Racconto di una fine d’anno in jazz
O
rvieto ci accoglie a metà mattina con un filo di vento, un cielo azzurro decorato da belle nuvole bianche e una temperatura gradevole. E’ il 31 dicembre, e quest’anno abbiamo deciso di trattarci bene: si saluta il 2009 con una giornata di concerti alla 17esima edizione di Umbria Jazz Winter, versione invernale, e per certi versi dal sapore più intimo, dell’importante rassegna estiva che si svolge ogni anno a Perugia.

Passeggiando per il centro, guardandosi attorno, si rimane sorpresi della poca gente per le strade, ricordando quale fosse la vitalità della città in occasione delle passate edizioni: che la crisi abbia colpito anche qui? Per quanto ridotta, la popolazione che si incontra è, come sempre, eterogenea: si va dalla coppia
stagionata e dall’aria un po’ snob alla famiglia con figli, ai turisti stranieri capitati forse per caso durante il festival; ogni tanto si riconosce il viso di qualche musicista, si vedono passare custodie di ogni forma e dimensione, e si incontrano suonatori ambulanti che tentano di approfittare del
clima per guadagnarsi la giornata. Un po’ a malincuore, ci si rende conto che ci sono pochi, pochi giovani: purtroppo, sembra che il jazz sia un mondo troppo elitario, e forse autoreferenziale, per attirare e affascinare le nuove generazioni, e lasciarsi scoprire.
Poco dopo le 11.30 giungiamo in piazza del Duomo, il quale è un vero capolavoro d’architettura gotica, di una bellezza unica, soprattutto guardando all’imponente facciata decorata dai mosaici dorati che risplendono, colpiti generosamente dal sole.
Dopo una breve e non poco estasiata visita, ci spostiamo al museo Emilio Greco, per assistere alla prima esibizione sul nostro programma: Romero Lubambo e Leny Andrade, duo chitarra-voce, direttamente dal Brasile. Il piccolo spazio dedicato al concerto, ricavato suggestivamente all’interno del museo dell’Opera del Duomo, si riempie presto, e i due artisti non tardano a fare la loro comparsa: allegri e rilassati, scherzano col pubblico prima di iniziare quella che sarà un’ora di viaggio nella terra del samba e della bossanova. Il duo esplora sia brani classici del repertorio brasiliano, come “Samba de Uma Nota Sò”, “Garota de Ipanema” e “Manha da Carnaval”, divertendosi a reinterpretarne tempo ed armonie, sia pezzi meno noti ma di fascino non inferiore. L’accompagnamento chitarristico di Lubambo è solido, tecnico ma sobrio, e l’intesa (musicale, ma che sicuramente nasce da una profonda amicizia) con Leny Andrade è evidentissima. Lei, con il vestito a colori sgargianti e il viso espressivo, intrattiene e ammalia, grazie alla voce a tratti un po’ roca, ma potente e ben modulata; tra un brano e l’altro, dialoga con il pubblico, lasciandosi andare a messaggi d’amore e serenità, quasi avesse assunto un ruolo di guida spirituale nei confronti del pubblico. L’intera performance è una gradevolissima dimostrazione di come un duo così essenziale possa fare ugualmente una musica eccezionalmente coinvolgente, dal suono pieno, se fra le proprie doti si hanno musicalità e sentimento.
Un abbondante piatto di
umbrichelle con salsiccia e funghi, e un’ottima grigliata di carne aggiungono altra

