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Scritto da G.B.   
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a divisione tra poveri e relativamente ricchi diventa un abisso. Tutti i limiti e le raccomandazioni tradizionali vanno in pezzi. Il consumismo consuma ogni dubbio e capacità critica. Il passato diventa obsoleto. Perciò le persone perdono il senso di sé, il senso della propria identità, e per definire se stesse finiscono per localizzare e individuare un nemico. E il nemico - qualunque sia la sua designazione etnica o religiosa - lo si trova sempre in mezzo ai poveri.
(John Berger)


Chiunque legga i giornali, guardi la TV o si tenga altrimenti informato sui fatti del mondo si sarà sicuramente detto almeno una volta negli ultimi tempi: qui c'è qualcosa che non va. La crisi economica imperversa ancora in Italia e, invece di risolverla ragionevolmente, razzismo e demagogia sembrano prendere il sopravvento in politica - e non solo - nel Bel Paese. Negli ultimi tempi abbiamo assistito impotenti a rivolte di immigrati, terremoti e scandali che sembrano usciti dritti dritti da un libro sull'Apocalisse. Oltre a questo, accordi sul clima tra Stati ONU proprio non si riescono a trovare e il divario tra Nord e Sud del mondo continua ad allargarsi come una voragine senza fine. Sembrano banalità, le solite cose, ormai ci siamo abituati, ma a guardarle tutte insieme queste premesse fanno davvero paura.

Cosa ci sta succedendo? Si può trovare una causa scatenante o comunque un movente principale a tutti questi problemi? E trovata la causa, esiste una soluzione fattibile e attuabile in breve tempo? Come occorre muoversi per invertire la rotta? In molti se lo stanno chiedendo, e da riflessioni individuali o collettive nascono le risposte più diverse e disparate.

Tra tutte, da alcuni anni sempre più persone hanno iniziato ad additare nel modello consumistico e prettamente individualistico della nostra società la causa principale di questo malessere generale, nonché anche la più importante fonte di tutti o buona parte di questi problemi. E' possibile che questa tanto nominata crisi sia un segnale, una specie di canto del cigno dell'era dell'economia basata sul consumo sempre crescente di beni? Non è che tutti questi problemi ci stanno indicando chiaramente che è ora di cambiare, di trovare un modello di società e di sviluppo che tenga conto dell'ambiente, delle risorse finite della terra, ma soprattutto dell'uomo? E' possibile iniziare a mettere come perno centrale delle nostre economie la qualità anziché la quantità, la collettività invece che l'individuo, l'etica anziché l'economia?

Da tempo si discute del tanto declamato sviluppo sostenibile, non solo come uno sviluppo eco-sostenibile, ma anche come una forma di economia che - basandosi comunque sul libero mercato e sul consumo - metta in primo piano i diritti delle persone, la libertà personale e la salvaguardia delle risorse naturali. Su questo principio sono basate associazioni e gruppi come il Commercio Equo e Solidale o i Gruppi di Acquisto Solidale (GAS), che mettono in primo piano i come e i dove del processo produttivo, anche a discapito di prezzi a volte un po' più alti della concorrenza. Tali formule sono risultate vincenti (basti pensare alla diffusione dei prodotti equosolidali, che oggi si trovano facilmente anche nelle più importanti catene di supermercati), ma piuttosto limitate ad una certa fascia di consumatori già sensibili alle problematiche e ai temi di sviluppo solidale ed etica del commercio. In altre parole, queste iniziative, seppure lodevoli, non sono state in grado di cambiare radicalmente l'idea di fondo e le abitudini dei consumatori, né tanto meno di dare una risposta adeguata ai problemi di sottosviluppo di gran parte degli stati del mondo.

In opposizione a questo modello, da alcuni anni sono nati in Italia, ma prima ancora in Francia e nel resto d'Europa, gruppi come il Movimento per la Decrescita Felice che, partendo dalla constatazione che lo sviluppo basato sul consumo e sullo sfruttamento delle risorse umane e materiali della Terra non sarà oggettivamente possibile in eterno - visto che il nostro è un pianeta finito - cercano modelli di produzione e sviluppo alternativi che sottendono ad una mentalità svincolata dal concetto di consumo in massa di beni di scarsa qualità ma a basso costo. Pensatori come Serge Latouche in Francia o Maurizio Pallante in Italia criticano fortemente sia l'economia del consumo che la sua alternativa sostenibile, in quanto ritengono che essa non possa fare fronte ai molteplici e sempre più gravi problemi dell'umanità.

