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he cosa sarebbe il mese di febbraio senza il Festival di Sanremo? Sì, lo so che la risposta di tutti voi sarebbe
“Un febbraio migliore!”, ma fingiamo di essere dei romantici tradizionalisti ad oltranza solo per un momento: un febbraio senza il Festival della Canzone Italiana non sarebbe un febbraio italiano. Poco male siamo d’accordo, ma è ora di metterci in testa che Sanremo è ancora un business troppo importante, quindi siamo destinati a sorbircelo finchè non decideremo di trasferirci in un’isola caraibica a vendere cocco fresco in riva al mare. Ecco perché, per il secondo anno di fila, abbiamo intenzione di dire la nostra sul festival più amato/odiato dagli italiani: Sanremo non rappresenta solamente la fotografia della famiglia italiana media, è anche un ottimo antistress dopo una giornata di duro lavoro (in che altro modo potreste sfogare tutta la vostra acidità repressa?)
Partiamo dal principio: inizialmente il Festival non sembrava promettere così male. A prescindere dalla solita immancabile pomposità, quest’anno gli organizzatori della rassegna sembrano aver capito come i tempi si stanno evolvendo e quanto sia meglio cercare di puntare sui giovani. Finalmente di Al Bano non si vede nemmeno l’ombra, e questo bastava per guardare a cuor leggero anche solo una serata della lunga kermesse senza il rischio di rivedere la classica sceneggiata. Fuori anche la solita Iva Zanicchi, memore dalla figura poco signorile dello scorso anno, così come la maschera sempreverde di Little Tony che ha preferito darsi alle pubblicità per la lotta contro il colesterolo. Gli unici irriducibili rimasti, Toto Cutugno e Nino D’Angelo, verranno semplicemente eliminati senza pietà già alla prima serata. Tutti gli altri partecipanti in gara sono giovani o
giovanili. In fondo l’anno scorso lamentavamo un festival con grandi necessità di togliersi una patina di vecchia polvere di dosso, il Festival di Sanremo del 2010 sembra rappresentare un buon punto di partenza.
A partire dalla conduzione di una maldestrissima e molto spesso goffa Antonella Clerici, il Festival si rivela come un evento quasi totalmente al femminile. Sono signore anche la maggior parte delle ospiti d’onore presenti in ciascuna serata, alle quali vengono rivolte domande sciocche da settimanale femminile mentre viene messa in scena una serie di grotteschi siparietti, vedi la trasformazione in Avatar al cospetto dell’attrice Michelle Rodriguez. Sempre meglio questo piuttosto che il tocco di classe che riescono a dare un’ospitata di Maurizio Costanzo o dei Tokio Hotel (per fortuna trasmessi a tarda ora). Intanto l’esibizione della prosperosa Jennifer Lopez in un medley dei suoi successi provoca, incredibile ma vero, il picco di share dell’intera rassegna, mentre lo spogliarello con bagno finale nella coppa di champagne di Dita Von Teese infiamma gli animi e i pettegolezzi. Siete ancora sicuri che Sanremo non rappresenti la fotografia dell’italiano medio?
Ok, ammetto che finora ho ampiamente tergiversato pur di non arrivare a parlare di quella che è stata la gara vera e propria di quest’anno. Potremmo stupirci e tirarci fuori con sdegno anche questa volta, ma tocca ammettere che oggi nella televisione italiana esiste un meccanismo che rappresenta il pubblico italiano. Il televoto non finisce mai di imbarazzare e farci vergognare, non solo dobbiamo sopportare un festival di plastica e apparenza, ma dobbiamo ascoltare il verdetto finale, ciò che apprezza veramente il
pubblico sovrano. E il televoto conferma: la televisione italiana vive di polemiche e reality, la musica passa in secondo piano. Emblematico è il caso di Morgan che, a poche settimane dallo start ufficiale, ha permesso con le sue dichiarazioni, di fatto, di accendere in anticipo i riflettori sull’Ariston. Per non parlare della fantomatica canzone patriottica del Principe di Savoia che ha riscontrato un apparente successo tra il pubblico votante non certo per il suo testo profondo o per la simpatia dei personaggi coinvolti, ma solo per la gran quantità di polemiche che ne hanno permesso l’ampia visibilità e l’imbarazzante lancio degli spartiti orchestrali. E per il secondo anno di fila vincono ancora i reality, vincono i volti noti da un pubblico che probabilmente ha la possibilità di perder ancora tempo in sms. Vincono dunque i meccanismi manipolabili del televoto, comprendenti sia grandissimi interessi in gioco (ricordiamo che gli incassi dei televoti – generati da migliaia e migliaia di telefonate e messaggi al costo di un euro - vengono spartiti tra compagnie telefoniche, rete tv, produttori e agenzie di elaborazione voti), sia subdole mosse che rendono sempre di più la nostra televisione non più come un diversivo per intrattenere un pubblico annoiato, ma un vero strumento di controllo su chi la guarda. Più che fotografia del pubblico italiano medio questo sembrerebbe un angosciante paesaggio orwelliano. E a noi pare che a drogarsi non sia solamente Morgan, lo è anche questo tubo catodico che ci ostiniamo ancora a guardare.