pezzi notevoli, ma che, su album, non è ancora completamente soddisfacente. Il loro terzo disco, Humbug, in uscita il 24 agosto, può vantare anche un esaltato Josh Homme in cabina di produzione.
Difficile valutare l'influenza del rosso se non nel look, molto più disordinato e scapigliato dei quattro di Sheffield, cui si accompagna da sempre l'understatement un po' snob e menefreghista di Alex Turner e soci e per cui le ragazzine di ogni età stravedono.
Ad ogni modo, il set è stato molto energico e la folla ha gradito molto i pezzi più famosi come "Fluorescent Adolescent" e "I Bet You Look Good on the Dancefloor", apprezzando, tuttavia, anche il nuovo singolo "The Crying Lighting" in chiusura.
Una rapida corsa e siamo di fronte a St. Vincent, al secolo Annie Clark, per goderci un concerto che ci ha veramente impressionato: forse ci si aspettava un set molto low key, lei sola e chitarra acustica, ma, accompagnata da una band in palla composta da basso chitarra e batteria e coadiuvata dal supporto di un flautista, un violinista e una oboista, la ragazza dell’Oklahoma si dimostra disinvolta e con personalità versatile, manifestando ottime doti alla sei corde e allestendo uno show che ha coinvolto molto il pubblico, salutato con un accenno dell' hendrixiana "The Star-Spangled Banner" , interrotta subito da un simpatico "Just kidding !".
Si stava avvicinando il momento clou del festival, separato solo dall'esibizione dell'ensemble newyorkese\slavo Gogol Bordello, riscaldata da un'ottima accoglienza e da una cover ben riuscita di "Mala Vida" dei Mano Negra, loro mentori e padri spirituali, in chiusura.
“We treat the vocals, in a way, like another instrument, without trying to submerge them, or bring them out. A lot of people go to some effort to make the vocals articulate or heard, we just treat it like another instrument that has its place on the track.”
Kevin Shields/My Bloody Valentine
hype

