E'
l'evento heavy dell'anno, ed è successo a Milano e Roma il 22 e 24 giugno.
Mastodon,
Lamb of God e
Metallica sullo stesso palco uno dopo l'altro, di fronte a palazzetti pieni di giovani e meno giovani pronti ad una scorpacciata di metallo in piena regola: il vero
gods of metal è andato in scena al Datch Forum e al Palalottomatica. Diverse generazioni unite dalla stessa passione, per un pubblico maggiormente sopraggiunto per i non ancora domi dinosauri Metallica, che fosse la prima o la settima volta davanti a loro. Death Magnetic si è rivelato un album dignitoso, distante sia dai primi capolavori, sia dall'ultimo vero grande disco dei quattro di San Francisco, vale a dire quel Black Album ormai maggiorenne. C'è quindi anche la curiosità di osservare e sentire che forma prendono le nuove canzoni, oltre all'inevitabile voglia di ritrovarsi una volta di più a cantare e scuotersi sulle note dei tanti cavalli di battaglia.
Ci sono però anche i Mastodon, che sono i primi a salire sul palco, quando il sole non è ancora tramontato e buona parte del pubblico deve ancora arrivare. Giunti al quarto disco e sempre accompagnati da una scìa di ottime recensioni, i quattro di Atlanta si ritrovano ancora una volta in Europa per un tour da supporter di nomi più famosi ed ingombranti: negli ultimi anni è già capitato prima con le presenze da gregari al Gods of Metal di Milano, e poi come spalla di Iron Maiden,
Slayer e
Tool. Di tutto un po', pur di esserci. Risulta però frustrante per chi crede ciecamente in loro doverseli sempre ascoltare in condizioni non ottimali, quindi senza scenografia e a volumi mai veramente ben settati dai fonici altrui. E' tuttavia altrettanto probabile che la dimensione live dei Mastodon sia inferiore a quella entusiasmante in studio: i loro album sono ormai dei capisaldi della specie, con particolare riferimento agli inarrestabili Leviathan e Blood Mountain, e forse con eccezione del recente
Crack the Skye che con le sue virate progressive ha un po' diviso gli appassionati. La loro scaletta alterna momenti dall'ultima fatica ("Oblivion" e la
titletrack) a classici della band come "Blood and Thunder" e "March of the Fire Ants", lasciando una sensazione di voluta aggressività, e di rinuncia ai momenti più psichedelici e circolari dei loro ultimi due lavori. Se è legittimo aspettarli per la prova del fuoco, quella del tour da headliner, lo è altrettanto ritenerli per ora non eccezionali dal vivo.
Poco da dire sulla prova dei Lamb of God invece: fanno il loro mestiere con leggerezza e sicurezza nei propri mezzi, probabilmente soffrendo meno l'impatto con un grande pubblico rispetto ai Mastodon. Presentano maggiormente le canzoni dell'ultimo lavoro Wrath, in verità alterno e poco coinvolgente rispetto ai momenti in cui ricordano alla folla che loro sono anche quelli di Ashes of the Wake e Sacrament. Il loro show è tuttavia godibile e divertente, seppur un po' sovraccarico di pose heavy metal piuttosto scontate.

