E' questa la domanda con cui Antony Hegarty inizia la propria esibizione davanti ad un pubblico tanto caloroso, quanto garbato e rispettoso del proprio idolo. In realtà non è difficile capire in cosa consista il grande potere di questo artista newyorkese di culto: bastano infatti pochi secondi per rendersi conto che la sua incredibile voce “da nero” non è il risultato di qualche abile manipolazione del suono eseguita in studio di registrazione, ma è realmente quello straordinario impasto di dolcezza e profondità che, nel giro pochi anni, ha saputo conquistare il cuore degli appassionati di musica di tutto il mondo.
La sola certezza è che quando Antony canta ti viene la pelle d'oca. Ed è una sensazione unica.
Il pubblico, accorso numeroso al Teatro Politeama di Prato, senza dubbio una location ideale per poter godere appieno di uno spettacolo di questo tipo, aspetta impaziente che il Nostro si sistemi dietro al pianoforte e che i suoi Johnsons prendano posto ai rispettivi strumenti: chitarre, batteria, sezione d'archi, clarinetto.
Prima di tutto questo, tuttavia, c'è tempo per una performance introduttiva assolutamente spiazzante e degna del personaggio. Sul palco, infatti, si materializza una ballerina moderna che dà vita ad una sorta di metamorfosi: da creatura non meglio identificata ad uccello pronto a spiccare il volo. Fino al tragico epilogo. Niente altro che un ulteriore omaggio al danzatore e coreografo giapponese Kazuo Ohno, già raffigurato sulla copertina dell'ultima fatica di Antony, The Crying Light, disco uscito all'inizio di questo 2009 e, al pari degli illustri predecessori, accolto assai positivamente da pubblico e critica. Dopo dieci minuti di balletto, finalmente ecco il turno del Nostro.
Si abbassano le luci, Antony, fasciato da una lunga tunica nera, sale sul palco senza farsi notare e, ancora avvolto nella più totale oscurità, inizia a cantare “Where's My Power?”, prontamente assecondato dai fidati Johnsons, che si riveleranno assolutamente impeccabili per l'intera durata dell'esibizione.
Subito dopo, ecco il turno di “Her Eyes Are Underneath The Ground” e “Epilepsy Is Dancing”, senza dubbio tra gli episodi migliori dell'ultimo lavoro, di cui nell'occasione viene offerta un'interpretazione delicata e più che mai convincente.

A seguire, tutta una serie di esecuzioni magistrali, con una scaletta in cui i brani nuovi vengono sapientemente alternati ai successi del passato, tra cui è impossibile non citare almeno “Fistful Of Love” e “For Today I'Am boy” da I'm A Bird Now (2005) e “Twilight”, pezzo tratto dall'omonimo disco di esordio (2000).
Brani che hanno nella semplicità e nella carica emotiva il proprio punto di forza, sopra i quali i Johnsons si dimostrano una volta di più capaci di costruire arrangiamenti raffinati e complessi, ma, allo stesso tempo, rispettosi e mai invasivi.
Incredibilmente, uno dei momenti migliori dello spettacolo risulta tuttavia essere quello più leggero e divertente: una lunghissima versione di “Shake That Devil”, pezzo tratto dall'ep Another World (2008), mostra un Antony ammiccante su di una base tipicamente blues, con il pubblico che, guidato da un sax scatenato, non può esimersi dal battere le mani a tempo.
Sorprendente anche la cover di Bob Dylan “I Was Young When I Left Home”, brano inserito nella compilaton benefica Dark Was The Night (2009), con il Nostro che dimostra di essere a proprio agio anche con la musica country.
Dopo poco più di un'ora e mezzo di spettacolo, Antony saluta e se ne va, salvo tornare dopo pochi minuti sul palco, chiamato a gran voce da un pubblico entusiasta.
Segue, quindi, una lunga serie di battute e scherzi tra l'artista, assai disinvolto e a proprio agio, e la platea, con l'esibizione che si conclude in bellezza con una toccante versione di “Hope There's Someone”.
Unico rammarico, per chi scrive, la (discutibile) decisione di Antony di non proporre in questo show “Cripple And The Starfish”, brano-simbolo che sicuramente ha contribuito non poco alle sue fortune.
Ma, a conti fatti, va comunque bene così.