
Era la casa di mia nonna, la madre di mia madre e io avevo 4 anni. Appoggiavo la testa sul mobile per vedere da vicino come girava quell’enorme disco, non ricordo la copertina dell’album, sapevo solo che era di De Gregori e ricordo il disegno al centro del vinile. Ero ipnotizzato dal meccanismo del giradischi, vedevo la musica muoversi, una magia.
Quando si torna così indietro si cammina su sensazioni più che immagini, il vento che animava ogni stanza sollevando le tende e portando in casa gli splendidi odori dell’estate e del mare calabrese, le mattonelle del pavimento arroventate dal sole e le lunghe ore passate a guardare il traffico cittadino della via principale del paese dei miei genitori su cui si affacciava il balcone più grande. E poi la musica, avvolgente e rilassante, il primissimo modo in cui l’ho amata.
È risalendo ad una lunga serie di ricordi di questo tipo che si può capire la mia morbosa passione per vinili e giradischi, per l’audiofilia, seppur squattrinata, per un approccio plurisensoriale alla musica, il mio amore per gli artwork ragionati, anche esteticamente.
Ho sempre pensato che il formato LP, il vinile, fosse quello originariamente inteso quale miglior supporto al contenuto musicale, il modo più adatto per dare all’ascoltatore l’odore e il colore dell’opera, il complementare necessario per estendere altrove l’esperienza musicale. L’ho inteso come un modo per imprimere oltre la semplice memoria una copertina e ogni riferimento artistico che la sostiene, un modo per amplificare gli impulsi nascosti dietro una canzone.
Sono ben consapevole però che questo mio quasi folle intendimento è figlio del mio non appartenere alla generazione del vinile ma a quella del misero e asettico mp3, del download istantaneo. Quello che per i miei genitori era normalità a me pare superabbondanza, l’avere fra le mani un disegno delle dimensioni di un quadro al posto dell’icona di iTunes è ovviamente una cosa che scombussola.
Possedere un vinile ha indubbiamente un fascino particolare, è vintage, diverso. Suona come una scelta ponderata, una scelta di qualcuno che se ne intende, ma non è il mio caso. Il vinile ha colmato un vuoto, l’aver smesso di acquistare CD con la frequenza cui ero abitutato da teenager ha fatto si che sui miei scaffali i libri, universitari per lo più, prendessero più spazio, fino a costringermi a spostare in soffitta la mia misera collezione. La scelta è coincisa con l’uscita di In Rainbows. Il 1 ottobre 2007 i Radiohead hanno proposto il loro disco e io scegliendo fra gli mp3 a 160kbps e il discbox ho deciso anche di tornare alla splendida abitudine di acquistare musica.
Il primo vinile è stato In The Court of Crimson King, quando l’ho comprato dovevo ancora decidere di attrezzarmi a dovere per ascoltarlo, ma non ho saputo resistere. È stato vedere quel faccione rosso e viola e le enormi narici chiamarmi da un banchetto di vinili usati il fattore decisivo. Poi è stato Lateralus, il mio primo raro, regalatomi da amici per il compleanno. Contemporaneamente Rock Bottom di Wyatt, quello che attualmente preferisco e ascolto di più. I Neutral Milk Hotel di In The Aeroplane Over The Sea a Parigi in un minuscolo negozio nella periferia. Gli A Silver Mt. Zion di Horse In The Sky al loro concerto. L’acquisto di un disco è diventato qualcosa di più solenne e ragionato, le motivazione della scelta di un certo disco e il momento del disimballaggio sono per me, suona parecchio nerd, cose che ricordo.
Poco sapevo e so riguardo le differenze nella qualità della riproduzione, la leggendaria tridimensionalità della musica da giradischi, su questo ho deciso di non indagare a fondo stante l’enorme diatriba in merito. Mi sono concesso di decidere per mezzo della mia romantica autosuggestione, il che suona ingenuo ma in ultima analisi sincero. Il mio primo e autofinanziato impianto è composto da un vecchio Technics SL-BD22 usato, amplificato per mezzo del T-Amp collegato a due casse decenti, seppur ancora di plastica. Comprare pezzo per pezzo, scegliere i componenti migliori per le mie finanze è stata una delle parti più appassionanti ed estenuanti; ho sfogliato centinaia di siti specializzati in materia, consultato amici più o meno esperti; è stato un assemblaggio più che ragionato, per il quale ho speso tanto in ogni senso. Si, provo per il mio giradischi un amore superficiale e inumanamente vero, un sentimento che nessun iPod potrà mai ottenere.
Ricordando la canzone di De Gregori mi sono accorto che questa mia passione ha radici lontane e per questo salde. Da tutto ciò ricavo, forse esagerando, che l’unico modo per poter capire veramente un disco è quello di possederlo in vinile. Nessuno giudica Mirò basandosi su un .jpg scaricato da internet, allo stesso modo la musica va vissuta nel formato più completo e esteso.