A bbiamo già parlato sulle pagine del Panopticon di come in Italia non solo l’idea stessa di musica, ma anche gli stessi spazi atti ad ospitare momenti musicali fossero in difficoltà o per lo meno in avaria. Anche solo per una volta, possiamo dire grazie a degli organizzatori italiani: grazie!Perché portare in Italia (insieme!) dei mostri sacri come i Kraftwerk e Aphex Twin è un gesto apprezzato e supportato, oltre ad essere una mossa di intelligenza anche manageriale, visti i ritorni in termini di presenze. Italia Love Wave Festival a Livorno, quindi, e in particolar modo la giornata delle superstar della scena elettronica di ieri e di oggi, 18 luglio 2009, col vento a rinfrescare un’aria da tempo non respirata in un festival estivo serio, anche se i difetti organizzativi, quali bevande e cibi in vendita a costi non proprio popolari e di discutibile qualità, non possono passare inosservati. Si arriva presto, aprono gli Offlaga Disco Pax, il trio emiliano new wave dedito che mescola un’elettronica tanto semplice quanto politicizzata dai testi del lettore (più che cantante) Max: via con pezzi dal nuovo album Bachelite e dal debutto Socialismo Tascabile, dove canzoni come “Cinnamon” o “Ventrale”, accompagnate da un trio d’archi per l’occasione, danno vita a un concerto breve ma apprezzato, e non solo da chi recitava tutti i testi a memoria. Sempre un piacevole spettacolo, il loro.
Passa il tempo, e sono le dieci, e c’è tanta gente, più di diecimila, a colpo d'occhio. Da un sipario chiuso giungono i primi segnali: loro sono qui, dietro a quel velo, pronti a stupire. È l’ora dei Kraftwerk, e “The Man Machine” aizza le folle, trasportando immediatamente tutta la platea nello spettacolo di suoni e luci che da sempre caratterizza le esibizioni live dei tedeschi: in fila, rigorosamente fermi e allineati, Ralf Hütter in testa, poi a seguire. Le canzoni si inseguono, con “Planet of Visions”, “Tour de France”, “The Model”, con picchi emozionanti durante canzoni come “Radioactivity”, solita bomba live, con il pubblico in delirio a ballare e a sentirsi orgoglioso di essere presente; e ancora “Autobahn”, “Trans Europe Express”, fino a “The Robots”, dove i quattro vengono sostituiti da veri e propri automi, che dominano la scena mentre la folla mostra parecchio apprezzamento (per una volta non coincidente con cori da bar verso il genere femminile). Nella solita tenuta in tuta sintetica completamente nera, davanti alla scenografia che qui non fa da contorno, ma è parte integrante dello show, i quattro tedeschi se ne stanno fermi e quasi immobili di fronte ai rispettivi laptop. Sembrano i cavalieri dell’Apocalisse, venuti a punire il mondo della musica con una lezione di stile e di eleganza senza eguali. Sebbene sul palco siano quasi indistinguibili, tra i quattro non c'è Florian Schneider, fondatore della band assieme a Hutter, che ha lasciato il posto al video operatore Stefan Pfaffe dopo 38 anni di militanza. Una vita.
I pezzi passano e il tempo pure, ma sembra che lo spettacolo goda di un suo fluire autonomo, quasi per conto suo, e che anche il pubblico ne faccia parte: non ci si stanca mai, il sorriso perdura e la sorpresa è sempre dietro l’angolo. Anche le famose tute nere si accendono, per diventare una rete verde che li rendono dei perfetti attori di un mondo immaginario (fino ad un certo punto) che li ha visti creare, insieme alla voce robotica, il mito dell’uomo-macchina. Poi chiudono, lasciando il palco uno dopo l’altro, mentre la musica continua a fluire, “Music non Stop”!!! Un’esperienza da provare, per dire di esserci stati, per capire veramente chi l’elettronica tutta l’ha tirata fuori dal cappello, l’ha plasmata su coordinate oggi anche fin troppo impoverite, e che, anzi, risultano ancora più ridicole al confronto con i fasti degli albori. Ritmo, velocità, cadenza, suoni, idee: i Kraftwerk rappresentano qualcosa come delle divinità per tutta la musica elettronica. Prima o poi lo si deve capire. Discorso diverso per Aphex Twin, che, a voler dividere la serata a livello cronologico, si presentava come la lezione imparata e messa via, come la massima espressione contemporanea di quello che i Kraftwerk hanno cominciato, anche se partendo da visioni del mondo diverse e da apparecchiature e quindi mezzi molto distanti. È un dj-set live, quindi il nostro Richard si presenta circondato da un numero imbarazzante di casse e da tutte le macchine di cui ha bisogno per creare i suoi ambienti sonori. La partenza, diciamolo, è abbastanza stanca e assonnata, ma probabilmente è qualcosa di fisiologico in un set come quello di questa sera. Siamo di fronte a quello che probabilmente è il più grande musicista di musica elettronica contemporanea che allo stesso tempo è famoso per mettere in piedi esibizioni estremamente altalenanti. I sample presi dai suoi primi dischi (Selected Ambient Work 85-92) si alternano in fasi lente e meditative con accelarazioni improvvise. Prosegue per una ventina di minuti su livelli anche abbastanza semplici e poi arriva il momento di rottura: tutto aumenta, dalla velocitá al dinamismo, dalla violenza alla schizofrenia che tanto ci fa apprezzare l'ormai-nemmeno-tanto ragazzo irlandese. È una grande bolgia, molto violenta, coperta da una pioggia di luci (ottimi gli effetti luminosi) e da video che sono oscillati fra il banale e il disturbante, con proiezioni di macellazione di animali fino ad autopsie, a partire da semplici effetti visivi. Il tutto a ricadere sulla massa danzante, finalmente appagata nei suoi bisogni neurali piú malsani. La follia prende il largo per due ore.
La mattina dopo, sulla spiaggia, a chiudere una serata che con un gruppo italiano era iniziata, ci sono gli Uochi Toki, che col loro Libro Audio hanno probabilmente sfoderato il disco italiano più interessante dell’anno: “Il Ladro”, “Il Necromante” e altre canzoni intrattengono un pubblico variegatamente composito e interessato, con un finale lasciato al free-style e all'accompagnamento di strumentazioni targate Nintendo. Festival non epico, nelle dimensioni, ma diremmo, superdotato, che mostra al pubblico italiano una faccia positiva delle organizzazioni di live sul suolo italico, con dei nomi stranieri di prima categoria accompagnati da realtà italiane ovviamente più piccole, ma comunque sempre interessanti e mai banali. La vittoria dell’elettronica in tutti i campi (e poco importa che il concerto si sia svolto sul campo del Livorno, quello calcistico): dalla musica elettronica degli albori, con i padri del krautrock, passando per il musicista per il quale coniarono il termine IDM, fino al rap italiano d’oggi, una lezione di grande musica.
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