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Cinema in Pillole 25/01/2010 Stampa
Scritto da Panopticon   
Fatih Akin - Soul Kitchen (Soul Kitchen, 2009)
Mentre i giganti e mollicci titani del cinema italiano cadono sotto i colpi delle selezioni degli Oscar, altri piccoli grandi film avanzano e passano oltre con un carico genuino di pianto o di risate. Uno di questi piccoli grandi film è senza dubbio Soul Kitchen, prova comica del regista de La sposa turca, già premiato a Venezia con l'assenso dei più. Una commedia vivace e colorata, con sullo sfondo una Amburgo del melting pot tedesco più variopinto e umanamente floreale, dove gli intrecci intorno ad un ristorante di periferia dal cuore d'oro e dalla facciata fatiscente sembrano tanti incroci esistenziali fra vite più o meno burrascose, quasi come in un castello di calviniana memoria. A condire il tutto, una carica dose di comicità, da una sorta di demenzialità controllata a un più fine sguardo ironico sulla vita grigia della metropoli, mentre le note di una musica attentamente selezionata impepa il piatto con assaggi della beneamata minimal musik teutonica o di rock senza peli sulla lingua. La pellicola scorre che è un piacere, riconcilia con l'anima e fa sentire in pace, soprattutto per una capacità notevole da parte di cast e regia di istituire fin da subito un rapporto umano fra gli attori sulla scena e il pubblico dall'altra parte dello schermo, attraverso gag e crescendi comici che riescono sempre ad essere tenuti sotto uno stretto controllo, lontani da derive o da bassezze di certo cinema comico a cui ormai ci siamo fin troppo abituati. Scoprirsi cittadini d'Europa e del mondo attraverso un film comico non è mai cosa semplice, ma talvolta riesce. Saporito (Gi.C.)



Susanna Nicchiarelli - Cosmonauta (2009)
Opera prima della Nicchiarelli, che si ritaglia pure una parte di attrice, Cosmonauta può essere visto come un racconto di formazione negli anni in cui P.C.I. e P.S.I. erano sigle con qualcosa dietro al loro semplice significato. Luciana, la giovane protagonista, attraversa da rampante comunista gioie e dolori dell'adolescenza, facendosi portavoce dell'ideale femminista che all'epoca avanzava coraggiosamente. Il patrigno fascista e il fratello epilettico, la madre sottomessa e i primi amori fra i compagni: tutto per Luciana esiste solo in funzione del Partito. Una sinistra pop emerge dalle inquadrature della Nicchiarelli, che alterna lo svolgimento della trama a filmati storici come il lancio in orbita della cagnetta Laika e di Valentina Tereskova, simbolicamente inizio e fine dello spazio che Luciana va ritagliandosi con forza nella sua esistenza. Particolare la colonna sonora, che vede canzoni italiane del periodo reinterpretate da artisti di oggi fra cui Sikitikis e Virginiana Miller, con i Gatto Ciliegia Contro il Grande Freddo per gli intermezzi strumentali. Da segnalare la prova degli attori, in particolare quelli più giovani come la coppia di fratelli: la tenerezza del loro rapporto emerge anche dalle loro espressioni e dai loro gesti, più che dalla sceneggiatura. Cosmonauta è un esordio convincente, non è memorabile ma riesce a non risultare stucchevole nell'affrontare temi nient'affatto originali. Il suo maggior pregio è la sensibilità dietro la macchina da presa, e in alcuni momenti si capisce perfettamente che una tale qualità può solo essere femminile. Buona la prima (M.U.)



Philippe Lioret - Welcome (Welcome, 2009)
In un momento culturale dove la società europea vede riaffiorare spettri di un passato mai troppo lontano, anche il cinema e soprattutto il cinema, attraverso numerose pellicole, sembra cercare una voce diversa e altra rispetto ai rituali televisivi che ogni giorno intasano la vita metropolitana delle persone. In film autentici e profondamente seri come Welcome, dunque, si concentrano istanze di denuncia che parlano a tutti noi, guardandoci dritti negli occhi e non lasciandoci più andare. Al centro di questo bellissimo e tragico film francese c'è un'odissea piccola e forse proprio per questo motivo più umana: la storia di un immigrato curdo che, partito dal suo paese d'origine, giunge in Francia, a Calais, così da poter raggiungere l'Inghilterra e incontrare la sua amata, in attesa di lui e bloccata a casa dalla volontà di un padre-padrone. La tragedia si consuma lentamente, nel quotidiano, ed è una tragedia fatta di ostacoli: è impossibile attraversare la Manica legalmente tanto quanto lo è illegalmente; è impossibile, per i due innamorati, parlare l'un l'altro, separati tanto da un mare burrascoso quanto dalle pareti di una casa che non si apre alla Modernità. Tuttavia, la speranza non muore, ma sopravvive nelle cose più piccole, nell'incontro fra il migrante e il cittadino francese, l'uomo moderno e rivoluzionario per eccellenza, il simbolo della libertà e della rivoluzione tanto esteriore quanto interiore. Il grande Vincent Lindon allora, come vedrete nel film ma senza anticipare nulla, sembra, da solo, portare sulle proprie spalle tutto il peso della speranza e della libertà, riuscendo a tenere per i capelli uno scampolo di umanità entro un mondo che sembra aver dimenticato la propria Storia. Un film che tocca e commuove e che, nella profondità del dolore causato dagli uomini, trova negli uomini una piccola ma grande via di salvezza. Umano e disumano (Gi.C.)



