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ISIS @ Spazio 211, Torino (13/07/09) Stampa
Scritto da J.M. / C.M.   

Sono passate poche settimane dalla pubblicazione di Wavering Radiant quando la band di Aaron Turner annuncia l’intenzione di fare ritorno sui palcoscenici d’Europa per presentare l’album. La loro ultima fatica, che esce a due anni e mezzo di distanza da In the Absence of Truth, mantiene salda la loro posizione nel panorama metal mondiale.

Gli Isis, quindi, il 13 Luglio si trovavano sul palco dello Spazio 211 di Torino. Chi era tra i presenti converrà con noi nel sorvolare i set dei gruppi spalla (esibizioni che si dimenticano facilmente) per passare subito al concerto dei nostri. Il concerto che proprio come Wavering Radiant si apre con la maestosa “Hall of the Dead”, riuscendo nel mandare subito in escandescenza il pubblico. Per nostra fortuna, chi si aspetta pose da rockstar maledette e vissute, discorsi e prediche, trucchi visivi, rimarrà deluso. Molto deluso. Sul palco non c’è alcun trucco. Forse un’aggiunta visiva alla loro musica potrebbe giovare, con un qualsiasi tipo di scenografia, e ormai avrebbero i mezzi per farlo, ma niente, solo loro e il muro di suono che cementano. Nonostante questo, il concerto degli ISIS è un'esperienza fisica e mentale come pochi ai nostri giorni. Ci sono solamente cinque ragazzi silenziosi, giovani, concentrati e rapiti dal fluire che producono le vibrazioni dei loro strumenti; galleggiano in una musica che sa di mare agitato, pericoloso, e anche noi siamo in balia delle sue onde che ci vogliono sovrastare, affogando brano dopo brano. Ma nonostante la sua furia, questo è un mare di acqua così dolce che ci siamo sentiti sedotti. Le loro progressioni, i rallentamenti, il procedere a volte per contrari (rumore e silenzio e viceversa) sono a loro modo poetici, addirittura commoventi. Ma non era un concerto metal?

In rigoroso silenzio (solo un "buonasera" dopo almeno venti minuti di musica) i giovani di Boston, che ormai sono diventati dei maestri, riversano una ad una le loro onde sonore con estrema violenza, e noi siamo li, subordinati al loro cospetto. Turner è invasato, e tutta la band lo segue senza perdere un colpo. Per chi li ha già visti live è difficile non cogliere i loro miglioramenti tecnici. Un nome su tutti, Aaron Harris, che vorrei annoverare tra i migliori batteristi della scena di questi ultimi anni. E’ stato un piacere provare a rimanere a galla tra i ritmi quasi tribali di “Dulcinea”, i suoni acquatici di “Ghost Keys”, le progressioni di “In Fiction” e “Carry” e le bordate di “Hand of the Host”. Nonostante i difetti dell’acustica dalle prime file, in cui la voce di Turner e gli altri strumenti venivano sovrastati dalla chitarra di Gallagher troppo alta, è bastato spostarsi nelle retrovie per godere appieno del suono nella suo complesso. Si, è proprio bello essere graffiati dalle urla primitive di Turner e allo stesso tempo sentirci accarezzati dal tocco romantico di Jeff Caxide, che ammorbidisce i toni. Ancor più indispensabile in veste live, per quanto riguarda il tappeto sonoro della band, è il tastierista/chitarrista Bryant Clifford Meyer, che dona quella sensazione onirica alle canzoni, dilatando le atmosfere; non è da meno Mike Gallagher, intelligente ed elegante negli intrecci di chitarra con Turner che dal vivo vengono alla luce in maniera più evidente rispetto al cd. Tutto è visibile. Aaron Turner, da sempre perfetto nelle parti urlate, è ormai completamente a proprio agio anche nella parti pulite, capacità ormai indispensabile per la buona riuscita dei nuovi brani, essendo il concerto incentrato interamente sui pezzi di Wavering Radiant. L’ultimo disco infatti sviluppa in maniera magistrale il discorso cominciato con In the Absence of Truth, l’album in cui Turner iniziava a sperimentare maggiormente il contrasto tra la voce pulita e urlata. Le nuove canzoni suonano così bene che sembrano rodate da parecchi anni. Sembra che le conoscano da sempre, mentre invece sono brani che avranno poco più di qualche mese di vita. Nessuna sbavatura o imprecisione. “Threshold of Transformation” è il capolavoro di Wavering Radiant, forse tra i brani più rappresentativi, maestosa in veste live. Potente, violenta, lenta, con un finale carico di pathos nel quale i protagonisti assoluti sono un assolo di chitarra e quel basso in primo piano che culla gli ascoltatori. Ogni pezzo suonato quella sera porta con sè le caratteristiche peculiari della musica degli ISIS: i crescendo, i cambi di ritmo, le esplosioni, le cavalcate (no, non pensate ai Manowar...) e la passione di cui è carica ogni singola nota.