E' giunta l'ora del gruppo irlandese, band dei primissimi anni '90 diventata di culto grazie a Internet e recentemente tornata sulla bocca di tutti per merito di una serie di concerti forse in vista di un nuovo album che dia degno seguito a quel capolavoro di Loveless: è da 18 anni che aspettiamo...
I roadie stanno preparando il palco e già dalle paratie che separano la batteria di Colm O'Ciosoig dagli altri tre strumentisti si capisce che sarà una cosa seria; gli altoparlanti rimarcano molto perentoriamente l'importanza di utilizzare i tappi per le orecchie minacciando, in caso contrario, la perdita dell'udito; accolgo questi avvisi con un sorrisetto sbruffone: “Quale occasione migliore di perdere l'udito se non oggi? Non mi farò certo mancare l'occasione, e comunque sarebbe un pegno sostenibile”.
Forse sarà l'autosuggestione, ma noto una certa commozione e attesa negli occhi degli altri partecipanti e da me sicuramente condivisa: si prospetta un evento.
Alle 8:15 pm salgono sul palco: Colm O'Ciosoig con i capelli più lunghi del previsto, Debbie Googe con uno smanicato nero, Bilinda Butcher, bella come nessuna donna è stata mai, con un vestito da sera rosso e Kevin Shields, i capelli sempre più sfilacciati e una camicia aperta su una maglietta che fa intravedere la pancetta.
L'attacco del concerto non è uno di quelli cui si è abituati: potete immaginare come deve essere trovarsi DENTRO la turbina di un jet al decollo? L'unica differenza potrebbe essere la libera scelta tra le due situazioni, ma se si avete imparato ad apprezzare l'arte della band di Dublino, si sa che la genialità della loro opera sta proprio nel modo in cui il rumore, la distorsione e il muro di feedback vengano declinati e modulati fino a renderli melodici e totalizzanti, in un' esperienza che da fastidiosa diventa, progressivamente, ascetica e purificatrice: insomma baby, se vuoi il paradiso devi imparare a camminare all'inferno.
Il set enfatizza il lato dissonante del lavoro del gruppo, rendendo anche i pezzi meno esasperati presenti su Isn't Anything e gli Ep precedenti un assalto ai timpani dei presenti, presenti che non sempre apprezzano, anzi: i componenti più intolleranti della legione toolica rivolgono gesti poco simpatici ai quattro irlandesi, facendomi vergognare di condividere con loro la stessa passione, piuttosto per le reazioni scomposte e fuori posto e non tanto per la mancanza di apprezzamento, giustificabile se non si conosce il gruppo e la loro proposta sicuramente ostica, tanto più in quanto così volutamente cacofonica e disturbante.
La folla presente era quanto di più variegato mi sia mai capitato di vedere a un concerto rock: palestrati in canotta, zaino Eastpak e cappellino da baseball rigorosamente girato all'indietro con dito medio alzato, persone estraniate da tutto sulla loro nuvoletta sonica a guardare estasiati ora la chitarra fucsia di Shields, ora il viso angelico di Bilinda, nuovi fan dei Tool che si sentono messi alla prova in vista del concerto dei loro idoli, fan dei MBV che tirano fango e bottiglie in testa a quelli con il dito medio alzato e ragazzine indifese con asciugamano avvolto attorno alla testa a protezione dei timpani.
I quattro sul palco non si curano particolarmente delle reazioni del pubblico ma continuano l'assalto sonoro alternando chitarre rosa e bianche per Bilinda, stupenda nella sua dicotomia audio\visiva, chitarre fucsia e viola, più un' acustica per Kevin, spesso colto a colloquiare con i fonici del palco tra un pezzo e l'altro (“This was supposed to be quiet”, riferendosi alle voci): tutte le sei corde, comunque, con la barra del tremolo agitata in continuazione, mentre Debbie si merita un plauso particolare per come contribuisce vigorosamente al marasma sonoro, sempre rivolta verso Colm e curva sul suo basso bianco.
Il concerto è stato, per il vostro scrivano, un’esperienza eccezionale, da ripetere subito e non avrei mai voluto che la parte centrale di "You Made Me Realise", cioè lo stesso accordo suonato per quindici minuti (non ad un volume basso eh!) e non a caso soprannominata the Holocaust, finisse. Nota di servizio, il set dei My Bloody Valentine è stato sentito in maniera chiara anche al di là delle acque, a New York City.
Ma come tutti concerti che diventano esperienze, il desiderio maggiore non e' quello di vederne un altro, ma di riviverlo, rigustarsi da capo ogni singolo momento, in modo che, in questo particolare caso, dal rumore bianco, sulle prime accecante, si possano distinguere sempre più particolari, proprio come nelle loro copertine.
Spero comunque che se avrò di nuovo la fortuna di vederli dal vivo, possano implementare anche nei loro live il loro lato più sognante, attraverso le voci (totalmente inudibili, se non a tratti, anche se sapere i testi a memoria aiuta) e un mix più equilibrato così che e il contrasto tra le due facce diventi straniante come su disco, in pezzi quali "Soon".
Queste date servono sicuramente a testare l'interesse del pubblico a riprendere l'attivita' di band a tempo pieno, attraverso l'utilizzo di costosi studi di registrazione e tour più articolati, anche se i quattro non sembravano particolarmente desiderosi di conferme: dopo la chiusura lasciano infatti il palco con le chitarre ancora urlanti, senza salutare il pubblico ne' degnarlo di uno sguardo.


I Only Said
When You Sleep
You Never Should
Cigarette in Your Bed
Only Shallow
Nothing Much to Lose
To Here Knows When
Soon
Feed Me With Your Kiss
You Made Me Realise



"I always believed that music should speak for itself, that people shouldn’t see us as heroes, that our fans shouldn’t concentrate on us, that they shouldn’t try to feed our egos. Once that your ego gets in the way, it is much more difficult to feel music."
Maynard James Keenan/Tool
nyrock.com