Guy Ritchie - Sherlock Holmes (Sherlock Holmes, 2009)
Anno strano per Guy Ritchie, regista inglese che ci ha regalato ben altri film rispetto a questo blockbuster natalizio. Dopo essersi divertito a girare RocknRolla, l'ex marito di Madonna si lancia verso lidi più infiocchettati e più politicamente corretti, rimaneggiando le avventure del detective più famoso del mondo (sarà ancora lui o le prossime generazioni cresceranno coi detective di Dan Brown?) in salsa familiare e pop-corn: il prezzemolino Robert Downey Jr (che i più romantici ricordano in Ally McBeal, i più tristi in Iron Man) e il bel Jude Law si contendono la scena fra investigazioni chiassose e inseguimenti mozzafiato. Londra, ricostruita con cura e fotografata nel suo dinamico e costante progresso industriale, fa da sfondo, con cattivoni di ogni sorta, armi fantascientifiche ante litteram e suadenti donne sul limite sottile fra prostitute simil Jack lo squartatore e country girls di film come Wild Wild West. Il risultato è un film moscio, con qualche idea buona e una discreta velocità, ma non eccessivamente speciale o interessante. Probabilmente il pubblico di riferimento sono proprio le famiglie e gli adolescenti e su questi pare lavorare, ma il pop-cornismo di certe produzioni semi-autoriali non sembra una garanzia per un film davvero divertente. Lungo tutta la durata della pellicola la maggior parte della gente in sala ride e si diverte, i sorrisi scappano, ma senza graffiare particolarmente, intrattenendo ma con poca soddisfazione. Rimane una pellicola vuota, discreta, che avrà successo nel forsennato download di blockbusters, ma che una volta consumato verrà gettato in un cestino, senza possibilità ulteriore di riciclo. Insoddisfacente (Gi.C.)



Jerome Laperroussaz - Made in Jamaica (Made in Jamaica, 2009)
Dalla dialettica tra un paese e la sua musica tanto si può capire, poichè essi sono in simbiosi, si alimentano a vicenda. Fino a che punto, però, un paese si può leggere attraverso la sua musica, e viceversa? Nel caso della Jamaica, i due elementi sembrano combaciare. Jamaica è Reggae, ed il Reggae, nelle sue variazioni e distorsioni, è Jamaica. Da qui parte il progetto del regista francese Jerome Laperrousaz, che prende spunto dai funerali per la morte violenta di Bogle, uno dei padri fondatori della Dancehall, per assemblare un documentario che lascia parlare solo la musica ed i suoi artisti attraverso poche interviste e tantissima musica, quasi interamente suonata e registrata dal vivo. Il risultato è un collage di momenti profondi e pause esilaranti, critica politica e sociale, puro edonismo e, a volte, noia mortale. Questo d’altronde è il calderone del Reggae, sempre che si possano inscatolare in un unico contenitore le multiple ramificazioni che esso ha assunto, Dancehall compresa, sempre che il reggae consapevole dei Third World possa essere accostato alla demenzialità (tragi)comica di Elephant Man, o la coolness di Gregory Isaac allo stile gangsta di Bounty Killer. La giustapposizione di suoni, versi e pensieri, però, svela le comuni radici di artisti tanto diversi: le strade polverose del ghetto di Kingston, le spiagge oceaniche costellate di palme, il passato schiavista e poi coloniale, l’abbondanza di armi, la mancanza di lavoro, la radicalizzazione politica, l’onnipresente religione, la Ganja. Pur nella differenza di modi, parole e, certamente, qualità, un fil rouge avvolge la scena musicale jamaicana, il tintinnio di quelle catene che cingevano gli antenati, schiavi africani, e che ancora avvolgono la psiche collettiva dell’isola, catene che col tempo si son fuse, modellate nella forma di pistole e messe nelle mani di ogni giovane povero di Kingston, come sussurra Bunny Wailer. Sia che lo si esalti gangsteristicamente, sia che lo si biasimi poeticamente, è questo il presente jamaicano, fatto di enormi disagi ed enormi opportunità, orgoglioso e vittimista, assieme profondo, consapevole, edonista e spaccone, come i suoi artisti, racchiuso nella scena finale in cui Elephant Man canta, stonato e stoned, l’inno nazionale. La Jamaica che emerge da questo collage è un paese in difficolta che nella musica ed attraverso la musica costruisce la sua identità. Un paese che si legge tra le trame d’un documentario che sulla musica comunque si concentra, rifiutando giudizi e sconfessando la narrativa semplicistica che appare all’osservatore superficiale, quella che vede nel passaggio dal reggae di Bob Marley alla Dancehall del bling bling misogino ed omofobo un’inevitabile involuzione rettilinea. Il Reggae, cosi come la Jamaica, sono molto più complessi di così, e per comprenderli bisogna, appunto, ascoltarli. Il documentario di Laperrousaz in questo senso è un prezioso spaccato, che tuttavia si trascina un pò troppo, a volte frustrando lo spettatore curioso, come quando non approfondisce la questione delle faide tra musicisti (cha sta dietro all’omicidio di Bogle) o evita completamente quella, attualissima, dell’omofobia. Sbavature a parte, il documentario risulta gradevole ed informativo, e questo nonostante la sala cinematografica, con i suoi divieti, costituisca un inevitabile impedimento alla sua piena fruizione. Sincopato (Andrea Pavoni)
 
 
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