Ma a questo punto viene da chiedersi che cosa significhi di preciso "basarsi sulla qualità invece che sulla quantità", visto che qualità resta un concetto molto astratto e soggettivo, e come tale modello possa essere in effetti trasposto nella vita di tutti i giorni. Insomma, se io faccio fatica ad arrivare a fine mese, come faccio a comprare la merce più costosa solo perché è di migliore qualità? I fondatori e teorici del Movimento ritengono che sia necessario un cambiamento radicale nel sistema economico globale, un cambiamento che non implica un ritorno alle civiltà contadine o altre banalità del genere, ma che tenga in conto di ciò che ha un effettivo valore per le persone invece che semplicemente di ciò che viene consumato.

Un esempio pratico – semplificato oltremodo - spiegherà meglio la situazione: l'attuale termometro delle economie dei Paesi si basa sul PIL (prodotto interno lordo), la somma di beni e servizi consumati in un anno da un determinato Paese. Quindi se ad esempio io accendo il riscaldamento ma le mie finestre non sono ben isolate, e quindi per ipotesi utilizzo solo il 60% delle capacità del mio impianto, sto contribuendo al PIL per 100, perché sto consumando 100, ma sto effettivamente traendo beneficio solo dal 60% di questo 100. E del rimanente 40%, che pure contribuisce al PIL, cioè alla ricchezza del mio Paese, chi ne beneficia? Magari io sto morendo di freddo perché quel 60% non mi basta per riscaldarmi, ma il PIL è cresciuto di 100 e quindi io - o meglio ancora il mio Paese - risulta un po' più ricco. Ma lo è davvero?

Ecco che i sostenitori di un modello alternativo ritengono che la ricchezza di un Paese non dovrebbe basarsi su quel 100 che consumo, ma su quel 60 da cui traggo effettivamente un qualche beneficio, e che se questi nuovi parametri fossero utilizzati per capire il benessere di un Paese, le cosa pian piano cambierebbero notevolmente, e in meglio.

Ovviamente questa non è che una parte del discorso fatto da tali movimenti, che ad esempio rifiutano anche la creazione artificiale di bisogni – e quindi di insoddisfazione e infelicità - attraverso la pubblicità, che sottolineano l'importanza del dono e del gesto gratuito, e tantissime altre sfumature che si differenziano nei metodi, ma non nei concetti di fondo.

Un segnale di come tali teorie non siano del tutto isolate o secondarie potrebbe essere la recente pubblicazione di "Slow Economy - Rinascere Con Saggezza" da parte di Federico Rampini, giornalista inviato de La Repubblica prima negli USA, poi in Cina e India che a prima vista non sembra avere molto a che fare con tali movimenti o con una qualche idea di decrescita. Eppure Rampini nel suo ultimo lavoro racconta come il contatto diretto con popolazioni non ancora impregnate da una mentalità consumistica come quelle occidentali gli abbia aperto gli occhi su un modello di vita e di società diverso, e gli abbia insegnato tanti piccoli gesti e accortezze che potrebbero fare la differenza senza stravolgere il nostro stile di vita. Rampini inoltre sostiene che in società come quella americana questo bisogno di cambiamento inizia a sentirsi in modo davvero forte, tanto che alcune cose un tempo considerate ignobili o “povere” stanno tornando prepotentemente di moda, come ad esempio i risciò a pedali a Manhattan o la coltivazione propria di frutta e verdura.

In definitiva, qualunque sia la teoria che viene portata avanti o in cui ogni singolo individuo si possa rispecchiare, una cosa è piuttosto chiara: un numero sempre maggiore di persone sente il bisogno di un cambiamento, che parta dall'economia per arrivare alla società e alla mentalità di fondo della gente. Come colonialismo, protezionismo e fordismo sono stati sconfitti dal tempo e dal mondo in continua evoluzione, così forse giungerà presto il momento di porre la parola fine al modello consumistico. Cosa ci attenderà dopo non è ancora certo, ma bisogna augurarsi che sia un passo avanti, verso l'uomo e l'ambiente, e non un ennesimo passo falso.


Per approfondire:

http://www.networksvilupposostenibile.it/
http://www.decrescita.it/
http://www.decroissance.info/
http://www.retegas.org
http://www.decrescitafelice.it/
http://www.ariannaeditrice.it/recension ... ensione=44
Latouche, Serge: Come Sopravvivere allo Sviluppo, Bollati Boringhieri, 2005
Todd, Emmanuel: L'Illusione Economica, La Crisi Globale del Neoliberismo, Marco Tropea Editore, 1998


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