Il marchio Metallica è quasi una sicurezza in fatto di concerti e si può dire che per certi versi, anche in questa occasione le premesse siano state rispettate. E dico per certi versi, per motivi che in seguito andremo ad analizzare un po' più nello specifico. In primis però mi duole evidenziare come i quattro di San Francisco abbiano tutt'ora un movimento alle proprie spalle, che non sembra minimamente essere intaccato dal tempo e dalle ultime produzioni, che in tutta franchezzasi assestano da anni su una media qualitativa medio-bassa. E il pubblico in discussione risulta essere molto eterogeneo, dal vecchio fan oramai privo dei folti capelli un tempo portati con tanto orgoglio, ad una nuova generazione di adolescenti arrabbiati e convinti di non essere parte di un altro tipo di massa. Spettatori senz'altro caldi e carichi, pronti a dare tutto se stessi per una band che ogni qualvolta si propone in una sede live, è capace di dare un bello scossone alle fondamenta della terra dove poggiano i loro piedi e strumenti. Ed è in effetti ciò che è accaduta al Palalottomatica di Roma, sold out e gremito fino all'impossibile, per il ritorno in Italia di questo gruppo culto nato nei non troppo lontani anni ottanta, e fautore di alcuni album imprescindibili per lo sviluppo della musica metal. Tornati anche per promuovere il loro ultimo album Death Magnetic, produzione non certo ispiratissima ma indubbiamente superiore a quella precedente, quel St. Anger che tutt'oggi rappresenta probabilmente il momento più basso dei
Four Horsemen.C'è da dire che in Death Magnetic è possibile rilevare la voglia e l'attitudine verso un ritorno ai lavori migliori, certo non con lo stesso impatto e la stessa forza, dati anche gli anni trascorsi e i nuovi lidi musicali raggiunti. Ci troviamo così davanti a sessioni strumentali più lunghe e meno parti e ritornelli da arena, cosa che si noterà alquanto poi nella dovuta sede di cui andremo subito a parlare. La prima cosa che salta all'occhio, è innegabile, è il palco: appena entrati nel palazzetto si rimane ad osservare il grande costrutto che occupa centralmente il parterre, lasciando così la possibilità di riempire completamente lo spazio residuo, e donando a tutto lo show una dimensione molto più maestosa. La seconda cosa da notare immediatamente è senza dubbio l'amplificazione di cui è dotato il tutto: si parla di una ventina se non più di casse spia a terra, da sommare a quelle in colonna poste sopra il palco assieme alle luci, con quattro se non cinque microfoni posti sui vari lati del palco e affiancati da pedaliere necessarie ad Hammet per i suoi soli. In mezzo al palco inoltre, una piattaforma circolare e rialzata ospita la Tama del fedele ma per nulla eccelso ( arriveremo a questo punto molto dolente ) Lars Ulrich. Ai lati destro e sinistro di questa, due lunghe file parallele di simil-casse, distanziate un po' tra loro, le quali scopriremo più tardi con sorpresa e gioia il vero scopo e utilizzo. L'intro del gruppo è riconoscibile, suggestivo e fatecelo dire, piuttosto tamarro, con in sottofondo e nel buio più assoluto la grande musica del maestro Morricone ad accompagnare Hetfield, Ulrich, Hammet e Trujillo. Si apre con la prima canzone del nuovo album "That Was Just Your Life" con laser di vari colori che

vengono sparati sul palco e sul perimetro della scena, tra il fomento generale e qualche istantanea considerazione da fare: l'acustica risulta essere subito penosa, con i volumi sin troppo alti e dei bassi preponderanti che traforano la testa e non ti lasciano più. Considerazione a parte, molto triste il fatto che nella capitale non si abbia una struttura decentemente attrezzata per concerti di questo tipo che vengono invece bisfrattati in questi luoghi per nulla adatti. Comunque il concerto parte e l'impressione personale è che non decolli da subito, anzi faccia fatica soprattutto a causa delle canzoni del nuovo album e di alcune imprecisioni legate esclusivamente alla parte ritmica. Seguono comunque altre canzoni, iniziando così a snocciolare i classici e le produzioni precedenti. "Creeping Death" e "One" eccitano gli spettatori paganti, e in quest'ultima assieme alla parte più violenta e strumentale, si liberano dalle due file di amplificatori, getti di fiamme che non fanno altro che galvanizzare e arricchire la scena, costruendo così