soddisfazione a quella per il concerto appena concluso. Dopo pranzo, tappa obbligata al negozio di cd allestito appositamente per il festival: impossibile non farsi tentare, visti i molti titoli validi presenti, complice anche la bravura e l’insistenza del ragazzo addetto al
consiglia-e-fai-ascoltare. Una volta riforniti di buona musica, ci dirigiamo (sotto una inattesa e leggera pioggia) verso il teatro Mancinelli, dove ci attende il doppio evento che chiuderà la nostra giornata musicale in quel di Orvieto. Dal loggione, a pochi metri dal tetto, si gode di una suggestiva panoramica del teatro. Un’occhiata attorno a noi e sui palchi sembra confermare l’impressione mattutina: non pochi i posti vuoti; ma a dispetto di ciò, le statistiche ufficiali parleranno, in generale, di un’edizione di grande successo.
Il tema della nostra giornata musicale sembra essere, in qualche modo, la chitarra. Infatti, per primo sale sul palco un duo composto da John Scofield, chitarrista molto noto in ambito jazz-fusion, e Larry Goldings, pianista e (soprattutto) organista. Le aspettative sono alte, e dalla coppia ci si attende un concerto dinamico, con più di un occhiolino strizzato al mondo del rock. Goldings esegue i primi brani al piano, dimostrando di sapere il fatto suo anche sugli 88 tasti; ma è all’Hammond che si esprime al meglio, combinando tecnica e gusto nella scelta timbrica in modo degno dei più grandi; Scofield, dal canto suo, sceglie un suono distorto e riverberato per enfatizzare le sue escursioni solistiche. Nonostante le aspettative, col trascorrere dei minuti si comincia a sentire una certa forma di disagio e di incompletezza. I brani sono prevalentemente su tempi medio-lenti, con una struttura quasi sempre identica: una volta che Scofield (decisamente poco ispirato) ha terminato il proprio assolo (durante il quale Goldings si sostituisce ad un’ipotetica sezione ritmica), lascia spazio all’improvvisazione del compagno, spesso smettendo del tutto di suonare; non c’è dialogo, non c’è
interplay, e al pubblico arrivano poche emozioni, dovute a sporadiche intuizioni singole. Al termine del concerto si rimane con un po’ di delusione: tutto suonato molto bene, certo, ma senza brillare; tanta improvvisazione (a volte eccessivamente prolissa), ma poco si è percepito in termini di spontaneità e coinvolgimento.
E’ con questi pensieri che trascorre la pausa che precede l’esibizione del Jim Hall Trio, dal quale, a questo punto, si pretende una performance esaltante: Jim Hall è tra i più importanti chitarristi jazz viventi, già entrato nella storia (non fosse altro, per l’eccezionale collaborazione con Bill Evans) e fonte di ispirazione per intere generazioni; il fatto che ad accompagnarlo vi sia una ritmica giovane ma già di altissimo livello (Scott Colley al contrabbasso, e Joey Baron alla batteria) aggiunge ulteriore valore all’evento. E la serata prende presto la piega sperata quando, durante un breve soundcheck, appare sul palco il chitarrista Bill Frisell: poco dopo, apprendiamo con entusiasmo che il trio diventerà un “duo & quartet” (riprendendo la formula dell’ottimo doppio album Hemispheres, del 2008, che si compone di un disco a due chitarre, e di un disco a formazione allargata).

Il vecchio Jim porta sul palco i suoi 79 anni lentamente, appoggiandosi al bastone: l’immagine è di una tale tenerezza che si guadagna un sincero e caloroso applauso preventivo; sistematosi sulla sua sedia, imbracciata la chitarra, sembra già di 20 anni più giovane. Quando attaccano a suonare, è fin da subito chiaro come si sia su livelli altissimi: i quattro si conoscono e si capiscono, e suonano con un trasporto emotivo evidente sia all’occhio che all’orecchio; ciascuno (soprattutto un Jim Hall che, se non fosse per l’aspetto e le mani ormai non più agili come un tempo, lo si direbbe poco più che un ragazzino) riesce ad esprimere appieno la propria tecnica in modo equilibrato ed estremamente comunicativo, contribuendo a generare un effetto complessivo di spontaneità e bellezza; una musica che, semplicemente, commuove e fa stare bene. Quando, poi, Jim e Bill (viene naturale chiamarli per nome, dato il clima rilassato e familiare visibile sul palco) rimangono soli per un po’, offrono al teatro momenti altissimi: mentre si è rapiti dal loro suonare, si ha come l’impressione che i due cervelli, le quattro mani, e i due cuori siano, in realtà, parte di un unico e magnifico musicista.
Il repertorio è molto vario: classici come "Bags’ Groove", "In a Sentimental Mood" e "My Funny Valentine", brani latini, e composizioni originali tra il jazz e il blues; nella varietà, l'elemento costante è che ogni nuovo pezzo rappresenta una diversa, intensa emozione. Quando l’abbondante ora di estasi giunge al termine, Jim Hall, seguito dai tre compagni (ci immaginiamo, con affettuoso rispetto), si allontana, lentamente, così come era arrivato.
Noi, invece, ce ne andiamo molto diversi, arricchiti da un lato, e rasserenati dall’altro: sentiamo di avere assistito a qualcosa di eccezionale, e per certi versi irripetibile; probabilmente non vi era modo migliore per chiudere l’anno, e neppure miglior stato d’animo per cominciare quello nuovo.