Arrivato il momento degli applausi la voglia di ascoltare ancora qualche brano è forte, soprattutto dopo una versione magica di “The Beginning and the End” in chiusura, uno dei simboli della band, ma crediamo sia impossibile e irrispettoso aspettarsi ancora qualcosa dopo un concerto di questo tipo. In quell’ora e trenta circa di musica hanno dato tutto, sputando la propria anima sul palco.

Dopo lo show grandioso propostoci dai ragazzi di Boston, non ci rimaneva altro da fare se non temporeggiare con una birra in mano mentre ci attardavamo con discorsi riguardanti il come i nostri siano gli unici a tenere in vita, proponendo sempre nuove soluzioni ed idee, un genere se non morto, cristallizzato da parecchio tempo. Ma voltandoci verso il palco abbiamo notato come l’umiltà di questi ragazzi sia lodevole: nonostante i roadies, ogni membro della band stava smontando i pezzi della relativa strumentazione. Ci avviciniamo con fare curioso e chiediamo ad Aaron Turner la possibilità di scambiare due parole al volo. La risposta è un semplicissimo “Give me five minutes”... e infatti, cinque minuti dopo...

 


 

P: Ciao Aaron, possiamo farti due domande veloci? Scriviamo per una rivista online che si chiama Il Panopticon.

AT: (Sorride) ... Si, lo so... non c’è problema.


P: C'è un concept dietro a tutti i vostri album, ce n'è uno anche in Wavering Radiant?
AT: Sì, c'è, ma ho scelto di non parlarne.

P: Come mai questa scelta? C’è un motivo preciso, ad esempio lasciare spazio alle interpretazioni del singolo ascoltatore?
AT: Proprio così, questa è la motivazione: lasciare libero sfogo ad ognuno con la possibilità di essere ispirati dalla nostra musica, senza condizionare nessuno.

P: Una cosa che fanno da sempre anche i vostri amici Tool...
AT: Sì, anche Maynard e gli altri hanno una concezione simile alla nostra da questo punto di vista. E siamo contenti di aver avuto spesso l'opportunità di essere in tour o comunque a contatto con loro, che sono un riferimento per così tante altre band.

P: Album come Oceanic o Panopticon sembravano essere molto personali. In Wavering Radiant sembra che ci sia una profonda spiritualità/misticismo dietro.
AT: E’ esattamente come dici tu, ma sicuramente questo disco è molto più personale e c'è dentro più la mia personalità che rispetto a Panopticon, nonostante la spiritualità e i concetti possano sembrare astratti.

P: Vi sentite parte di una scena (che sta collassando per ispirazione e originalità...?), e se sì, dove vi sta portando?
AT: No, come musicisti, noi andiamo avanti per la nostra strada, indipendentemente dal resto della scena, anche se ovviamente il nostro suono viene da un preciso background. E' vero tuttavia che ormai di cloni ce ne sono fin troppi anche dalle nostre parti, ma penso sia normale.

P: Un’ultima cosa,verrete di nuovo in italia?
AT: Sicuramente sì, ad ottobre o novembre e avremo tre date, molto probabilmente nelle città di Milano, Firenze e Roma. Spero che ci rivedremo allora. Ci piace essere in tour in Europa.

 

L’impressione che ci ha fatto Aaron Turner è di una persona di grande disponibilità e umiltà, nonostante ormai sia a capo di un'entità musicale di riferimento come sono gli ISIS. Inoltre ci ha dato una notizia in anteprima molto interessante, quella dei concerti italiani, che ci dà modo di tranquillizzare tutti coloro che per la distanza e per problemi logistici non hanno potuto arrivare fino a Torino per vedere una delle band più rappresentative di un decennio di musica pesante, visto che sembra che presto faranno delle nuove tappe disseminate lungo tutto lo stivale.

 

Foto di Silvia Giussani



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