le basi per l'ascesa dello spettacolo. Purtroppo però anche questo classico non è esente da difetti, anzi: Lars Ulrich che come già detto sarà attore di una prova non certo memorabile, difetta particolarmente nella seconda parte della canzone, costringendo gli altri membri a rincorrerlo e facendo divenire la canzone una corsa di formula uno. Le abilità del batterista del gruppo si sa, non sono delle migliori, ma per quanto fondamentale probabilmente in passato nella costruzione del gruppo, è difficile giustificare certi errori sia a livello sonoro che puramente esecutivo. Superando comunque altre nuove proposte intervallate da ottime esecuzioni classiche ("Sad but True" di ottimo livello e con un pubblico caldissimo e pronto a sgolarsi per i signori sul palco) si arriva a quella che credo sia stata la miglior parte del concerto, aperta da una magnifica, trascinante e seguitissima Master of Puppets. Inutile dire che la struttura sembra pronta a crollare al primo giro di chitarra, tremando per la forza della canzone stessa ma soprattutto per coloro che vi sono all'interno, assolutamente catturati dalla forza del gruppo che comunque muovendosi senza tregua sul palco, e con grande esperienza e carisma (Hetfield su tutti), a dispetto di alcuni momenti più di stanca riesce a liberare l'energia di tutti i presenti. E sono proprio i componenti della band che da questo punto sembrano più concentrati, più catturati dalla situazione e assolutamente consci della bella serata che stavano producendo e vivendo. Arriva così una chicca inaspettata: i ragazzoni tirano fuori dal cilindro "Dyers Eve" del cd ...And Justice For All. La cosa sorprende e carica ancora di più chi è presente, scalda ancora di più l'ambiente e sottoscrive la crescente prestazione ottenuta. C'è del tempo per un piccolo solo di Hammett ed ecco la ballata più famosa del gruppo, "Nothing Else Matters". Hetfield si lascia trasportare e lascia la maggior parte delle volte il pubblico a cantare da solo la canzone, tanta è la partecipazione. La canzone è splendida e la riproposizione live non soffre di alcuni accorgimenti e dell'acustica generale della struttura, che mi preme ricordare essere davvero scarsa. Si è entrati ormai nella parte finale, esplosione definitiva della forza del gruppo, che ripropone "Enter Sandman" con assoluta convinzione, tributa i Queen con "Stone Cold Crazy" (non venuta benissimo, ma davvero potente) e va in chiusura con "Phantom Lord" da "Kill 'Em All". La band esce e rientra così per un'ultima canzone

per la quale Hetfield richiede lo sforzo di massima energia da parte del pubblico. E non verrà deluso perchè al solo suo annunciare "Seek & Destroy" gli spettatori sono di nuovo pronti a supportare i propri beniamini che in risposta danno un ultimo tocco di stile e tamarragine, facendo uscire da una delle entrate al parterre dei palloni neri di varie dimensioni, con sopra il nome della band e un osso sul lato opposto. Forse un po' kitch, un po' adolescenziale, ma lo spettacolo è stato nella sua totalità un ottimo evento e anche quella parte si rivelò di grande forza. Terminata la canzone i quattro sembrano stremati ma assolutamente contenti per la riuscita della serata; rimangono sullo stage per un buon quarto d'ora, prendendosi i continui applausi, ringraziando e omaggiando il pubblico per la loro partecipazione, e continuando a fomentarlo con alcune scenette molto simpatiche (Ulrich e Trujillo che raccolgono una bandiera italiana lanciata sul palco e la aprono davanti a tutti, nel tripudio un po' folle dei presenti). Tirando le conclusioni si è trattato di un ottimo concerto, purtroppo intaccato da una struttura ospitante non adeguata con un'acustica assolutamente pessima. La prestazione data dai ragazzi è stata di buon livello nella prima parte, ottima nella seconda, con forse un po' troppe sbavature, come già detto, per quanto riguarda la batteria, inficiata da suoni a volte troppo preponderanti ("Nothing Else Matters" rotta dalla grancassa e dal rullante) o a volte da grossolani errori eseguiti dal proprio possessore. Ci si lascia tutti con la gioia di aver visto un bel concerto, le parole di Hetfield che sembrano promettere un arrivederci più vicino, e la speranza di una prossima produzione di maggior livello rispetto a quelli attualmente toccati.
foto e live report di Valerio Cicchinelli.