Al termine del concerto dei My Bloody Valentine, accolto con sollievo da alcuni e con mestizia da altri, comincia il conto alla rovescia prima dell'esibizione degli headliner del festival, secondo il vostro umile inviato la miglior band di musica heavy di tutti i tempi (sebbene la catalogazione "heavy" o qualsiasi altra etichetta sia del tutto fuorviante coi Tool).
Le fila si fanno, quindi, più serrate, molte persone allontanatosi durante i MBV ritornano alla carica e, se prima della precedente esibizione era la commozione il sentimento prevalente tra la folla, ora assistiamo ad un certo nervosismo, una smania per quello che verrà.
Urla del pubblico accolgono la preparazione del palco: prima su tutto la batteria di Danny Carey, erede e continuatore di quella grande tradizione di batteristi rock che hanno fatto la storia del genere; poi, il tendone raffigurante un dipinto di Alex Grey, ormai da quasi dieci anni co-ideatore e realizzatore della grafica della band; quindi, le pedaliere di Adam Jones, chitarrista, fondatore e mente dietro all’immaginario visivo della band; infine il bassista Justin Chancellor e la tastiera del vocalist Maynard James Keenan, personaggio che non passa mai inosservato né per le doti canore né per la condotta atipica e sopra le righe. In un angolo spunta una stella a sette punte e sento in me grandi speranze di poter ascoltare qualche pezzo da troppo tempo non suonato, magari contenuto in Lateralus, capitolo due della Grande Opera.
Siamo agli sgoccioli: video di prova vengono proiettati sui megaschermi, la scenografia è completa, i roadies controllano che sia tutto al loro posto, il palco è ora sgombro e l’ingresso dei quattro viene accolto sul palco da un fragoroso boato, subito contraccambiato dal riff di "Jambi" che, assieme alla scenografia e alla luciferina installazione video, trasporta subito il pubblico in clima concerto.
Dopodiché è la volta di "Stinkfist", dal bestseller Aenima, il disco che ha visto entrare in formazione Justin Chancellor e grazie al quale i Tool hanno tracciato un profondo solco tra loro e gli inseguitori, pezzo che non ha perso in più di dieci anni neanche una briciola del suo impatto, già impetuoso dalle note dell’intro e che aumenta sempre di più come diventano sempre più penetranti i graffi di Adam Jones, che ci accompagnano nella versione estesa della canzone, impreziosita da uno stop and go centrale in cui Danny Carey dimostra ancora una volta tutta la sua abilità.
Il concerto prosegue con due grandi classici della band: "46&2" con la sua progressione di batteria, accompagnata da uno dei video più belli della serata, e "Schism", primo singolo di Lateralus e presentato nella sua versione estesa.
Dall’ultimo disco viene estratta "Rosetta Stoned", deviata cavalcata sonora di oltre undici minuti, ormai diventata un classico dei concerti del gruppo. In questa occasione la performance viene impreziosita dalla proiezione del nuovo video, girato non a caso nei pressi dell’Area51, dato il tema più superficiale della canzone.
Al termine del pezzo Justin si solleva il cappuccio che fa parte della tuta bianca indossata da lui e da Adam a coprire la folta chioma e comincia a giocare con manopola del volume e del delay, presto seguito dagli altri, fino a confluire nell’intro strumentale di "Flood", sesto pezzo in scaletta e unico estratto da Undertow del 1993.
Le immagini sui megaschermi accompagnano magnificamente la canzone: turbinii acquatici fanno da sfondo a Maynard, imperioso nel cantare “soon the water will come to claim what is mine” , con Justin Chancellor e il suo riffing che rende ancora più vive le onde dietro di sé.
Un sospiro ripetuto da parte di Maynard, il riff della canzone accompagnato dopo poche battute da un basso e una batteria particolarmente tellurici e siamo già immersi nell’atmosfera di "Aenema", forse l'inno per eccellenza del gruppo, sempre accolto con entusiasmo durante i concerti con i partecipanti che si fanno trasportare con crescente intensità dall’incedere della catastrofe preannunciata nei versi e poi placata dall’apertura melodica prima della sua conclusione.
Un delicato arpeggio introduce il pezzo successivo, ovvero "Lateralus", dal disco omonimo del 2001; durante la sua lunghezza viene concentrata tutta l’arte e la maestria toolica, tanto che ci viene da pensare che sia questa la loro canzone più rappresentativa, il polo attorno alla quale ruotano tutte le loro altre composizioni. Durante la performance ha luogo l’ospitata di Frank Ferrer, momento ormai consolidato e chiamato simpaticamente drumsturbation da Maynard, in cui Danny Carey e il batterista dei GNR si scambiano vicendevolmente colpi di batteria, ricordando altri momenti con Tomas Haake durante il tour di Lateralus su Triad o Brann Dailor che inaugurò la versione estesa di Lateralus durante la seconda leg europea del tour di 10,000 days.
Dopo questo momento assolutamente da bocca aperta, è necessario un momento di stasi, che si concretizza in un intermezzo elettronico, uno di quegli stacchi sempre più presenti nei set live dei Tool e a cui è meglio rivolgere particolare attenzione se si vogliono trarre indicazioni sulle coordinate del prossimo album, la cui uscita potrebbe avere luogo prima dei canonici cinque anni di attesa. Osserviamo i due axemen giocare con gli effetti, Maynard sulla sua tastiera e Danny Carey in piedi rivolto verso i sintetizzatori, posti a lato della sua batteria. Immagini conosciute cominciano ad apparire sui megaschermi: ed quindi tempo l’ora di "Vicarious", pezzo scelto come primo singolo da 10,000 Days che nell’aprile del 2006 fece ritornare il nome dei Tool sulla vetta delle classifiche mondiali. Il brano è tiratissimo dall’inizio alla fine, Maynard lascia cantare i versi finali al pubblico che può rendersi così protagonista della degna chiusura del concerto.

Una performance eseguita come al solito in maniera impeccabile dal gruppo di Los Angeles e che ha avuto in "Stinkfist", "Aenema" e "Lateralus" i picchi della serata. Segnaliamo un Adam molto mobile sul palco, a dare indicazioni agli altri, dimostrando più che mai che quella è la sua band, un Justin mattatore ancor più del solito, un Danny Carey che nonostante l’età non perde un colpo e un Maynard, vestito prima in nero e poi in mutande, in palla e comunicativo (dopo il break su "Lateralus" si rivolge al guest drummer con un divertente frase che tento di ricordare a memoria: "get out of my stage now! and take away your fucking drum, we're not running a storage here!") e piccole e grandi modifiche all'impianto luci e video, importantissimi nella resa finale di un concerto dei Tool (che si compone di quattro megaschermi situati alle spalle dei componenti del gruppo a proiettare immagini ora prese dai loro video, ora inedite, più un sistema di luci e laser all’avanguardia che rendono il concerto un'esperienza visiva tridimensionale in grado di estendersi al di fuori del palco e fin sopra le teste dei partecipanti). Questi, come me e i miei compagni di esperienza, non possono che rivolgere spesso gli occhi al cielo attraversato da fasci di colore verde, in cerca di chissà cosa, magari seguendo le note che fluttuano via nello spazio.
Solita scaletta foriera di polemiche e disappunto sull’etere, ma la cosa non ha diminuito la soddisfazione da parte dei presenti (veramente variegata poi nella loro terra madre, con alcune tipologie di persone mai viste prima a un loro concerto): per i Tool, infatti, è importante non una mera successione di note, basso + chitarra + batteria + voce, ma il collante che riescono a dare al loro show, rendendolo un’esperienza che ti rapisce e ti distoglie da un normale stato di coscienza, sospeso nello spazio e nel tempo e che non dipende dalle canzoni suonate, ma, piuttosto, da una serie di circostanze: la propria sensibilità, la posizione, lo stato d'animo, la qualità e quantità di droghe assunte, la compagnia e gli sconosciuti attornio a sé.
I lati negativi della performance sono stati l'ordine della scaletta, dopo la canonizzazione con l'inizio con Stinkfist e il gran finale con Aenema, quasi come una formula magica del concerto dei Tool perfetto, e l'assenza di qualche chicca, soprattutto dopo che la stella a sette punte (rimasta lì appesa in un angolo durante lo show, quasi in disparte) e l'abbigliamento di Maynard avevano suggerito qualche lieta sorpresa.
Un altro sogno irrealizzato sarebbe stato avere Bilinda Butcher e Kevin Shields come ospiti durante una performance, avere un feedback crescente verso la spirale, ma forse sarebbe stato troppo, non avrei retto l'emozione.

Jambi
Stinkfist
46&2
Schism
Rosetta Stoned
Flood
Aenema
Lateralus
Vicarious

Dopo il lungo applauso finale, le luci si spengono, si comincia rapidamente a smontare il set e quindi si decide di dirigerci verso l'uscita, verso quelle luci accese dei grattacieli di Manhattan che ci stanno chiamando.
foto e live report di Alessandro Magioncalda


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Legenda:

 

Oro: Disco Chiave, Imprescindibile

Mercurio: Potenziale Capolavoro

Rame: Ottimo Esordio

Antimonio: Grande/Inatteso Ritorno

Zolfo: Interessante / Buono

Stagno: Intorno alla Sufficienza

Piombo: Aurea Mediocritas

Ferro: Crosta, Insufficiente

 

 

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